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X, il regno dei bot? Quando il consenso rischia di essere solo un’illusione digitale

Su X le reti di bot e l’intelligenza artificiale creano finte maggioranze per manipolare i mercati e il dibattito pubblico. Ecco come l’algoritmo viene ingannato e come difendere i propri investimenti e le proprie idee.

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Chi frequenta quotidianamente X, la piattaforma un tempo chiamata Twitter, ha probabilmente avuto la stessa sensazione: pubblicare un commento su un tema politico o economico significa spesso essere sommersi, nel giro di pochi minuti, da decine di risposte provenienti da profili pressoché identici.

Pochissimi follower, attività limitata, fotografie inesistenti oppure palesemente artificiali, nomi improbabili composti da lettere e numeri, messaggi quasi sempre stereotipati e una sorprendente sincronia negli interventi. Non è soltanto un’impressione. Da anni il mondo accademico studia questo fenomeno e le conclusioni sono tutt’altro che rassicuranti.

Occorre precisare un punto fondamentale. Nessuno studio serio sostiene che la maggioranza degli utenti di X sia costituita da bot. Sarebbe una conclusione arbitraria e non supportata dai dati. Tuttavia, un numero crescente di ricerche dimostra come reti relativamente ristrette di account automatizzati o coordinati possano alterare in misura significativa il dibattito pubblico, influenzando la percezione del consenso e amplificando artificialmente determinati contenuti.

Il concetto oggi utilizzato dagli studiosi è quello di coordinated inauthentic behavior, ossia “comportamento coordinato non autentico”. Non si tratta necessariamente di milioni di robot che dialogano fra loro. È un sistema molto più sofisticato.

Esistono account completamente automatizzati, ma anche profili gestiti da persone che utilizzano software di automazione o sistemi di intelligenza artificiale per pubblicare, commentare e rilanciare contenuti. Accanto a questi operano gruppi di utenti reali che agiscono in maniera coordinata, intervenendo contemporaneamente sugli stessi argomenti per far apparire una determinata posizione molto più diffusa di quanto non sia nella realtà.

In altre parole, il problema non è soltanto il bot. È l’intera architettura della manipolazione del consenso.

Gli studi più recenti mostrano come questi account coordinati riescano a inserirsi nelle primissime fasi della diffusione di un messaggio, aumentando la probabilità che gli algoritmi della piattaforma lo considerino rilevante e lo distribuiscano a un pubblico molto più ampio. È un meccanismo che sfrutta la logica stessa dei social network: ciò che genera rapidamente interazioni viene automaticamente premiato con maggiore visibilità.

Il risultato è un effetto psicologico ben noto: l’utente comune finisce per credere che una determinata opinione sia largamente condivisa semplicemente perché la vede ripetersi centinaia di volte in pochi minuti.

È il cosiddetto “effetto falsa maggioranza”.

Tra tutte le grandi piattaforme social, X appare oggi quella maggiormente esposta a questo fenomeno. La struttura stessa del social, fondata sulla rapidità della conversazione pubblica, sulla viralità dei repost e sulla centralità dell’algoritmo nella diffusione dei contenuti, rende particolarmente efficace l’azione di reti coordinate.

Dopo l’acquisizione della piattaforma da parte di Elon Musk, numerosi studi hanno inoltre osservato che non vi è stata una riduzione significativa dell’attività degli account inautentici; alcune analisi rilevano persino un possibile incremento della loro presenza, pur senza attribuire con certezza tale andamento alle scelte gestionali della società.

L’intelligenza artificiale sta poi modificando ulteriormente lo scenario.

Oggi è possibile creare migliaia di profili apparentemente credibili utilizzando fotografie generate artificialmente, testi perfettamente coerenti e risposte prodotte automaticamente da modelli linguistici. Distinguere un utente autentico da uno artificiale diventa sempre più difficile, soprattutto durante eventi politici, crisi internazionali o campagne elettorali.

Per questo motivo gli esperti invitano a spostare l’attenzione dal singolo account alla rete di relazioni. Più che chiedersi se un profilo sia vero o falso, occorre osservare se decine o centinaia di profili pubblicano gli stessi contenuti nello stesso momento, con le stesse parole e seguendo gli stessi schemi temporali. È questa sincronizzazione a costituire il principale indicatore di un’operazione coordinata.

Naturalmente non bisogna cadere nell’eccesso opposto. Non ogni utente con pochi follower è un bot. Non ogni opinione diversa dalla propria nasce da una manipolazione. Sarebbe un errore speculare.

Il problema, però, è reale.

Le moderne campagne di influenza non cercano necessariamente di convincere le persone. Più spesso puntano a confondere, polarizzare, intimidire o dare l’impressione che esista un consenso molto più ampio di quello effettivo.

In questo senso il rischio maggiore non consiste tanto nella presenza dei bot, quanto nella progressiva erosione della fiducia nel dibattito pubblico. Se gli utenti iniziano a dubitare dell’autenticità delle conversazioni, diventa difficile distinguere il consenso spontaneo da quello artificialmente costruito.

La sfida, dunque, non riguarda soltanto X. Riguarda il futuro stesso dello spazio pubblico digitale. Perché una democrazia può sopportare il dissenso, ma fatica a sopravvivere quando non è più in grado di distinguere le persone dagli algoritmi.

Antonio Maria Rinaldi

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