Seguici su

Economia

ZES unica, dai permessi ai cantieri: la sfida di Giosy Romano per trasformare 9 miliardi di investimenti in lavoro stabile

Pubblicato

il

Per anni il principale ostacolo agli investimenti nel Mezzogiorno è stato riassunto in una parola: tempo. Troppi mesi per ottenere un’autorizzazione, competenze divise tra amministrazioni diverse, imprese costrette ad attraversare un labirinto burocratico prima ancora di aprire un cantiere. La ZES unica, nata da una intuizione dell’allora ministro per gli affari europei e il sud Raffaele Fitto, e guidata da oltre due anni da  Giosy Romano e oggi confluita nel nuovo Dipartimento per il Sud, ha provato a rovesciare questo paradigma. I primi numeri parlano di oltre 9 miliardi di investimenti diretti e circa 25 mila posti di lavoro. Risultati importanti, che aprono però una seconda sfida: trasformare ogni autorizzazione in un investimento realizzato e ogni promessa occupazionale in lavoro stabile.

Non è un caso che la Zes unica, sia diventata, dopo alcune iniziali eccessive e premature critiche, una delle misure di cui il governo va maggiormente fiero e che si vorrebbe appunto, con l’accordo di buona parte delle opposizioni, estendere, per quanto possibile, a tutto il territorio nazionale

I dati contenuti nel Check-up Mezzogiorno 2026, realizzato da Confindustria e Srm, descrivono una realtà meridionale meno immobile di quanto venga spesso rappresentata. Tra il 2019 e il 2025 il Pil del Sud è cresciuto dell’8,3%, contro una media nazionale del 6,3%. Gli occupati hanno superato quota 6,5 milioni e, nella prima parte del 2026, l’incremento dell’occupazione meridionale è risultato tre volte superiore a quello registrato complessivamente in Italia. Dentro questa trasformazione la ZES unica sta assumendo un ruolo sempre più rilevante.

A metà del 2026 le autorizzazioni uniche rilasciate avevano attivato più di 9 miliardi di euro di investimenti diretti, con una ricaduta occupazionale stimata in circa 25 mila unità. Se si considerano anche gli effetti indiretti e l’indotto, le valutazioni illustrate da Romano arrivano a circa 60 miliardi di investimenti complessivi e 65 mila posti di lavoro. Numeri diversi, che non devono essere sovrapposti: i primi riguardano l’impatto direttamente riconducibile ai progetti autorizzati, i secondi comprendono le conseguenze più ampie generate sulle economie territoriali.

Il dato politico è comunque evidente. Quella che era stata descritta dai critici come una struttura troppo centralizzata e distante dai territori ha accelerato sensibilmente il rilascio dei provvedimenti. Le autorizzazioni uniche hanno superato quota 1.300, contro le 639 registrate nel maggio del 2025. In poco più di un anno il numero è quindi più che raddoppiato.

Il merito principale del modello costruito da Romano consiste nell’aver introdotto un unico punto di accesso per le imprese. Prima della ZES unica, un imprenditore intenzionato ad aprire o ampliare uno stabilimento doveva confrontarsi separatamente con comuni, regioni, sovrintendenze, autorità ambientali e altri uffici competenti. Oggi, per i progetti ammessi, la domanda viene presentata attraverso lo Sportello unico digitale e il Dipartimento per il Sud assume il ruolo di amministrazione procedente, coordinando gli enti coinvolti e arrivando a un solo provvedimento conclusivo.

Non significa che ogni regola sia stata cancellata né che i controlli siano diventati meno rigorosi. Significa, più semplicemente, che la responsabilità del procedimento è identificabile e che l’impresa non deve più rincorrere autonomamente tutte le amministrazioni. È una rivoluzione apparentemente tecnica, ma decisiva in un Paese nel quale l’incertezza dei tempi può scoraggiare un investimento quanto la pressione fiscale o il costo dell’energia.

La ZES, tuttavia, non può essere valutata soltanto contando le autorizzazioni. Un provvedimento amministrativo rappresenta l’inizio del percorso, non il suo completamento. La vera prova sarà verificare quanti degli investimenti annunciati si trasformeranno effettivamente in stabilimenti, infrastrutture logistiche, macchinari e assunzioni.

È questa la nuova fase che attende Giosy Romano. Il passaggio dalla Struttura di missione al Dipartimento per il Sud amplia considerevolmente il campo d’azione. Il Dipartimento non deve soltanto gestire la ZES, ma coordinare più complessivamente le politiche di sviluppo del Mezzogiorno, mettendo in relazione incentivi fiscali, fondi europei e nazionali, infrastrutture, formazione professionale e attrazione degli investimenti esteri.

La scelta del governo di affidare la gestione operativa a Romano garantisce continuità rispetto al lavoro già svolto. Non era un passaggio scontato. Durante la riorganizzazione erano emerse tensioni sulla governance della nuova struttura e sulla possibilità che il coordinatore della ZES venisse collocato alle dipendenze di un altro dirigente. La soluzione adottata ha invece riconosciuto a Romano un ruolo centrale, evitando di spezzare la catena decisionale proprio mentre le richieste delle imprese aumentavano.

La seconda gamba della strategia è rappresentata dal credito d’imposta. La legge di Bilancio ha prorogato l’agevolazione fino al 2028, mettendo a disposizione 2,3 miliardi per il 2026, un miliardo per il 2027 e 750 milioni per il 2028. La continuità pluriennale è quasi più importante dell’entità delle risorse, perché consente alle aziende di programmare investimenti complessi senza dipendere da proroghe annuali approvate all’ultimo momento.

Sono agevolabili gli acquisti di nuovi macchinari, impianti e attrezzature, ma anche i terreni e la costruzione o l’ampliamento degli immobili strumentali. L’obiettivo non è quindi sostenere genericamente la spesa delle imprese, ma favorire la nascita di nuove capacità produttive e il rafforzamento di quelle già presenti.

A questo si aggiunge il tema dell’accesso al credito. Il protocollo sottoscritto con l’Associazione bancaria italiana punta ad agevolare il finanziamento delle imprese che investono nella ZES. Intesa Sanpaolo e Confindustria hanno inoltre presentato il programma “ZES 2.0”, accompagnato da un plafond di 60 miliardi di euro. La disponibilità di incentivi pubblici, infatti, non elimina il bisogno di capitale privato: molte aziende, soprattutto di piccole e medie dimensioni, rischiano di possedere un progetto valido senza disporre della liquidità necessaria per realizzarlo.

Restano però alcuni nodi irrisolti. Il primo riguarda la distribuzione territoriale degli investimenti. Una ZES che comprende dieci regioni, dopo l’ingresso di Marche e Umbria, rischia di premiare soprattutto le aree già dotate di porti, collegamenti ferroviari e distretti industriali, lasciando indietro le zone interne. La semplificazione amministrativa non può compensare da sola l’assenza di infrastrutture, energia a prezzi competitivi, reti digitali e servizi pubblici efficienti.

Il secondo nodo riguarda la selezione degli investimenti. Alcuni osservatori contestano alla ZES di essere rimasta uno strumento troppo orizzontale, incapace di indirizzare adeguatamente le risorse verso filiere strategiche. Il Piano individua nove filiere e tre tecnologie prioritarie, ma sarà necessario verificare se questa selezione produrrà realmente una politica industriale o resterà soltanto una classificazione formale.

Il terzo riguarda l’occupazione. I 25 mila posti stimati rappresentano un risultato rilevante, ma il monitoraggio dovrà indicare quanti siano già stati creati, quanti siano ancora collegati a progetti in fase di realizzazione e quale sia la qualità dei contratti. Il successo della ZES non può essere misurato soltanto attraverso la quantità del lavoro: deve produrre occupazione stabile, qualificata e capace di trattenere nel Mezzogiorno giovani e competenze.

Proprio il monitoraggio rappresenta il passaggio decisivo. Il Dipartimento per il Sud dispone oggi di una struttura incaricata di seguire i progetti che hanno ottenuto l’autorizzazione e di condividere i dati sul loro avanzamento. Sarà necessario rendere queste informazioni sempre più accessibili, distinguendo chiaramente tra investimento annunciato, autorizzato, avviato e completato.

La ZES unica ha già vinto una prima sfida: ha dimostrato che anche nel Mezzogiorno è possibile ridurre i tempi amministrativi e offrire alle imprese un interlocutore riconoscibile. Ora deve vincerne una più difficile: trasformarsi da macchina delle autorizzazioni in regia permanente dello sviluppo.

Per riuscirci servirà collegare ogni progetto alle infrastrutture necessarie, alle competenze richieste dalle imprese e alle vocazioni produttive dei territori. Servirà impedire che il credito d’imposta finanzi investimenti isolati, incapaci di generare filiere e occupazione duratura. E servirà soprattutto una continuità politica e finanziaria che vada oltre le scadenze di una singola legge di Bilancio.

Giosy Romano ha costruito un modello amministrativo che comincia a essere osservato anche fuori dal Mezzogiorno. Non è un caso che, mentre alcuni chiedono di estendere la ZES ad altre parti d’Italia, il governo abbia preferito preservarne per ora la specificità meridionale e ragionare su strumenti differenti per le altre aree produttive.

La ZES non ha ancora risolto tutti i problemi del Sud e sarebbe propagandistico sostenerlo. Ha però cominciato a rimuovere uno degli ostacoli più antichi: l’idea che nel Mezzogiorno qualsiasi investimento debba inevitabilmente perdersi tra ritardi, veti e sovrapposizioni burocratiche.

I 9 miliardi di investimenti diretti e i 25 mila posti di lavoro stimati rappresentano il punto di partenza. Il vero successo arriverà quando quei numeri potranno essere letti non soltanto nei rapporti economici, ma nei cantieri aperti, nelle fabbriche operative e nei giovani che avranno finalmente scelto di restare.

 

 

 

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
E tu cosa ne pensi?

You must be logged in to post a comment Login

Lascia un commento