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LA GABBIA (di Claudio Pisapia)

 

 

gabbia

 

Con la scelta di affidarci al mercato globale non credo siamo passati da un mondo chiuso a un mondo aperto. Così come non credo che un abbandono della Ue o dell’eurozona equivalga a chiudersi, cioè ritorno al passato, al vecchio, al brutto.

 

Credo invece che siamo passati da un mondo regolato a un mondo con sempre meno regole. Il passaggio dalle politiche Keynesiane a quelle neo liberiste ne ha richiesto infatti sempre di meno, perché questo tipo di mondo che hanno deciso per noi si basa principalmente sul profitto, che cresce laddove diminuiscono controlli e regole e laddove lo Stato non possa esercitare le sue funzioni di controllo e difesa degli interessi democratici, solidali e partecipativi. Quindi dagli anni 80 si è creato il mercato globale che conosciamo oggi, cioè la giungla, in cui vince chi produce peggio e a minori costi. Ovvero si è legalizzato sempre di più lo sfruttamento su scala mondiale!

 

A piccoli passi, passando da interessi bancari e finanziari a privatizzazioni o svendite di beni pubblici. Per prima cosa si è privatizzata l’emissione monetaria, la moneta. Lo Stato aveva una propria Banca Centrale con la quale monetizzava il suo debito, era una sua capacità, che serviva a salvaguardare i suoi cittadini e avviarli al progresso attraverso gli investimenti.

 

Le banche commerciali erano pubbliche o semi pubbliche, piccole e territoriali ma si privatizzano perché possano creare anch’esse debito e non più credito. Non potevano fare finanza, e quindi espandere il debito sul quale creare derivati (guadagno spropositato per pochi e debito per tutti gli altri), si eliminano allora leggi come il Glass – Steagall Act e si dà la possibilità a tutte le banche di fare finanza (e disastri a spese dei risparmiatori come nella crisi del 2007-2008).

 

Si fanno girare liberamente i capitali, si permette alle aziende di produrre dove non ci sono sindacati e si possono far lavorare i bambini (si chiama globalizzazione). Insomma, si costruisce il nuovo mondo a misura di squalo.

 

Una exit strategy non è una fede ma una necessità. Exit vuol dire non solo uscita dalla follia euro ma soprattutto dalla follia neoliberista e da questo concetto di “mercato globale” da cui tutti dovremmo fuggire, anche a costo di soffrire qualche anno per trovare il nostro posto nel mondo. Se si rimane lo si fa solo per paura, per convinzioni inculcate, e qualcuno potrebbe dire che se la Grecia avesse scelto di uscire già nel 2011 sarebbe stato peggio? Anche in termini di dignità, oltre che economicamente?

 

Chiari programmi di riforma non ci sono, non sono, appunto, in programma. L’Italia chiede delle cose che non vengono prese in considerazione semplicemente perché altri hanno interessi diversi, che valgono di più di solidarietà, unità politica, condivisione. Quando si decide di costituire una comunità lo si fa in base a valori comuni, dove sono questi valori nell’Europa della Merkel?

 

Chi ha fatto l’Europa di oggi l’ha fatta in base ad interessi economici e sono solo quelli gli interessi che si è deciso di condividere all’inizio e su quello si è costruito il disastro di una moneta senza anima, senza Stato, un assurdo giuridico oltre che logico.

 

Ma chi lo ha deciso? Non i popoli o i bisogni dei cittadini ma gli interessi elitari e finanziari (posso dire che oggi è del tutto evidente?). Su queste basi perdita di democrazia, diseguaglianza, competizione per l’osso da rosicchiare e leggi buone solo per l’1% della popolazione, sono solo ovvie conseguenze. E’ inutile invocare palliativi come gli eurobond, ad esempio, come soluzione a tutti i mali. Quello sarebbe la soluzione al debito pubblico che è un problema solo se esiste l’eurozona, quindi un falso problema.

 

Qui dobbiamo considerare un cambio di paradigma antropologico. Dobbiamo cominciare a parlare di noi, della gente, delle persone vere, quelle che oramai sono dietro le barricate perché devono difendersi da chi dovrebbe difenderli.

Parliamo di noi! Di quelli che vogliono la possibilità di scegliere di vivere diversamente. Di vivere un mondo che non sia imposizione finanziaria ma costruito su scelte democratiche. Condivisione al posto di competizione. Territorio e locale al posto di globalizzazione forzata ad uso multinazionali dello sfruttamento. Vogliamo uscire dalla gabbia e riprenderci la capacità di scelta, di democrazia, di immaginare un futuro.

E cos’è l’eurozona se non una gabbia?

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