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Una proposta per tagliare il debito pubblico e riformare le banche di M.Fratianni e P.Savona

 


Il problema del debito pubblico italiano torna agli onori della cronaca nonostante non sia mai sparito dagli onori … della realtà. Noi ce ne stiamo occupando sin dal 1993, quando presentammo al Presidente del Consiglio Ciampi la prima proposta di mettere il patrimonio pubblico a presidio di un’operazione di conversione dei titoli di Stato che abbattesse il tasso dell’interesse allora nell’ordine medio del 13,5%, con spread stratosferici rispetto a quello che oggi il mercato chiede. Ciampi rispose che il suo Governo era politicamente troppo debole per potere resistere all’assalto per ottenere una maggiore spesa pubblica che sarebbe seguito dall’abbattimento del rapporto debito pubblico/PIL risultante dall’attuazione del progetto sottopostogli. Non se ne fece niente.

A seguito della crisi finanziaria americana esplosa nel 2008, da queste stesse colonne proponemmo, con il collega Antonio Rinaldi, una conversione di titoli di Stato offrendo dei diritti di acquisto (warrant) su componenti del patrimonio pubblico. Le obiezioni che furono sollevate riguardavano soprattutto il valore effettivo del patrimonio pubblico e le difficoltà di realizzazione di una siffatta operazione; alla nostra proposta furono contrapposte diverse forme di tassazione della ricchezza, sulle quali questo giornale diede ampia e specifica informazione. Ancora una volta non se ne fece niente, facendo insorgere il sospetto che l’elevato livello del debito pubblico sia considerato, nel migliore dei casi, una barriera per arginare la spinta della spesa pubblica o, nel peggiore, un attaccamento al patrimonio pubblico quale fonte di alimentazione della spesa corrente, come in effetti è stato.

Ritorniamo ora alla carica proponendo una profonda riforma che risolva, in aggiunta a una riduzione del rapporto Debito/PIL, altri due gravi problemi: quello del risparmio privato, che va tutelato come è prescritto nella nostra Costituzione, e quello delle banche, a cui questo risparmio è affidato, che soffrono le conseguenze della grande crisi finanziaria e della crisi del debito sovrano. La nostra proposta si cala nel solco di una letteratura economica che va indietro nel tempo e tiene conto dei progressi tecnologici registrati ai giorni nostri. Essa consiste nel dividere le banche che raccolgono moneta (money bank) da quelle che concedono credito (credit bank) al fine di annullare i rischi e oneri di gestione delle insolvenze che gravano sui depositi e di concentrare l’attività delle banche nella valutazione del merito per concedere credito al fine di ridurre le sofferenze.

Nella nostra proposta il credito non sarebbe più finanziato da depositi ma da capitale e obbligazioni. I depositi sono attualmente garantiti fino a un massimo di 100 mila euro, ma solo potenzialmente data l’esiguità del Fondo di tutela dei depositi e la proibizione che lo Stato intervenga per integrarlo.

Nella nostra proposta, i risparmiatori sposterebbero i loro depositi su basi volontarie presso una nuova istituzione statale, la banca-moneta, la quale li custodirebbe nella catena telematica blockchain attivabile solo da parte dei titolari per effettuare pagamenti con un semplice click dal telefonino o dal computer, senza che forze a questi esterne possano usarle per altri fini. La banca-moneta “collateralizzebbe” i depositi con debito pubblico e, di conseguenza, l’ammontare dei depositi entrerebbe nel calcolo di tale debito come una posta attiva, ossia in senso riduttivo.

Qualora l’intera massa in essere di depositi “garantibili” si spostasse, in quanto perfettamente sicura e meno costosa da tenere, il saldo del debito pubblico si ridurrebbe di circa 800 mld, convergendo verso l’85% del PIL dall’attuale 134%.

Siamo consci delle reazioni che una tale proposta causerebbe se non meditata nelle sue implicazioni complessive. Si dirà che è una pura finzione contabile, ma essa va oltre questo contenuto formale perché comporta anche una serie di economie esterne, oltre a iniziare ad affrontare il problema del debito pubblico:

  1. richiamare l’attenzione dei mercati sul fatto che l’Italia ha un debito sovrano a fronte del quale la ricchezza del paese è circa 6 volte il PIL e i mezzi di pagamento ne sono parte integrante;
  2. i depositanti sarebbero garantiti che i loro mezzi di pagamento non verranno più messi a rischio concedendo credito, il costo di mantenimento si ridurrebbe rispetto a quello oggi praticato dalle banche e l’uso reso più semplice, con effetti sociali rilevanti perché la gran parte è nelle mani delle classi di reddito minori;
  3. le banche non avrebbero più gli oneri di finanziamento dei fondi tutela depositi, che non sarebbero più necessari;
  4. le banche dovrebbero tornare a fare il loro mestiere, ovvero concedere credito alle imprese e alle famiglie, con strategie di sviluppo centrate su questo obiettivo e non sul sistema dei pagamenti, comportandosi da imprenditrici invece che da rentier;
  5. il miglioramento che ne conseguirebbe per le valutazioni del merito di credito innalzerebbe la performance del sistema economico italiano complessivo perché sarebbero scelti gli imprenditori capaci di rimborsare il credito, senza incorrere nel rischio derivante da comportamenti di azzardo morale oggi connessi con la garanzia formale e informale sui depositi.

Nello spazio offerto da un commento, non è possibile dilungarsi su questi e altri vantaggi derivanti dall’attuazione del programma di riforma strutturale del sistema dei pagamenti e del credito che proponiamo. Tuttavia, come per gli altri progetti avanzati, il presupposto è che la politica ponga fine irreversibilmente e per un lungo periodo all’aumento della spesa pubblica in deficit, per non trovarsi sempre di fronte alla necessità di aumentare le tasse a seguito di aumenti di spesa, con effetti deflazionistici che peggiorano il rapporto debito pubblico/PIL.

Occorre rompere questo circolo vizioso, smettendo di praticare l’ignavia sull’entità del debito sovrano.

Michele Fratianni e Paolo SAVONA Milano Finanza 11.2.17

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