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LA TRENTADUESIMA PROROGA

 

La miopia è quel difetto della vista che fa vedere molto chiaramente le cose vicine, e ricopre di una nebbia indecifrabile le cose lontane. Naturalmente il termine viene usato anche col senso di “incapacità di tenere conto del futuro”. Questa è una caratteristica naturale dei bambini che le persone normali perdono crescendo, a meno che, da adulti, il futuro lo si veda benissimo, ma si faccia finta di non vederlo. È il caso del politico. Per lui le prossime elezioni sono l’orizzonte e le colonne d’Ercole della realtà, tanto che adotta soltanto quei provvedimenti che potranno portargli consensi, entro quel termine, e poco importa se in seguito avranno risultati disastrosi.

Il massimo esempio di questo tipo di crimine è il nostro debito pubblico, su cui non val la pena di dilungarsi, tanto ne sono note le esiziali conseguenze. Sottolineiamo soltanto che i politici si sono a lungo comportati come se potessero all’infinito spendere il denaro che non avevano. In realtà contavano di mandare il conto alle generazioni future: e infatti l’abbiamo ricevuto.

Un secondo esempio di incommensurabile stupidità e miopia fu il provvedimento in base al quale molto tempo fa – non riesco a trovare in che data – un Ministro delle Finanze ebbe la brillante idea di chiedere ai cittadini di pagare, in quell’anno, anche le tasse dell’anno seguente, sotto forma d’acconto. Così momentaneamente incrementò le entrate dell’erario, ma da allora tutti i cittadini sono tenuti ad infiniti calcoli di acconti e di saldi. E il bello è che, dal momento che non ci sarà mai un governo che potrà rinunciare a tutte le entrate di un anno, questa follia continuerà per sempre. Da fustigazione.

Un altro esempio macroscopico di miopia fu non capire che l’unico equo canone è quello che risulta dal libero mercato. Ma lo Stato era ideologico e di sinistra, nel 1978, e non intendeva ragioni: il locatore era sempre un bieco, ricco sfruttatore (infatti aveva una seconda casa), l’inquilino era sempre un poveraccio maltrattato, dunque volle costringere il “ricco” a “dare” la sua casa al povero a prezzi stracciati. Così riuscì ad uccidere il mercato delle locazioni.  Ricavandone più guai che soldi, i cittadini vendettero le loro case, e così quelli che ne volevano una dovettero comprarla. Oggi circa l’ottanta per cento degli italiani vive in casa propria, una delle percentuali più alte al mondo, e tanto peggio per chi non se l’è potuta permettere.

Il mercato delle locazioni è talmente asfittico che il fortunato che ha trovato una casa da prendere a pigione “ad equo canone” non ha più voluto uscirne. Neanche a contratto scaduto. E allora lo stesso Stato discepolo di Proudhon, che aveva vinto la guerra contro i proprietari di casa che volevano ricavarne un canone economicamente remunerativo, l’ha vinta anche contro gli imprudenti che hanno commesso l’errore di non venderla e di  concederla in locazione. Infatti – in violazione delle sue proprie leggi – ha imposto loro di tenersi l’inquilino a tempo indeterminato. Stiamo parlando non di una, non di due, non di dieci proroghe degli sfratti per finita locazione, ma di ben trentuno.

Ora il governo ha proclamato che non procederà alla trentaduesima, ma non è detto che il provvedimento regga fino alla concreta attuazione. In Italia la casa  appartiene a chi vi abita. Magari sborserà un piccolo canone, ma in compenso per quell’alloggio non sarà tenuto a pagare né le tasse, né le spese straordinarie. Di questo passo, o si è detentori di una casa o, potendo, si dovrà abitare in albergo.

Gli esempi sono infiniti. Ricordiamo che funzionano ancora inutili tratti di ferrovia (detti “rami secchi”) tenuti aperti soltanto per distribuire stipendi; ricordiamo i dodicimila forestali calabresi, più numerosi di tutti quelli in servizi in Canada (regione un po’ più grande); ricordiamo le baby pensioni d’un tempo, i sussidi a pioggia, anche a chi ha presentato certificati medici falsi per averli, le infinite creste sulla spesa del settore sanità, insomma lo sfascio di un Paese in cui le buone intenzioni proclamate sono l’alibi di ruberie per fini di peculato o di successo elettorale.

Ora il governo ha assunto la posa gladiatoria di chi dice “basta!”, ma abbiamo troppa esperienza per credergli. Probabilmente, dinanzi alla reazione della demagogia e del buonismo nazionali, farà marcia indietro e proclamerà la trentaduesima proroga degli sfratti. Solo un po’ in ritardo rispetto al solito.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

3 gennaio 2015

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