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EconomiaEnergia

Il vertice di novembre congela le quote per dicembre, ma è un rito ormai vuoto. Tra i blocchi nel Golfo Persico, l’assenza degli Emirati e la speculazione finanziaria, il cartello ha perso il controllo del mercato energetico.

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Il sottogruppo dei sette paesi principali dell’OPEC+ — guidato da Arabia Saudita e Russia, insieme a Iraq, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman — si è riunito in videoconferenza il 1° novembre 2026, decidendo di lasciare invariate le quote di produzione di petrolio per il mese di dicembre. Un tempo queste riunioni tenevano il mondo col fiato sospeso e bastava un comunicato per muovere l’intera economia globale. Oggi, invece, questi vertici si sono trasformati in pure formalità burocratiche: il cartello petrolifero conta sempre meno e ha perso la capacità di governare davvero il prezzo del greggio.

Le quote sulla carta per dicembre 2026

Secondo la tabella ufficiale diffusa al termine dell’incontro, i sette paesi hanno confermato per dicembre gli stessi livelli produttivi richiesti a settembre. Sulla carta, i numeri fissati (in migliaia di barili al giorno) sono i seguenti:

  • Arabia Saudita: 10.478
  • Russia: 9.949
  • Iraq: 4.431
  • Kuwait: 2.676
  • Kazakistan: 1.628
  • Algeria: 1.007
  • Oman: 841

Questi numeri, tuttavia, appartengono più alla teoria che alla realtà del mercato. Già nei sei mesi precedenti ad agosto il gruppo aveva concordato una serie di modesti aumenti per cancellare i tagli del 2023, ma si è trattato di mosse puramente simboliche, utili solo a garantire ai paesi del Golfo margini di manovra più ampi quando l’attuale emergenza sarà finita.

La guerra svuota di senso le decisioni sulle quote

Il motivo principale che rende queste tabelle poco significative è il conflitto in corso in Medio Oriente. Gli eventi bellici che coinvolgono direttamente o indirettamente Iran, Iraq, Kuwait e Arabia Saudita hanno imposto pesanti vincoli fisici alla produzione e all’esportazione dal Golfo Persico. Quando i pozzi, le raffinerie o le rotte marittime sono sotto minaccia militare, fissare un tetto produttivo in una riunione virtuale non ha alcun valore pratico: molti paesi non riescono nemmeno a estrarre o spedire ciò che viene loro formalmente concesso.

Questa insicurezza spinge i paesi importatori a correre ai ripari in autonomia. Un esempio concreto è Singapore, che dopo le interruzioni delle forniture mediorientali ha annunciato un piano per stoccare greggio saudita in enormi caverne sotterranee sull’isola di Jurong a partire dalla seconda metà del 2027, cercando di proteggere la propria sicurezza energetica.

L’uscita degli Emirati e il declino del cartello

A indebolire ulteriormente il peso politico ed economico di questo blocco si aggiunge l’assenza degli Emirati Arabi Uniti dal gruppo dei paesi soggetti a questi tagli volontari. Senza Abu Dhabi — uno dei pochi produttori con una reale capacità di estrazione aggiuntiva — la compattezza e la forza d’urto dell’organizzazione risultano nettamente ridimensionate. Il cartello è ormai frammentato e fatica anche solo a calcolare quanto petrolio i suoi membri possano davvero pompare, tanto da dover ricorrere a una complessa revisione esterna sulla capacità produttiva in vista del vertice ministeriale del 29 novembre, dove si tenterà di discutere il ripristino dei tagli decisi nel 2022.

Finanza contro mercato reale

La prova definitiva che l’OPEC+ non controlla più il mercato sta nell’andamento schizofrenico dei prezzi. La settimana scorsa i contratti finanziari (futures) a Londra sono schizzati a 116 dollari al barile, spinti non dalle scelte del cartello, ma dalla paura degli speculatori per una nuova escalation militare legata alle elezioni in Israele e alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. I prezzi poi sono leggermente calati a 113, ma comunque restano alti.,

Allo stesso tempo, però, il mercato fisico dà segnali di evidente debolezza: il prezzo dei barili reali sta scendendo perché i flussi di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz sono tornati quasi ai livelli prebellici, nonostante i combattimenti. Tra speculazione geopolitica che gonfia la finanza e barili reali che seguono le dinamiche di guerra e logistica, le riunioni mensili dell’OPEC+ restano un rito formale che il mercato ha ormai smesso di ascoltare.

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