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UN’OCCASIONE PER SALVARE L’ITALIA

Sulla “Stampa” del 12 aprile, Stefano Lepri scrive un garbato articolo in cui afferma che siamo in un momento in cui potremmo fare qualcosa di utile per il nostro Paese. La congiuntura è positiva (tassi d’interesse quasi a zero, euro debole, petrolio a buon mercato) e questa situazione è purtroppo transitoria. La ripresa non è energica in nessun posto, “la Cina dovrà fare i conti con gli investimenti in eccesso dei suoi anni di crescita al galoppo”, e la finestra positiva non rimarrà a lungo aperta. Bisognerebbe saper approfittare dell’occasione.
Le ricette di Lepri tuttavia sorprendono. Si deve innanzi tutto prescindere da affermazioni quasi comiche come la seguente: “L’Europa dovrà trovare soprattutto dentro di sé le energie per muoversi con un ritmo più spedito”. Più spedito? Lepri insomma non vede che l’Europa è ferma.
Purtroppo, i provvedimenti concreti in cui egli ripone la sua fiducia non sembrano molto più efficaci. Sarebbe bello – sostiene – veder realizzata la promessa di “mettere on-line le performance delle amministrazioni locali”. E mentre l’Italia rischia ancora di crollare, ci si va ad interessare della pubblicità dei bilanci comunali, quando si sa che sono sempre in deficit e sempre ripianati dallo Stato? Se fino ad oggi quella pubblicità non si è avuta, è probabilmente perché si è spazzata la polvere sotto il tappeto. Comunque, stiamo parlando di briciole.
Altro rimedio: “Legare a parametri precisi i bilanci degli enti locali”. Sì, ma se poi le strade rimangono al buio, la sera, o i comuni non pagano gli stipendi? Economicamente sarebbe giusto, ma politicamente? “Rivedere uno per uno i capitoli della spesa pubblica”. Ma non s’è accorto Lepri che fino ad ora non c’è riuscito nessuno? Per contarli potremmo anche contarli, ma cambiarli? Cottarelli se n’è andato dall’Italia per non perdere il suo tempo. Una cosa è parlare, un’altra è fare. Ed ecco la conclusione dell’editorialista: “Si discuta con serietà su che cosa conviene puntare”. Ed è proprio ciò che si tenterà di fare qui.
Il discorso di Lepri somiglia ad una compita discussione sul raffreddore del malato di cancro. Siamo – ancora e sempre – a rischio fallimento (ché anzi, tecnicamente, siamo già falliti, ma come tanti altri Paesi) e lui scrive queste consolanti parole: “L’ansia per il nostro gran debito accumulato si attenua”. Può anche darsi che la velocità della massa di terra e roccia della frana che pesa sul villaggio abbia rallentato il suo corso, ma è ancora lì. E non soltanto potrebbe riprendere a muoversi più velocemente, ma potrebbe anche rovinare a valle d’un colpo solo, per esempio con un terremoto finanziario. L’ansia si attenua, certo: ma non per i geologi.
Gli Stati si sono convinti che il denaro potesse circolare a fronte di niente, e dunque potesse essere immesso nel mercato in quantità illimitate, e così si sono poste le premesse per una tragedia. L’economista Gerardo Coco scrive che il debito pubblico ha galoppato nel mondo, dal 2007 ad oggi, da 33 trilioni di dollari a 58. E intelligentemente spiega che cosa sia un trilione, oltre che un vago concetto aritmetico. Trasformiamo i dollari in secondi. Un milione di quegli attimi corrisponde a undici giorni e mezzo; un miliardo a trentadue anni. E un trilione? Andiamo nella preistoria: a 32.000 anni fa. E se i trilioni sono 58, si va a 1.856.000 anni fa. Non è necessario spiegare che gli Stati non saranno mai in grado di ripagare questo debito. E non è neppure necessario spiegare che ci sarà un momento in cui la cambiale andrà in pagamento. È fatale come la frana sospesa sul villaggio di montagna. Dunque Lepri gira intorno al problema ignorandone i capisaldi. Una crisi di fiducia della Borsa potrebbe innescare la più grave catastrofe economica mondiale dall’epoca del baratto; per giunta, il nostro modello sociale e produttivo è sbagliato e non c’è modo di cambiarlo. L’Italia non si separerà mai dall’illusione, così a lungo coltivata dai governi, che, dando poco, la gente possa avere molto dallo Stato. Oggi in realtà la gente dà troppo (enorme pressione fiscale) e ottiene poco. Era ovvio, per chi ha un’idea chiara di come funziona lo statalismo, ma non esiste nessuna possibilità che il popolo cambi opinione. Il Welfare State, questo socialismo sostanziale di cui è impregnata la società da almeno ottant’anni, è per tutti un’evidenza ancor più chiara della rotazione terrestre. Soltanto una catastrofica bancarotta – più o meno fatale – ne dimostrerà l’insostenibilità.
Forse ha ragione Matteo Renzi, nel suo bugiardo, provocatorio e offensivo ottimismo. Dal momento che il governo non può far nulla per cambiare il nostro destino, l’unica è tirare a campare e far finta di governare godendosi l’auto blu e l’aereo di Stato.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 aprile 2015

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