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POLITICALLY INCORRECT

Alla domanda: “Che cosa è politically incorrect?” bisognerebbe rispondere: “Dire, scrivere qualcosa che è condannato almeno dal novantacinque per cento della gente”. E forse dal novantanove. I giornalisti professionisti sono avvertiti. Non soltanto, se sgarrano, il direttore non pubblicherà il loro pezzo ma se lo pubblicasse non gli farebbe certo un favore. Molti lettori li abbandonerebbero definitivamente.
Conclusione, per scrivere qualcosa di veramente politically incorrect bisogna non essere nessuno e non dipendere da ciò per continuare ad avere da mangiare e un tetto sulla testa. Dunque bisogna essere un blogger. Un perdigiorno della penna. Me.
Oggi vorrei esprimere un punto di vista sul modo come bisognerebbe combattere il terrorismo e gli eccessi di fanatismo di cui danno chiaro esempio gli adepti dello Stato Islamico e delle varie sette terroristiche. Ciò che dirò sarà politically incorrect – molto politically incorrect – soltanto se qualcuno ci riflette. Infatti comincerò premettendo un mio testo scritto, all’incirca nel 1997, prima ancora dell’11 settembre 2001. Le autocitazioni sono odiose, ma lo scopo di usare un vecchio articolo è quello di dimostrare che il principio non è nato, nella mente di chi scrive, in odio a questo o a quello, ma effettivamente come principio generale.

LA SCELTA DELLE ARMI

In materia di guerre e duelli, quello che tutti preferiremmo è evi­tarli. Poiché però a volte è impossi­bile, non rimane che sperare che l’avversario, pur restando un nemico accanito, rispetti certe regole. Ma che fare nei confronti dell’avversario scorretto?
Molte persone, nei discorsi da salotto, dimostrano un’infinita nobil­tà e grandezza d’animo: secondo loro, bisogna combattere seguendo i propri principi. Anche se l’altro mente, io non mentirò. Anche se l’altro bara, io non barerò. Certo, ci sarebbe da vedere questa gente all’atto pratico: ma probabilmente sono sbagliati anche i principi. L’amore per la correttezza può far sì che si permetta al nemico di nuo­cerci fraudolentemente una volta: la prima. Ma in seguito sarebbe ingiusto combattere contro di lui con un brac­cio legato dietro la schiena. E sareb­be anche ingiusto trattare nello stesso modo l’avversario leale e l’avversario sleale.
Comportarsi onestamente con i disonesti è perfino pericoloso: se l’avversario sa di poter barare, tanto noi non bareremo, barerà più facilmen­te. Se invece sa che nel caso lui usi le armi chimiche noi useremo la bomba atomica, ci penserà due volte, prima di usarle.
Se un principio bisogna stabilire, è che non bisogna consentire vantaggi immeritati a nessuno. All’avversario scorretto bisogna dire al più presto: chi ti dice che non sia più bravo di te, nella tecnica degli agguati, delle calunnie, dei tradimenti? E se una tecnica mi manca, prenderò lezioni private. Fossero anche lezioni di incendio doloso.
L’ideale è evitare duelli ed armi, ma in un mondo sbracato come il no­stro, in cui la parola onore è fuor di moda, non rimane che comportarsi come dei gentiluomini che concedono a tutti la scelta delle armi. Se gli altri scelgono la malafede, l’inganno, il disonore perfino, pazienza: bisognerà superarli anche in queste cose.
G.P.
Perché questo testo è politically incorrect? Semplicemente perché esso sostiene che bisognerebbe rispondere al terrorismo con le sue stesse armi, con i suoi stessi metodi, con la sua stessa mancanza di scrupoli.
Basterà riflettere su queste parole per avere dei brividi nella schiena.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
15 febbraio 2015

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