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Tassare i capitali accumulati o tassare i flussi di denaro?

di Davide Gionco

In uno stato a moneta sovrana, che tutti auspichiamo, lo stato dispone della “macchina che stampa i soldi” e quindi non ha assoluta necessità, per finanziarsi, di spremere i contribuenti togliendo loro il pane di bocca, come avviene da troppo tempo in Italia.
Nello stesso tempo è evidente che la tassazione è necessaria per assicurare la circolazione, e quindi la spendibilità, della moneta a corso legale, ma anche per indirizzare l’economia verso gli obiettivi politici prefissati, come ad esempio il pieno impiego, il rispetto dell’ambiente, ecc.
Emissione e spesa pubblica del denaro quindi, sono uno strumento di governo dell’economia di un paese che è un tutt’uno con il sistema fiscale.

Una spesa pubblica ben allocata, così come una tassazione ben mirata, consente ad un governo di indirizzare il paese verso una maggiore prosperità, che è data prima di tutto (economicamente parlando) dalla disponibilità diffusa di beni e servizi.
Questo significa che il sistema di regole comuni deve premiare la produzione di beni e servizi, ma anche garantire una loro distribuzione sufficientemente equa fra la popolazione. E quando si parla di equità, si parla di Demo-crazia.
Se il sistema di regole non è definito negli interessi del popolo, ma solo di alcuni ristretti gruppi di potere (come avviene in Italia da troppo tempo), la ricchezza prodotta dal Paese sarà distribuita in modo non equo, riducendo il benessere della Nazione.

Su questo argomento si apre tutto un capitolo relativo agli strumenti della Democrazia: legge elettorale, ruolo dei partiti, democrazia diretta, ecc. , che tratteremo eventualmente in un altro articolo. Per il momento ci interessa occuparci di quale sistema fiscale sia più confacente alla finalità politica di favorire la produzione di beni e servizi ed una loro equa distribuzione.

L’attuale sistema fiscale si basa principalmente sulla tassazione dei redditi (IRPEF), della spesa (IVA), dell’energia (accise), degli immobili (ICI, IMU, ecc.), mentre trascura quasi del tutto i capitali accumulati.
Ora: qual è il motore della produzione di beni e servizi in un paese?
La produzione viene stimolata dalla domanda, la quale a sua volta dipende dal potere d’acquisto dei potenziali clienti, che sono le famiglie e le imprese, oltre che lo stato. Se riduciamo la tassazione dei redditi e della spesa, aumentiamo il potere di acquisto di famiglie ed imprese e, di conseguenza, consentiamo loro di aumentare la domanda, il che porterà ad un aumento della produzione di beni e servizi, così come ad una loro equa distribuzione grazie all’aumento diffuso del potere d’acquisto.
Se, invece, aumentiamo la tassazione dei redditi e della spesa, riduciamo il potere d’acquisto di famiglie ed imprese (ricordati Monti che decise di distruggere la domanda interna?) e quindi riduciamo la produzione di beni e servizi, rendendo la produzione ridotta meno equamente distribuita. Questo perché coloro che dispongno di accumuli di capitale potranno comunque acquistare beni e servizi, mentre coloro che vivono del proprio reddito potranno farlo in maniera più ridotta.

L’energia oggi è un bene di prima necessità per famiglie ed imprese. Se la tassazione ha come unico scopo il “fare cassa”, l’effetto sarà negativo sul potere d’acquisto di famiglie ed imprese, ma anche sulla capacità produttiva. Nello stesso tempo, però, potrebbe rendersi necessario tassarla per ragioni ambientali. Il discorso è complesso, non intendiamo affrontarlo in questo articolo.

La tassazione sugli immobili svolge un ruolo più complesso. Se vengono tassati gli immobil di necessità, come la prima abitazione o i beni d’uso delle imprese (ad esempio i capannoni), l’effetto è lo stesso sarà simile a quello della tassazione dei redditi e della spesa, in quanto verrà ridotta la capacità di spesa dei soggetti colpiti. Viceversa se la tassazione degli immobili colpisce l’accumulo di immobili non di necessità, incentiverà la loro rivendita sul mercato e costituirà un disincentivo all’accumulo non necessario di immobili.

La sostanziale non tassazione dei capitali accumulati consente oggi a pochi soggetti di disporre di un enorme potere, il quale viene utilizzato (o può venire utilizzato) per creare distorsioni nel sistema produttivo, realizzando monopoli od oligopoli che poi consentono loro di imporre alla popolazione dei prezzi maggiorati su alcuni servizi di prima necessità, con l’effetto di ridurre la loro capacità di spesa e, quindi, con un effetto simile alla tassazione dei redditi e della spesa.
Ma non solo: la concentrazione di grandi capitali consente a pochi soggetti di influenzare la politica, facendo in modo che il sistema di regole comuni sia sempre più vantaggioso per chi detiene i capitali, a danno della popolazione.

Se venisse ridotta la tassazione dei redditi e della spesa, aumentando la tassazione sull’accumulo di capitali, l’effetto sarebbe quindi molto benefico per l’economia del Paese, si favorirebbe un aumento della produzione di beni e servizi ed una loro più equa distribuzione.
Se si aumentasse la tassazione sull’accumulo dei capitali, invece, si ridurrebbe il potere distorsivo dei poteri economici sull’economia e sulla Democrazia del paese, con vantaggi evidenti per tutta la popolazione.
La tassazione sugli immobili potrebbe infine essere intelligentemente rimodulata, in modo da non colpire i beni d’uso, ma solo l’accumulo di ricchezza sotto forma di immobili, che è qualcosa di simile all’accumulo di capitali.

E’ importante distinguere l’accumulo di capitali dal risparmio.
Il risparmio è una spesa differita nel tempo, denaro che accumulo per un certo tempo per poi spenderlo in futuro. Oppure è una sorta di assicurazione contro gli imprevisti della vita: il matrimonio dei figli, acquistare un’auto nuova, riparare il tetto della casa, ecc.
L’accumulo di capitali è qualcosa che supera la “quota risparmio”, è denaro che non si ha intenzione di spendere per convertirlo in beni o servizi reali, ma che si pensa di utilizzare per accrescere ulteriormente la propria ricchezza in denaro.
Dal punto di vista politico sarebbe quindi sufficiente stabilire una “quota risparmio”, una franchigia al di sotto della quale i capitali non vengono tassati, mentre la tassazione andrebbe a colpire la quota di capitali superiore a tale importo.

Non si tratta di “punire” i ricchi (posizione moralistica), ma di indirizzare correttamente l’economia del paese, sapendo che vera ricchezza non è il denaro (che oggi si crea pigiando tasi dei computer), ma è la disponibilità diffusa di beni e servizi.

Evidentemente per applicare una tassazione del genere sarebbe necessario porre dei limiti alla libera circolazione dei capitali verso l’estero. Un problema in più causato dall’euro moneta unica europea.

L’art. 53 della Costituzione parla di “capacità contributiva”.
Chissà perché questa “capacità contributiva” è sempre stata pensata guardando ai redditi e non ai capitali accumulati.
Spostare la tassazione dai flussi di denaro (redditi e spesa) ai capitali consentirebbe a nostro avviso di attuare veramente lo spirito della Costituzione e di indirizzare l’economia del paese verso una maggiore prosperità.

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