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THINK POSITIVE

L’uomo vive di presente e di futuro. Quando si è affamati fa piacere mangiare, ma il piacere è moltiplicato se si sa che si proseguirà fino al caffè e all’ammazzacaffè, ed è dimezzato se si sa che ci sarà dato soltanto un assaggio. Corrispondentemente, la situazione più triste è quando tutto va male e si teme che vada anche peggio. E chi lo dice riceve subito la qualifica di pessimista, mentre ciò che conta è soltanto sapere se la previsione sia fondata o infondata. “Pensare positivo” serve a poco. Se il servizio meteorologico dice che pioverà a dirotto, sperare il contrario non cambierà nulla.

Nella situazione presente nulla indica che si sia imboccata la strada giusta per migliorare le prospettive. Forse gli Stati Uniti stanno uscendo dalla loro crisi ma sono comunque stremati e ben risoluti a non occuparsi dei problemi del mondo. Inutile prendersela con Obama. Non sarà un grande presidente, ma la sua politica dipende anche dallo stato d’animo isolazionista del Paese. Un tempo l’America l’Isis l’avrebbe spazzato via come una mosca importuna, felice d’avere un nemico schierato in campo – e non dei terroristi – da fare a pezzi. Oggi invece si limita a far giocare i suoi piloti al tiro al bersaglio, mentre è noto che le guerre si vincono con gli stivali dei fanti sul terreno.

Dopo decenni di pace, la Russia si è trasformata in un problema per la sopravvivenza degli Stati che l’attorniano.  Sarà magari in buona fede, a causa dei suoi complessi di accerchiamento, ma l’Ucraina s’è vista scippare la Crimea e i Paesi baltici continuano a trepidare. Chi ha subito per mezzo secolo l’oppressione dello straniero ha troppi brutti ricordi per dormire sereno.

Infine c’è il problema di un integralismo islamico che, pur rappresentando un’assurda nostalgia del Medio Evo, continua a guadagnare terreno. Centinaia di milioni di persone devono prendere in considerazione l’ipotesi che la loro nazione, invece di avviarsi al futuro, si volga al passato, accettando l’oppressione teocratica e pagando lo scotto d’una ancor maggiore miseria. Purtroppo i connazionali dei fanatici sono incapaci di contrastare il loro bigottismo selvaggio, anche perché i terroristi  sono epifenomeni di riaffioranti patologie collettive. Mentre in Europa o in America i terroristi attaccano degli innocenti a tradimento, molti loro correligionari nel loro subconscio traducono la ferocia in una sorta di rivincita per sconfitte che risalgono a Poitiers (732 d.C.) e alla Reconquista, alla fine del ‘400. E non capiscono che ciò che li ha veramente sconfitti è l’inerzia predicata dalla loro fede.

E non è più rosea la realtà economica. Prima il continente non era unito ma desiderava esserlo, ora l’aggettivo “europeo” ha perso il suo fascino. L’Italia è invischiata in un incubo collettivista da cui rifiuta d’uscire. Attribuisce la propria crisi ad ogni sorta di ragione – e in primo luogo all’euro – e non vede che la cosa più grave  è la nostra bassa produttività. Purtroppo stiamo finalmente vincendo la nostra guerra contro il profitto e contro l’impresa.

La Cina ha finito di crescere come prima, ed ha il problema di mantenere la piena occupazione e per questo ha bisogno di continuare ad esportare in modo forsennato: ma ha senso un simile squilibrio export-import? Oggi ha in cassa una quantità mostruosa di bond americani, comprati pur di tenere basso il cambio dello yuan, ma che avverrà, sia alla Cina sia all’America, quando bisognerà decidere che farne? Tutto ciò che è squilibrato prima o poi produce dei guasti.

Il mondo intero s’è illuso di saper governare l’economia ed ha posto le premesse d’immensi problemi che prima o poi andranno risolti. L’infelice momento in cui la realtà presenta il conto lo si può ritardare, non eliminare.

Nel mondo la quantità di denaro – includendoci quello iscritto nei vari registri e i debiti pubblici – è strabiliante. Tanto che (salvo errori) si è parlato di “finanziarizzazione dell’economia”. Questa massa gigantesca non ha più nessun rapporto con la realtà. A fronte di essa non c’è quasi nulla: al massimo, una piccola percentuale di beni. Ma il potere d’acquisto rimane la ratio del denaro, e se questa manca, il denaro è solo un sogno.

Il fenomeno può essere spiegato stabilendo un parallelo con ciò che Carl von Clausewitz ha scritto della guerra, di cui è il massimo teorico. I rapporti fra le nazioni sono costantemente dominati dalla forza, virtuale od attuale. In tempo di pace gli Stati si alleano o si minacciano, si impongono o cedono, in base alla forza virtuale. È come se il più forte dicesse: “Se non fai questo ti bastono”; e il meno forte rispondesse: “Sì, ma quanto ti costerebbe?”. E fino a quando riescono ad accordarsi dura la pace. Quando non ci riescono “la cambiale della forza” è presentata all’incasso e si chiama guerra.

Lo stesso vale per il denaro. Finché l’investitore lo detiene proponendosi di utilizzarlo un giorno, siamo in tempo di pace. Il giorno in cui, per qualsivoglia ragione, si prova a spenderlo, la cambiale è presentata all’incasso, e se di fronte ad essa non ci sono beni a sufficienza, chi possedeva quel denaro si accorge di non avere niente. È proprio questo il rischio che corre il mondo. Forse rischio non è la parola adatta: non si tratta infatti di “se”, ma di “quando” il denaro si riverserà sul mercato. E allora sarà una catastrofe. Il contatore sarà rimesso a zero per molti Paesi.

L’eurozona ha inoltre i suoi rischi particolari. Quando si è costituito l’euro, si è stabilita una quotazione sulla base del potere d’acquisto di ciascuna moneta in quel momento: ma come si è potuto pensare che quella corrispondenza si sarebbe mantenuta nel corso dei decenni, mentre tutto era diverso, politicamente, fra i vari Paesi? Questa è una delle ragioni della tragedia economica da cui non si riesce ad uscire. Come se non bastasse, prima era soltanto l’Italia il grande malato di debito pubblico, ora tutti i grandi Paesi l’hanno raggiunta nel club di coloro che non potranno mai rimborsarlo. L’unica soluzione sarà quella di non pagarlo: ma come si farà? Con una mostruosa svalutazione? Con una guerra? Comunque con un finale da tragedia.

E dunque, come si fa ad essere ottimisti?

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

2 febbraio 2015

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