Economia
Produzione industriale, il dato che smentisce i profeti del declino: a luglio +0,7%.

Per mesi la produzione industriale è stata uno degli argomenti preferiti delle opposizioni contro il governo Meloni. Una sequenza di dati negativi difficile da contestare: -2,5% nel 2023, -3,5% nel 2024 e ancora -0,2% nel 2025. Tre anni consecutivi di contrazione che hanno fornito a Elly Schlein e Giuseppe Conte uno degli strumenti più efficaci per descrivere un Paese nel quale, dietro i record dell’occupazione rivendicati dall’esecutivo, la base produttiva continuava a soffrire. I numeri della lunga fase negativa sono certificati anche negli atti parlamentari dell’opposizione.
Ora, però, qualcosa si muove. E proprio perché sarebbe sbagliato trasformare un singolo dato positivo nell’annuncio della rinascita industriale italiana, sarebbe altrettanto sbagliato ignorarlo.
A luglio la produzione industriale italiana è aumentata dello 0,7% rispetto a giugno. Il risultato ha sorpreso anche gli analisti più fiduciosi, che secondo la ricostruzione di Dario Di Vico sul Foglio si aspettavano un incremento intorno allo 0,3%. E soprattutto la crescita ha coinvolto quasi tutti i principali raggruppamenti industriali: +2,1% i beni di consumo, +0,5% gli intermedi, +0,2% gli strumentali. L’unica eccezione è l’energia, in calo dello 0,9%. Non è ancora una svolta. Ma potrebbe essere l’inizio di una stabilizzazione.
Dopo giugno arriva la sorpresa di luglio
Il dato assume un significato particolare perché arriva dopo due mesi negativi. A giugno la produzione era scesa dell’1% rispetto a maggio e dello 0,6% sull’anno. Eppure, nonostante quella brusca frenata, già il secondo trimestre nel suo complesso aveva registrato una crescita dello 0,4% rispetto ai primi tre mesi dell’anno. Luglio ha quindi recuperato una parte della caduta precedente.
E c’è un altro numero che merita attenzione: nei primi sette mesi del 2026 la produzione industriale è aumentata dello 0,4% rispetto allo stesso periodo del 2025. Non è certo un boom, ma dopo tre anni consecutivi di arretramento rappresenta un cambio di segno che difficilmente può essere ignorato
Anche l’Istat, nella sua ultima nota sull’economia italiana, registra esplicitamente che la produzione industriale è «tornata a crescere». E il dato industriale si inserisce in un quadro nel quale il Pil italiano nel secondo trimestre è aumentato dello 0,2%, proseguendo la fase di espansione iniziata nel terzo trimestre del 2025. La crescita acquisita per il 2026 è al momento dello 0,8%.
È abbastanza per parlare di ripresa industriale? No. È abbastanza per mettere in discussione l’immagine di un’industria italiana condannata a una caduta senza fine? Probabilmente sì.
Il punto debole della narrazione delle opposizioni
È qui che il dato diventa inevitabilmente anche politico. Schlein ha continuato nelle ultime settimane a contestare al governo la situazione dell’industria, richiamando vertenze come ex Ilva ed Electrolux. Il 4 settembre, proprio mentre Meloni celebrava a Bari il record di longevità dell’esecutivo, la segretaria del Pd accusava il governo di autocelebrarsi mentre partivano le lettere di licenziamento nell’indotto di Taranto e venivano confermati gli esuberi Electrolux.
Sono problemi reali. E sarebbe un errore utilizzare il +0,7% di luglio per fingere che non esistano.
Proprio oggi, peraltro, è arrivata un’altra notizia pesantissima: la Corte d’Appello di Milano ha confermato l’ordine di spegnimento degli altiforni dell’ex Ilva di Taranto, aprendo un nuovo fronte per un impianto strategico che impiega direttamente circa ottomila persone.
Il punto è un altro. Le grandi crisi industriali esistono, ma non coincidono necessariamente con l’intera industria italiana.
È questa distinzione che rischia di scomparire nel dibattito politico. Ilva, Electrolux, automotive e alcuni comparti energivori presentano problemi molto seri. Ma contemporaneamente altre parti del sistema produttivo stanno mostrando una capacità di reazione che le previsioni più pessimistiche non avevano intercettato.
Farmaceutica, elettronica e trasporti: dove arriva la spinta
Guardando dentro il dato, la fotografia diventa ancora più interessante. Su base annua la produzione industriale complessiva a luglio è semplicemente invariata: zero. E questo è il primo grande invito alla prudenza.
Ma alcuni comparti corrono decisamente più degli altri. La farmaceutica registra un +7,4% tendenziale, computer, elettronica, ottica e apparecchi elettromedicali +2,4%, mentre energia elettrica e gas segnano +7,6%. Nei primi sette mesi dell’anno la sorpresa maggiore arriva invece dai mezzi di trasporto, +8,7%.
Dall’altra parte continuano a soffrire chimica (-3,4% su base annua a luglio), apparecchiature elettriche (-2,8%) e altre industrie manifatturiere (-4,6%). Non siamo quindi davanti a una ripartenza uniforme. È un’industria a più velocità. Ed è probabilmente questo il modo più corretto di leggere il dato.
«È terminata la fase di caduta»
Interessante, da questo punto di vista, è l’interpretazione di Fedele De Novellis di REF Ricerche riportata dal Foglio. L’economista non parla di boom né di nuova stagione industriale. La sua valutazione è assai più prudente: la fase di caduta sarebbe terminata e si sarebbe prodotta una stabilizzazione. De Novellis osserva inoltre un cambiamento nella composizione della crescita: nei mesi precedenti erano stati soprattutto i beni strumentali a sostenere la produzione, mentre adesso arrivano segnali dai beni di consumo, dalla farmaceutica e dall’alimentare.
È probabilmente la definizione migliore: stabilizzazione. Perché trasformare lo 0,7% di luglio in un successo definitivo del governo sarebbe prematuro. Ma continuare a raccontare l’industria come se fossimo ancora nella fase di caduta continua del 2023-2025 rischia di essere altrettanto fuorviante.
E qualche segnale ulteriore c’è. A giugno il fatturato dell’industria era cresciuto del 3,1% in valore rispetto all’anno precedente.
Il controcanto degli economisti: attenzione all’effetto rimbalzo
La cautela resta però indispensabile. Paolo Mameli, economista di Intesa Sanpaolo, offre al Foglio una lettura decisamente meno ottimistica. Secondo Mameli, parte della forte oscillazione tra giugno e luglio potrebbe dipendere da effetti di calendario: il ponte del 2 giugno avrebbe accentuato la caduta del primo mese e favorito successivamente il rimbalzo.
Soprattutto, secondo l’economista, l’industria potrebbe ancora andare incontro a una sostanziale stagnazione nel trimestre. Pesano i costi energetici, la debolezza della domanda interna ed estera e la possibilità che il contributo positivo delle scorte venga progressivamente meno. È una cautela tutt’altro che teorica.
La nuova tensione sui prezzi dell’energia provocata dalle crisi geopolitiche rappresenta probabilmente il principale rischio per i prossimi mesi. I settori energivori sono già quelli che mostrano maggiori difficoltà. E un nuovo shock energetico potrebbe colpire proprio nel momento in cui l’industria sembra aver trovato un fragile punto di equilibrio.
Il paradosso italiano: industria debole, economia resistente
Rimane però un dato interessante. L’economia italiana sta dimostrando una capacità di resistenza superiore a quella immaginata da molti all’inizio dell’anno. Il Pil è cresciuto dello 0,2% nel secondo trimestre, la crescita acquisita per il 2026 è dello 0,8%, l’occupazione resta sopra 24,3 milioni e la disoccupazione è scesa al 5,8%, sotto il 6,4% dell’Eurozona.
Piccolo, appunto. Nessuno 0,7% mensile può cancellare tre anni di arretramento. Né può risolvere le crisi dell’Ilva, dell’auto, dell’elettrodomestico o la difficoltà dei settori maggiormente esposti al costo dell’energia.
.L’industria italiana non è ancora ripartita, ma potrebbe avere smesso di arretrare. Nei primi sette mesi dell’anno il segno è tornato positivo, il secondo trimestre è cresciuto dello 0,4% sul primo e luglio ha battuto nettamente le attese. Sono tre indizi, non ancora una prova.
Ed è proprio qui che dovrebbe collocarsi il giudizio più ragionevole: né l’ottimismo propagandistico di chi vorrebbe dichiarare conclusa la crisi industriale, né il catastrofismo di chi continua a descrivere una produzione in caduta verticale come se gli ultimi dati non esistessero.
Ora servono altri mesi per capire se luglio sia stato soltanto un rimbalzo oppure il primo tratto di una vera inversione di tendenza. Ma dopo tre anni di segni meno, vedere comparire qualche più non autorizza a stappare lo champagne. Autorizza, questo sì, a un cautissimo ottimismo.









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