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SI DIMETTE IL PRESIDENTE CHE HA ASSOLTO BERLUSCONI

 

Tutti i giornali riferiscono che il dr.Enrico Tranfa, Presidente della Corte d’Appello di Milano che ha assolto Silvio Berlusconi nel processo per concussione e prostituzione minorile, si è dimesso dalla magistratura per protesta contro quella stessa sentenza. Dicono che il fatto sia senza precedenti nella storia giudiziaria italiana e già per questo merita commento.

Le dimissioni non sono state accompagnate né da dichiarazioni aspramente critiche nei confronti dei due colleghi di collegio, né da attacchi all’amministrazione della giustizia in generale. Dunque va dato atto al magistrato di avere rispettato fino all’ultimo la dignità dell’ordine cui ha appartenuto per trentanove anni. Spesso invece i politici, se cambiano casacca, sparano ad alzo zero contro la formazione di provenienza.

Altro suo titolo di merito è che le dimissioni non sono state accompagnate da interviste o gesti clamorosi. Il silenzio e l’assenza possono essere tanto una critica agli altri, quanto un’ammissione della propria incompatibilità.

Molta gente infine giudicherà positivamente la forte passione del dr.Tranfa per la giustizia. La sua esigenza di non firmare una sentenza che disapprovava è stata tanto impellente da spingerlo a un gesto clamoroso e di risonanza nazionale. Purtroppo, nella vicenda gli elementi positivi finiscono qui.

In primo luogo va detto che una “forte passione per la giustizia” è un difetto, in un magistrato. Secondo il nostro ordinamento il giudice deve applicare la legge, giusta o ingiusta non importa. Quando la legge desidera che il giudice si regoli sulla base del suo sentimento stabilisce expressis verbis che decida “secondo equità”. Nei rimanenti casi il principio è l’applicazione pedissequa della norma. La giustizia insomma è un ideale privato, estraneo all’amministrazione della giustizia, così chiamata con una certa esagerazione.

Naturalmente, quando si tratta di stabilire quale sia la legge da applicare, quale la misura della pena fra il minimo ed il massimo, o se lasciar prevalere le attenuanti o le aggravanti, la discrezionalità del giudice rimane grande, Ma essa non si estende al giudizio di colpevolezza o d’innocenza. Il giudice deve condannare l’imputato che le prove indicano come colpevole, anche se personalmente avrebbe preferito assolverlo, ed assolverlo, anche se evidentemente colpevole, quando le prove non sono sufficienti. Se non esiste la prova concreta che Berlusconi conoscesse la vera età della giovane Karima al-Mahroug l’assoluzione diviene un obbligo imprescindibile.

In secondo luogo, la fiera protesta del dr.Tranfa dovrebbe indicare che, nella sua lunga carriera, egli non si è mai trovato a reputare ingiusta una decisione. E questo è inverosimile. Si può dissentire dalla norma (il giudice antiproibizionista condannerà lo stesso il piccolo spacciatore di droga), si può dissentire dal giudizio dei colleghi, in alcuni casi si può essere in disaccordo con l’intero sistema, e tuttavia si rimane in magistratura. Ecco dunque che fanno capolino scomodi sospetti.

In primo luogo, le dimissioni sono state presentate a quindici mesi dal normale pensionamento, dopo trentanove anni di servizio. Dunque il magistrato non ha rinunziato praticamente a nulla dal punto di vista finanziario. Il gesto non ha comportato speciali sacrifici. In secondo luogo, qualcuno può ipotizzare che la protesta, più che giudiziaria, sia stata politica: e questo non è bello, quando si parla di un magistrato. In terzo luogo, l’avere presentato le dimissioni per il motivo ipotizzato dai giornali viola imperdonabilmente il segreto della Camera di Consiglio. Essendo il collegio composto da tre magistrati, di parere diverso dal suo non erano altri anonimi giudici, ma evidentemente gli altri due membri, in questo modo indicati nominativamente: la dott.ssa Ketty Locurto e il dr.Alberto Puccinelli.

Il dr.Tranfa per giunta ha creato un sospetto, magari infondato, che si rivela reversibile: da un lato ha involontariamente fatto apparire i colleghi come berlusconiani disposti a commettere un’ingiustizia pur di favorire un leader a loro gradito, dall’altro ha permesso altrettanto bene di sospettare che lui stesso tenesse assolutamente a quella condanna perché odiava ed odia quel leader. Si sarebbe preferito non essere costretti a questo genere di dilemmi.

Nel complesso questa sgradevole vicenda si inscrive nel vasto dramma italiano dell’interferenza nell’amministrazione della giustizia delle passioni personali – e a volte politiche – di tanti magistrati. Sarebbe stato meglio che il dr.Tranfa inghiottisse amaro, come fanno quotidianamente tanti suoi colleghi e come lui stesso avrà sicuramente fatto in passato, lasciando che questo processo rientrasse nella normale routine di un’amministrazione della giustizia certamente “umana, troppo umana”: ma alla quale non abbiamo alternative.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

17 ottobre 2014

 

 

 

 

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