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Terremoto a Sofia: Radev stravince le elezioni. Il pragmatismo (e l’energia) battono i desiderata di Bruxelles
L’ex presidente Rumen Radev trionfa alle elezioni in Bulgaria con un programma di centrosinistra pragmatico. La priorità ai costi energetici e i dubbi sulle armi a Kiev avvisano Bruxelles: l’economia reale batte l’ideologia.

La Bulgaria ci riprova. Per l’ottava volta in appena cinque anni, i cittadini si sono recati alle urne per eleggere un nuovo parlamento per cercare di uscire da un’impasse che sembrava infinita. E questa volta, i risultati tracciano una direzione chiara, destinata inevitabilmente a far suonare qualche campanello d’allarme nei corridoi delle istituzioni europee.
Secondo le proiezioni e gli exit poll, l’alleanza di centrosinistra “Bulgaria Progressista”, guidata dall’ex presidente della Repubblica Rumen Radev, è la netta vincitrice della tornata elettorale. Un trionfo che sfiora la maggioranza assoluta in un parlamento storicamente frammentato. L’ex pilota, che si è affermato con percentuali molto interessanti, divente ora un elemento essenziale per formare il nuovo governo.
Ecco i numeri emersi dalle urne, a fronte di un’affluenza stimata al 43,4%:
“Bulgaria Progressista” (Rumen Radev – Centrosinistra): 39% – 44%
GERB-SDS (Boyko Borissov – Centrodestra): 14% – 16%
PP-DB (Liberali): 12% – 14%
Gli analisti di Alpha Research non escludono che Radev possa addirittura avere i numeri per governare in autonomia. Ma cosa significa, economicamente e politicamente, questo risultato?
Le procedure di spoglio dei voti procedono con lentezza:
Bulgaria, 32.9% of votes counted:
National parliament election
PB-*: 44.6% (+0.3)
PP-DB-RE|EPP: 15.0% (-0.4)
GERB-SDS-EPP: 12.6% (+0.2)
V-ESN: 4.8% (-0.1)
DPS-NN-NI: 4.1% (+0.0)
MECh-*: 3.4% (-0.0)
Velichie-*: 3.4% (-0.1)
Siyanie-G/EFA: 3.3% (+0.0)
BSPOL-S&D: 3.0% (+0.0)… pic.twitter.com/NkRvlGiIZD— Europe Elects (@EuropeElects) April 20, 2026
Il paradosso bulgaro: la sinistra che dialoga con Mosca
Mentre nell’Europa occidentale le forze di centrosinistra si sono spesso trasformate nelle più convinte sostenitrici dell’oltranzismo atlantico, in Bulgaria assistiamo a un fenomeno politicamente innovativo. Radev stravince proponendo una piattaforma che fa del dialogo e del pragmatismo geopolitico il suo fulcro.
L’ex generale dell’aeronautica, 62 anni, ha costruito la sua vittoria su due pilastri estremamente concreti:
La rottura del modello oligarchico: un attacco frontale al sistema di potere che ha frenato lo sviluppo del Paese e alimentato la corruzione.
Il realismo economico: il fermo rifiuto di fornire armi all’Ucraina, motivato da una pura constatazione di bilancio. La Bulgaria, ha spiegato Radev, non ha senso che spenda le sue scarse risorse all’estero quando deve sostenere una domanda interna ancora debole.
Lo scontento popolare era già significato dalle dimostrazioni di massa in piazza fra il 2025 e l’inizio del 2026 contro l’adozione dell’Euro.
L’energia detta la linea (e i voti)
Non è un segreto che l’economia bulgara e la sua competitività industriale siano fortemente sensibili ai costi energetici. Auspicare “relazioni pragmatiche con la Russia, basate sul rispetto reciproco”, come ha dichiarato Radev, significa essenzialmente garantirsi forniture stabili per le imprese e bollette sostenibili per le famiglie. Un approccio puramente keynesiano: prima la salvaguardia dell’economia reale e del portafoglio dei cittadini, poi i massimi sistemi geopolitici.
A farne le spese è stato l’ex premier Boyko Borissov (GERB-SDS). Durante la campagna elettorale, l’establishment ha rivendicato i successi istituzionali, primo fra tutti l’introduzione dell’euro a inizio anno. L’elettorato, tuttavia, ha risposto in modo glaciale. Evidentemente l’arrivo della moneta unica non è stato avvertito come un grosso vantaggio.
. L’ortodossia di Bruxelles e i successi macro-finanziari, se non si traducono in un miglioramento del costo della vita, nelle urne pagano pochissimo, anzi sono controproducenti.
E ora? A Bruxelles preparano il Maalox
Radev non è un antieuropeista irrazionale. Ha ribadito di voler mantenere Sofia su un percorso “democratico, moderno ed europeo”, rassicurando sul fatto che non farà un uso strumentale del potere di veto sulle decisioni dell’UE riguardanti Kiev.
Tuttavia, il segnale inviato da Sofia è inequivocabile: l’allineamento incondizionato sta mostrando la corda di fronte alle impellenti necessità economiche. A Bruxelles, dove fino a ieri si dava per scontato il pilota automatico, da oggi si dovranno preparare a fare i conti con un governo che valuterà ogni direttiva comunitaria con un occhio alla geopolitica e l’altro, decisamente più attento, al proprio bilancio statale. Inoltre non è detto che l’Europa post Orban sia più antirussa rispetto a quella pre Orban: l’attuale gestione dell’economia secondo le direttive di Bruxelles non sta portando risultati postivi per nessuno, fuori dala bolla della Commissione, quindi c’è da attendersi un rafforzarsi delle posizioni più euroscettiche in futuro, almeno fuori dall’Italia.







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