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SALUTO A MICHELE SANTORO

Pare che Santoro smetterà di condurre talk show politici. Di lui scrive Aldo Grasso: “Santoro sta vivendo un momento di crisi: la sua tv ha sempre bisogno di un nemico contro cui accanirsi (e Berlusconi gli ha assicurato anni e anni di prosperità)(1)” e ora un nemico all’altezza gli manca. Personalmente devo dire che è proprio questo “accanirsi” la ragione per la quale non ricordo quand’è stata l’ultima volta in cui ho assistito ad uno dei suoi spettacoli. Sempre ammesso che una volta vi abbia assistito. Grasso scrive che recentemente ha cercato di colpire Matteo Renzi, ma neanche in questo caso io ho assistito – o assisterei – ad uno dei suoi spettacoli: perché non m’importa chi sia il bersaglio, m’importa che nessuno sia preso a bersaglio.
Naturalmente ciò non significa che sia vietato combattere qualcuno, in politica o in qualunque altro campo: significa soltanto che l’odio cieco e maniacale produce in me il ribrezzo della cancrena. Ne sento quasi il puzzo.
Quando è giustificato, l’odio è un possente sentimento che ha i suoi quarti di nobiltà. Non so se l’odio di Annibale per Roma fosse giustificato, ma possente era tanto, da incutere il rispetto dei grandi fenomeni naturali. Quando invece diviene passione maniacale, e scade al livello del risentimento, della reazione da impotenza, si trasforma involontariamente nella certificazione della grandezza – seppure criminale – dell’altro.
Nietzsche, che come pensatore ha certo i suoi limiti, ha colpito nel segno quando ha parlato del “ressentiment” come di una delle caratteristiche degli inferiori.
L’odio fanatico è una forma di mitizzazione dell’altro, mentre in realtà, per rispondere adeguatamente ad un colpevole che merita la più severa sanzione, non è necessario chiudersi alla comprensione e perfino al riconoscimento dei pochi meriti. Un esempio emblematico: Adolf Hitler. Ecco un uomo che ha meritato di morire fra i tormenti più sadici inventati nel Medio Evo, e su ciò molti sarebbero d’accordo. Ma se poi uno dicesse che, nella sua mentalità paranoide, egli voleva veramente il trionfo del popolo tedesco, e la sua felicità; che amava veramente l’arte, in particolare l’architettura; che disponeva di un carisma eccezionale, capace di impressionare praticamente chiunque venisse in contatto con lui (ma non Francisco Franco, naturalmente); che era in anticipo sui tempi, quanto a retorica tribunizia e all’uso dei media, ecco dipingersi sulla faccia degli ascoltatori un sentimento di disagio: “Come, dici qualcosa di positivo del Führer?” Si badi, non: “Era proprio così, quell’uomo?”, ma: “Anche ad essere la verità, come osi dirla?”.
Quando si odia, bisogna reprimere le manifestazioni più colorite di quel sentimento. Non c’è ragione di mettere in dubbio il sincero amore iniziale di Hitler per il popolo tedesco, non c’è ragione di negare il suo comportamento onorevole di soldato durante la Prima Guerra Mondiale, caso mai bisogna servirsi di queste cose per invitare tutti a diffidare di chi viene a proporre follie in seguito alle quali saremo tutti felici, un Herrenvolk.
La gente non comprende che si possa condannare a morte qualcuno pur vedendone i piccoli meriti – come io farei, senza esitazione, nel caso di Hitler – o i grandi meriti, come nel caso del Caravaggio o di Althusser, colpevoli di omicidio. Fra l’altro, spesso i grandi crimini si accompagnano ad una insufficiente sanità mentale. Lo stesso Hitler per esempio – da sempre un frustrato a causa del suo fallimento come pittore, e del suo rapporto malsano con le donne, alla fine era anche totalmente paranoico. Se fosse stato sano di mente avrebbe certo limitato le proporzioni della sconfitta tedesca, come aveva fatto il Kaiser poco meno di trent’anni prima.
Ecco perché non mi piacerebbe chi. Immancabilmente, ogni settimana attaccasse a testa bassa Hitler. Al riguardo non si ha bisogno di un Santoro, ma di un von Stauffenberg. E soprattutto attaccare Berlusconi dalla televisione di Stato, fruendo della libertà di parola e di tutte le garanzie repubblicane, sembrava miserabile. O Berlusconi era Hitler, e allora bisognava complottare per ucciderlo, o era soltanto un Primo Ministro, e andava criticata la sua azione politica, senza scadere a chiedersi se portasse le scarpe col rialzo interno. Questo è un comportamento da menti volgari.
L’impegno è quello di non giudicare tanto negativamente qualcuno da scadere nel ressentiment. Dunque bisognerà dire qualcosa di positivo anche riguardo a Michele Santoro, ma l’impresa è difficile, per me, perché non ho mai assistito a uno dei suoi spettacoli. Dicono in molti – e non c’è ragione di dubitarne – sia stato un grande professionista e un grande demagogo, fino ad essere l’eponimo di un certo tipo di trasmissione televisiva. Tanto di cappello, dunque. Chi arriva primo in qualunque corsa, inclusa quella nei sacchi, merita l’applauso. Ma se i sacchi sono quelli della spazzatura, ci si permetta di applaudire da lontano.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
21 giugno 2015
(1)http://www.corriere.it/spettacoli/15_giugno_20/momenti-epici-santoro-fine-suo-talk-show-politico-1466a9e2-170a-11e5-86ef-d7e3d30aa75b.shtml

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