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Trump contro Meloni: l’ombra di Hormuz dietro le liti social. La realtà dietro le parole
“Dietro le furiose liti social tra Trump e Meloni si nasconde una crisi geopolitica senza precedenti: il no italiano sullo Stretto di Hormuz. L’alleanza trema, portando con sé drammatici rischi di dazi e tagli al gas per l’economia italiana. Scopri i retroscena che Palazzo Chigi non racconta

Il post-vertice del G7 a Évian-les-Bains ci ha consegnato uno spettacolo diplomatico che rasenta il surreale. Da giorni, il presidente americano Donald Trump e la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni si scambiano colpi al vetriolo sui social network. La miccia visibile? Una presunta foto. Secondo Trump, la premier italiana lo avrebbe “supplicato” per uno scatto insieme, richiesta che lui avrebbe esaudito solo per “pena”.
La replica di Palazzo Chigi non si è fatta attendere. Meloni si è detta “allibita” per dichiarazioni giudicate “completamente inventate”, ricordando che la sua popolarità dipende dalla difesa degli interessi nazionali e non dalle amicizie d’oltreoceano. Trump ha poi rincarato la dose, accusando l’Italia di aver voltato le spalle agli Stati Uniti e affermando che, ora che l’America ha “sconfitto militarmente l’Iran”, la premier vorrebbe tornare amica per risalire nei sondaggi.
Uno scontro che, letto superficialmente, sembra da asilo nido, o il peggio del social, e iniziato a freddo da Trump, fra l’altro con una TV sicuramente anti-meloniana. Tuttavia, dietro le quinte si nascondono crepe profonde e questioni di ben altra gravità. Per quanto umorale Trump ha lanciato un attacco a freddo che ha spiegazioni profonde.
La vera posta in gioco: lo Stretto di Hormuz
Per comprendere la reale natura di questa frattura, bisogna abbandonare il gossip e guardare alla geopolitica pura. La ruggine tra Washington e Roma non nasce da questioni di etichetta, da presunto maschilismo o da antipatie personali, ma da un dossier ben preciso: lo Stretto di Hormuz, come ben sottolineato da Atlanticoquotidiano.
Gli Stati Uniti avevano chiesto un impegno chiaro alla Marina Militare italiana per mantenere aperta questa via d’acqua fondamentale, essenziale per il transito energetico e commerciale globale. La situazione è precipitata quando Trump ha annunciato una tregua in 14 punti con l’Iran, un accordo di pacificazione che l’Italia aveva a lungo auspicato. Ci si aspettava, a quel punto, un intervento italiano tempestivo, in particolare per le operazioni di sminamento, per le quali la nostra marina ho attrezzature ed esperienza notevoli.
Invece, è arrivato il gran rifiuto. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, in visita al Pentagono, ha negato l’impiego delle nostre navi lamentando la mancanza di precondizioni sicure e di un accordo di pace definitivo e garantito. Una linea ribadita dalla stessa Meloni al G7, dove ha escluso un intervento immediato preferendo “valutare in corso d’opera” l’evoluzione della tregua.
L’Italia, storicamente pronta a supportare gli alleati – come fecero i governi del passato in Iraq, Afghanistan o in Kosovo – questa volta ha scelto di restare a guardare. Le navi cacciamine italiane sono tecnicamente pronte e già posizionate a Gibuti, eppure restano ferme. Per la Casa Bianca, la giustificazione formale del nostro governo suona come un atto di slealtà, se non peggio, di scarso coraggio.
A questo si aggiunge la questione delle basi. Il rifiuto italiano di concedere l’uso delle piste in Sicilia per i caccia americani è stato visto come uno sgarbo inaccettabile. Meloni si è trincerata dietro il rigoroso rispetto degli accordi bilaterali e la sovranità nazionale. Un “8 settembre al contrario”, come sottolineato da alcuni commentatori, che ha fatto infuriare Trump. Non stupisce, quindi, che il presidente Usa abbia negato l’incontro bilaterale a Évian. Quando Trump dice “non era lì per noi”, non parla di una fotografia mancata, ma della clamorosa assenza italiana nello Stretto di Hormuz nel momento del bisogno.
La questione di Hormuz sta diventando sempre più pressante per gli USA e per Trump. Non solo c’è il prestigio nazionale, ma anche una questione molto più terra terra legata all’esaurimento delle riserve strategiche americane, di cui parleremo in un separato articolo. Gli USA hanno liberato molto petrolio per mantenere i prezzi sotto controllo, ma questo si sta esaurendo e ormai le SPR sono al minimo dal 1983. Quindi è essenziale che riprenda il traffico nello Stretto, altrimenti assisteremo ad un’altra fiammata che colpirebbe direttamente i prezzi dei carburanti in tutto il mondo, USA compresi. Ecco il grande nervosismo di Trump, che ha sbagliato completamente i toni, ma che parte da motivazioni molto serie.

Cacciamine classe Gaeta
Le ricadute economiche e l’illusione del “fare da sé”
Le conseguenze di questo strappo diplomatico stanno già prendendo forma concreta e dolorosa. L’inviato speciale americano Paolo Zampolli si è sfilato da ogni tentativo di mediazione, portando all’annullamento della visita del ministro degli Esteri Antonio Tajani a Miami. “Il presidente ha parlato. Punto“, è stato il laconico e definitivo commento che gela i rapporti italo-americani, come riporta Marcello Bussi.
La situazione è grave, benché a Roma venga spesso trattata in modo non serio. Le ricadute macroeconomiche di questa crisi rischiano di abbattersi duramente sul sistema produttivo italiano. Il nostro apparato industriale vive di esportazioni, e l’America è un partner vitale. Ecco i punti più critici:
Dipendenza energetica: Avendo rinunciato a gran parte dei fornitori storici, l’Italia fa oggi un largo e vitale affidamento sulle navi cariche di gas naturale liquefatto (GNL) americano per far funzionare le proprie fabbriche e riscaldare le case.
Rischio Dazi e Chapter 301: Trump utilizza costantemente la leva commerciale per piegare chi non si allinea. Il rischio che l’amministrazione Usa avvii indagini per comportamenti anticoncorrenziali contro le nostre imprese (la famigerata Section 301, già usato contro la Germania nel settore farmaceutico) è altissimo. Eventuali dazi mirati metterebbero in ginocchio settori chiave come l’agroalimentare, la farmaceutica e la meccanica di precisione.
In questo scenario teso, l’amministrazione americana dimostra spesso di non cogliere le sfumature istituzionali italiane, trattando la presidenza del Consiglio con le stesse prerogative della presidenza della Repubblica. Tuttavia, a Palazzo Chigi manca un’uguale lucidità: non si è compreso che la questione di Hormuz è percepita a Washington come un tema vitale di sicurezza nazionale. Non si può pensare di aspettare 60 giorni, non ci si fa una bella figura, non solo nei confronti di Trump, ma anche degli Stati del Golfo nostri amici, a cui sembra i politici italiani, un po’ tutti, tengono molto.
L’Italia ha tutto il diritto, e forse il dovere, di rivendicare la propria autonomia e di “fare da sé”. Ma questo approccio non deve tradursi in una supina dipendenza dalla Francia o dai vertici di Bruxelles, né deve apparire agli occhi della prima potenza mondiale come una fuga dalle responsabilità. Rispondere con tono piccato e pungente alle provocazioni social del presidente Usa è un esercizio facile, che regala 48 ore di notorietà e di applausi dei sostenitori. Trovare e mantenere un equilibrio strategico di lungo termine, capace di salvaguardare la nostra economia e i nostri posti di lavoro, è invece il vero banco di prova per un governo nazionale. Poi, un giorno, con calma, potremo magari iniziare un serio discorso sul significato attuale della NATO; la necessità di una forza di deterrenza autonoma, sugli interessi strategici nazionali, magari quando la situazione istituzionale permetterà di parlarne senza essere continuamente richiamati al’ordine del rispetto dei “Voleri superiori”, ma questo non può avvenire con lo scambio di battute sui social media.








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