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COSA NON CAMBIA DOPO LA CONFERENZA STAMPA DI DRAGHI? (Di Nino Galloni)

 

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Molti commentatori si sono detti stupiti dalle decisioni della BCE comunicate da Draghi il 10 marzo.
Infatti, l’aumento dei tassi negativi sui depositi delle banche presso la BCE e del QE erano stati chiaramente annunciati prima.

Semmai, la possibilità delle banche stesse ad approvvigionarsi presso la BCE a condizioni più vantaggiose e quella di accogliere non solo titoli pubblici allo scopo di forzare ancora liquidità nel sistema, meritano qualche commento.

Prima, però, appare non inutile cercare di riflettere sugli obiettivi delle autorità monetarie in termini di sviluppo e inflazione: obiettivi inverosimili perché, se la massa della liquidità avesse potuto avere da tempo effetto sull’inflazione, quest’ultima sarebbe saltata non al 2% come spera Draghi, ma al 20.000%!

In realtà, il terreno arido dell’economia reale – privo di liquidità – rimane tale anche se il cielo della finanza si riempie di nuvoloni sempre più neri: non piove e non piovera’; di sviluppo ce ne sarà ben poco eccetera.
L’attuale modello finanziario si basa, prevalentemente, non sulla valorizzazione dei titoli, ma sulla massimizzazione della loro emissione; dopo il 2008 le banche centrali hanno evitato il default del sistema divenendo prestatrici di prima istanza.

Quindi, la tossicità dei titoli (a cominciare dai derivati dal 2001 in poi motivati dalla certezza in una rapida ripresa che non ci fu e non ci sarà) é funzionale a questo modello di capitalismo ultrafinanziario, cioè non di mercato (governato da algoritmi), collateralizzato.
Chi rende possibile questa collateralizzazione sono le banche centrali che la scambiano con moneta elettronica e non solo elettronica.

Allora perché meravigliarsi se Draghi annuncia nuove misure a favore delle collateralizzazioni e della liquidità? Anzi, Draghi ribadisce che indietro non si torna. Ma allora cosa non funziona?
Cosa ci vorrebbe per far piovere sull’ arido terreno dell’economia reale e riavviare lo sviluppo? Due cose che l’establishment conservatore non vuole: la fine della deflazione salariale (con le sue conseguenze sulle modalità di apertura dei mercati internazionali), la ripresa della spesa pubblica produttiva in disavanzo.

Le alternative riduzioni delle tasse e della spesa pubblica non hanno funzionato perché chi paga le tasse ha avuto risorse ma ne ha perso molte di più dovendo fronteggiare l’immiserimento dei servizi pubblici e i ricchi, perché avrebbero dovuto investire il maggior reddito nell’economia reale, se non c’è la ripresa?

Quindi, o si supera la ultratrentacinquennale deriva neoconservatrice che ci ha portato a questo punto oppure si aspetta che una crisi vera o una guerra termonucleare ci mettano di fronte a fatti compiuti.

Nino Galloni

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