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RITORNO ALL’ORO ?

Alla fine del mese di novembre in Svizzera si voterà il referendum «Salviamo il nostro oro» per decidere di: rimpatriare l’oro che il paese custodisce all’estero; impedirne in futuro la vendita; mantenerne il 20% nell’attivo del bilancio della Swiss National Bank (SNB) a garanzia del franco svizzero. Nel 2011, per impedirne la rivalutazione nei confronti dell’euro che avrebbe penalizzato l’export svizzero, la SNB si impegnava ad acquistare illimitatamente la moneta comune con l’effetto però di importare inflazione dall’eurozona, subito manifestatasi in una bolla immobiliare. Agganciandosi all’euro è come se la Svizzera lo avesse adottato rinunciando alla propria politica monetaria. Ma il senso di indipendenza radicato profondamente nel paese più democratico del mondo, è insorto contro la SNB che per seguire la politica espansiva della BCE sta indebolendo il franco. La vittoria dei si equivarrebbe a uno schiaffo all’elite bancaria.
Gli svizzeri non possono tollerare che le fatiche dei padri fondatori per costruire una moneta e un sistema bancario forti e indipendenti siano vanificate dai diktat delle banche centrali. L’iniziativa è importante anche perché avviene in un momento di forte appetito per il metallo. Già diversi paesi ne hanno richiesto il rimpatrio tra cui la Germania che lo custodisce presso la Federal Reserve americana. I BRICS con alla testa la Cina ne stanno accumulando ingenti quantità dall’inizio della crisi. Qual è il fine di queste manovre?

Il denaro di ultima istanza
Nella Storia i sistemi monetari hanno una data di scadenza. Nell’ultimo secolo è cambiato tre volte, nel 1914, nel 1931 e nel 1971, quando terminò il regime stabilito nel 1944 a Bretton Wood, negli USA e l’oro fu mandato definitivamente in esilio inaugurando il regime attuale di inconvertibilità e cambi flessibili. Ci sono tuttavia tutti i presupposti per una nuova e brusca svolta: la perdita di importanza del dollaro come valuta di riserva, un sistema finanziario globale il cui passivo è un multiplo di quello attivo, la piramide di debiti e di derivati sospesa nel vuoto senza più relazione con la ricchezza prodotta. Questi fenomeni morbosi hanno avuto inizio con la demonetizzazione dell’oro: il denaro, nel sistema internazionale, è diventato credito e debito, non più “pagamento” ma “promessa” di pagamento. Lo testimonia l’accumulo di 12 trilioni di dollari di riserve (dollari, euro ecc.) di cui solo la Cina ne detiene un quarto e che sono appunto crediti, per lo più in forma di bond governativi, che non saranno mai pagati ma rinnovati. L’essenza del regime di valute inconvertibili è appunto questa: l’inesistenza di un mezzo di estinzione definitiva dei pagamenti. Il rimpatrio dell’oro e l’incetta da parte dei paesi asiatici mira ad ancorare il sistema monetario a una solida base di ricchezza che è il presupposto di crediti e debiti autoliquidantisi e non perenni.

Le virtù del gold standard
Una volta il denaro era semplicemente oro che le banche centrali tenevano in riserva a garanzia del credito erogato. L’oro fungeva da mezzo di regolamento internazionale: se un paese aveva un saldo negativo commerciale lo estingueva in metallo. Se la banca centrale abbassava il tasso di interesse facendo emigrare l’oro, lo poteva far rifluire rialzando il tasso, ristabilendo così l’equilibrio. Dalla fine delle guerre napoleoniche fino al 1914 questo semplice meccanismo finanziò le grandi correnti di commercio mondiale in un contesto di prezzi stabili.

Ma la prima virtù del gold standard non risiede, come si crede, nella stabilizzazione dei prezzi, ma in quella del tasso d’interesse, il prezzo più importante dell’economia perché guida l’allocazione razionale delle risorse. Nel sistema aureo il debito pubblico godeva della massima fiducia e di un corso stabile perché rappresentava l’impegno al pagamento di cedole e capitale delle obbligazioni in valuta aurea. Se i governi riducevano il tasso di interesse a livelli irragionevoli per finanziare più debito penalizzando così il reddito da risparmio, il pubblico per protesta, vendeva le obbligazioni e comprava l’oro. Per evitare il drenaggio di riserve sulla cui base erogava credito, la banca centrale era costretta immediatamente ad elevare il tasso al livello richiesto dal mercato. Il pubblico quindi, tornava a scambiare oro contro obbligazioni ricostituendo non solo le riserve auree della banca ma quelle di risparmio per finanziare gli investimenti. Dal che si deduce che: a) nel sistema aureo, la politica monetaria restava nelle mani del pubblico non in quelle dell’elite dirigista; b) la sovranità monetaria era attributo di chi creava ricchezza non di chi la distruggeva. Non esisteva speculazione sui titoli per la semplice ragione che non si verificava nei loro prezzi quella volatilità che oggi la giustifica. I tutori di orfani, le vedove e i pensionati non potevano pensare ad un investimento più sicuro di titoli di primordine redimibili in ricchezza reale. Infine l’oro, attraverso il meccanismo dell’interesse, regolava la quantità ottimale di debito circolante nell’economia, impedendo che diventando tossico si trasformasse in metastasi.

Ma sono state proprio queste virtù a criminalizzarlo e non deve sorprendere il fatto che a farlo siano stati i regimi totalitari. L’insaziabile stato onnipotente non sopporta la disciplina sul debito imposta dal sistema aureo. Nella Francia rivoluzionaria uno degli strumenti della politica monetaria era la ghigliottina: chi si trovava in possesso del metallo senza documentazione finiva al patibolo. Non diversamente avvenne nel regime nazionalsocialista e in quello stalinista. Il sistema aureo, istituzione che non ha bisogno di essere «pianificata», impone che governi e banche abbiano bilanci onesti, che il passivo sia coperto da un attivo reale; che lo stato sociale rispetti la santità dei contratti e non degeneri in quello antisociale che non paga conti e pensioni.

Le colpe dell’Accademia
A dargli il colpo di grazia fu Keynes. Proclamando che il reddito da risparmio provoca sottoconsumo e deflazione, liquidò l’oro come barbara reliquia auspicando l’eutanasia del rentier. A praticarla doveva essere la politica monetaria attraverso la riduzione del tasso di interesse per punire chi, staccando cedole, beneficiava di redditi «non guadagnati». Il mercato del debito pubblico cessò di essere strumento di risparmio e non servì più gli interessi di vedove, orfani e anziani per garantire loro la sopravvivenza economica, né servì ad alimentare il mercato dei capitali, ma quelli di una nuova specie di speculatori che, in virtù della manipolazione dell’interesse, prospera sugli spread. L’eutanasia del redditiere si è così trasformata in quella dell’intera società. La violenta estromissione dell’oro dal sistema monetario insieme alla deliberata destabilizzazione dei tassi di interesse al fine di far lievitare il corso del debito dei governi e di monetizzarlo su scala gigantesca, ha innescato i cicli economici. Non si può tacere al riguardo della grave complicità della classe accademica la cui ricerca è sponsorizzata dai governi e banche centrali per teorizzare ogni rimozione di limitazioni che ne restringano il potere. Quello di creare denaro è il potere assoluto. Non esiste una singola università nel mondo che tolleri che un professore affermi che l’oro possa avere un ruolo monetario. Ogni voce critica viene soppressa dal coro servile degli economisti. Generazioni di studenti sono stati tenuti all’oscuro sul reale funzionamento del sistema aureo, liquidato come deflazionario da una propaganda oscurantista travestita da teoria scientifica per far credere che l’interesse collettivo richieda il trasferimento del potere di creare denaro dalle mani di chi produce a quelle di burocrati non eletti. Con il sabotaggio dell’oro è stata legalizzata la rapina dei risparmi e pensioni con tassi di interesse a zero e deprezzamento valutario. In assenza di gold standard i governi sono i padroni e i cittadini i servi, nel contesto della farsa democratica.

Conclusione
Il referendum svizzero esprime il desiderio di riprendersi la libertà e l’indipendenza per controllare il proprio destino e non lasciarlo nelle mani di burocrati e banchieri. Il fatto che la Cina stia stimolando all’interno l’acquisto del metallo fa sperare che il futuro assetto monetario contempli il ritorno dell’oro. I cinesi hanno capito, al contrario dei colleghi keynesiani occidentali, che l’unico modo per stabilizzare il sistema finanziario globale è di richiamarlo dall’esilio. Forse la prossima Bretton Wood si terrà a Shangai.

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