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TRUMP, REFERENDUM, SPREAD di Nino Galloni

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Sembra proprio che Donald Trump non voglia ripetere i due errori dei suoi predecessori repubblicani; quindi ridurrà le tasse, ma non la spesa pubblica (così aiuterà la parte più debole della disastrata classe media) e difendera’ occupazione e produzione in comparti di base come carbone e siderurgico che sono connessi tra loro.

Un maggior deficit pubblico con più investimenti produttivi tendera’ a un deprezzamento del dollaro: una mano santa per gli Americani ed un problema in più per eurolandia e Cina.
In tal caso non avrà bisogno di un grande protezionismo ed eviterà le svalutazioni competitive della moneta cinese, ma forse non dello yen.
Ma ciò non basterà a rendere competitive le produzioni industriali tradizionali senza notevoli investimenti tecnologici. Così Trump tendera’ a smarcarsi dalle derive ambientali che lo attaccheranno in tutti i modi nei prossimi due anni circa; dopodiché l’attività solare dovrebbe attenuarsi e il clima volgere a freddo.

Scendendo al nostro piccolo, i sostenitori del SI al Referendum, presi da disperazione, gettano la maschera: “se vince il no esplode lo spread, anzi già adesso le borse fanno capire di temere il No”. Allora, perché alle borse e alla finanza piace tanto il SI? Perché il SI dovrebbe favorire la riapertura dei margini di profitto delle aziende quotate?
Nei comparti innovativi e nuovi non c’è problema, ma in quelli tradizionali bisogna tagliare le spese ed il personale. Il contrario di quel che dice Trump conquistando l’appoggio dei lavoratori a rischio: quindi il SI al Referendum deve accompagnarsi – per interessare così tanto gi operatori finanziari – a minore occupazione, maggiore sottomissione dei lavoratori e profitti.

Non sappiamo come ne uscirà Trump, ma il suo menu appare in contrasto con le logiche della finanza.
E veniamo allo spread che si forma sul mercato secondario dei titoli decennali. Gli stranieri vendono se l’Italia non prosegue le “riforme” renziane; ma la BCE dovrebbe comprare. Se non lo fa è perché risulta parte in causa.
Un aumento dello spread, però, non deve significare un aumento degli interessi sui titoli del debito: 1) perché i funzionari preposti sanno che le banche comperano a tassi negativi essendo inondate dalla liquidità che le banche centrali forniscono loro in cambio della collateralizzazione dei titoli tossici, decine di volte più grandi dei debiti pubblico; 2) perché le nuove emissioni possono riguardare titoli a breve medio termine con tasso d’interesse attorno a zero; 3) perché lo Stato nazionale può contenere il deficit emettendo moneta elettronica, metallica e biglietti a circolazione solo interna.

Certo, all’indomani della vittoria del NO, Renzi – in vista di un suo rientro in gioco a medio termine – potrebbe optare per una sansonata: con spread alle stelle, banche immobili e Draghi che sospende gli acquisti dei titoli pubblici italiani di cui gli operatori vorrebbero liberarsi. Ma farsi troppo male spingerebbe l’euro al tracollo… gli italiani non subirebbero e basta, ma – questa volta – toccati duramente nei propri interessi, si ribellerebbero. In ogni caso, forse, occorrerà prepararsi ai possibili scenari.

Nino Galloni


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