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TERNI E LA THYSSENKRUPP

 

A Terni la ThyssenKrupp ha annunciato 550 licenziamenti. La prima cosa da dire è che si tratta di una tragedia collettiva. Al giorno d’oggi il mercato del lavoro è asfittico e se si è oltrepassata una certa età l’handicap è spesso insuperabile. Se si ha una specializzazione all’interno di un tipo di fabbrica non è detto che questa specializzazione sia utilizzabile in un’altra fabbrica. Insomma, se si è l’unico sostegno della famiglia, c’è da essere sinceramente disperati. Dunque tutto ciò che si potrà dire più oltre non contraddirà né sottovaluterà il sentimento di dolorosa condivisione della gravità del problema. Si discute soltanto la validità dell’attuale reazione.

Per l’annuncio di questi licenziamenti, la Triplice sindacale ha proclamato lo sciopero generale provinciale e la città si è fermata. Hanno sfilato per protesta oltre diecimila persone, forse il massimo numero che si ricordi, e certo, per solidarietà, molti estranei all’impresa. Spettacolo tanto grandioso quanto triste.

Lo sciopero è un’arma lecita a condizione che danneggi il “padrone” più di quanto non danneggi il “proletario”. Esso ha questo schema: i lavoratori chiedono qualcosa che costa un certo sacrificio al datore di lavoro, e gli fanno presente che, se pure con la perdita di qualche giorno di paga, gli potrebbero imporre un sacrificio ancora maggiore. Ma, se il datore di lavoro comincia a licenziare, è chiaro che la situazione economica è tutt’altro che rosea. O sono diminuite le commesse, o sono divenuti eccessivi i costi del lavoro, o si è in presenza di una concorrenza imbattibile, certo è che il “padrone” non naviga nell’oro. Se si priva di un consistente numero di operai è segno che, in prospettiva, è più probabile la chiusura dell’azienda che il suo rilancio. In queste condizioni, la minaccia dei lavoratori non può fare alcuna paura al datore di lavoro. Ché anzi, se aggrava la condizione economica dell’impresa,  può addirittura accelerarne il tracollo.

Ma questa banale aritmetica del dare e dell’avere in altri tempi non ha avuto corso legale. Infatti lo sciopero aveva un significato indiretto: il vero destinatario della protesta era lo Stato, cui si chiedeva d’intervenire – perfino con la minaccia di problemi di ordine pubblico – un po’ facendo da mediatore, un po’ minacciando l’impresa, e soprattutto mettendoci denaro di tasca sua. Cioè dei contribuenti. Dunque anche uno sciopero “assurdo” poteva recare beneficio ai lavoratori perché la soluzione non era economica, era politica e, per così dire, erariale.

Tutto ciò oggi non è più possibile. Da un lato lo vieta l’Unione Europea, dall’altro lo Stato è in bolletta. Lo sciopero accende la miccia d’una bomba che non c’è più.

Nella situazione attuale l’approccio dovrebbe essere totalmente diverso. Se la produzione è divenuta antieconomica, lo sciopero non serve a niente. Un’impresa non può in nessun caso operare in perdita. Nessuno sarebbe disposto a rimetterci quattrini a tempo indeterminato ed essa  sopravvive soltanto se fa profitti. Se dunque la situazione non è del tutto negativa, i sindacati dovrebbero trattare con i dirigenti per vedere come si può salvare l’impresa e per conseguenza i livelli occupazionali. Dovrebbero proporre diversi sistemi di lavorazione, una razionalizzazione del lavoro, al limite una diminuzione dei salari. Non dovrebbero limitarsi a “chiedere”: chiedere è un’attività da bambini. Fra adulti, o si lascia fare a chi ne sa di più o gli si dimostra che se ne sa più di lui. Le minacce non servono a nulla. Per giunta, se l’impresa è una multinazionale – come la ThyssenKrupp – bisogna ricordarsi che essa può sempre chiudere una fabbrica qui continuando a guadagnare altrove.

In Italia si continua a sognare che si possa comandare all’industria ma questa è una perniciosa illusione. Soltanto lo Stato può operare in perdita, fra l’altro perché opera sempre in perdita, dal momento che si finanzia con i tributi. Ma non può dar ordini alle imprese private più di quanto un medico possa ordinare ad un malato di non morire. Dunque, in casi come questi, o ci mette dei soldi (per esempio con sgravi fiscali o finanziamenti a fondo perduto, sempre provvedimenti a carico dei contribuenti) o fa la mossa d’intervenire, mentre in realtà non può far nulla.

Una nota sarcastica meritano le maledizioni che per tanti decenni si sono sentite contro le multinazionali, simbolo della nequizia capitalistica. Bertoldo potrebbe chiedere come mai prima sono state esecrate e ora si piange all’idea che se ne vadano. “Se erano buone, perché le avete disprezzate? E se erano cattive, perché non applaudite, vedendole andar via?”.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

18 ottobre 2014

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