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PNRR, l’Italia guida l’Europa: la sfida finale oltre le polemiche, oltre 113 miliardi già spesi.

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«L’interesse a chiudere bene il PNRR è dell’Italia. Se poi qualcuno vuole giocare contro, faccia pure». Le parole pronunciate dal ministro Tommaso Foti a Sky Economia fotografano con efficacia la fase decisiva nella quale è entrato il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Non è più il momento delle previsioni o delle polemiche: bisogna completare gli interventi, certificare i risultati e portare a Bruxelles la richiesta della decima e ultima rata.

Una sfida enorme, soprattutto considerando la dimensione del Piano italiano: 194,4 miliardi di euro, di cui 71,8 miliardi di contributi e 122,6 miliardi di prestiti. Si tratta del programma nazionale più consistente dell’intero dispositivo europeo per la ripresa. Comprende 150 linee di investimento e 66 riforme, con il 39% delle risorse destinato agli obiettivi climatici e il 25,6% alla transizione digitale.

Al di là della narrazione spesso catastrofista, i numeri collocano l’Italia ai vertici europei per avanzamento finanziario e quantità di obiettivi conseguiti. Con le prime nove rate sono stati riconosciuti 416 tra milestone e target, consentendo al nostro Paese di incassare complessivamente circa 166 miliardi di euro. Per la decima rata, dal valore di 28,4 miliardi, sono previsti altri 159 obiettivi: secondo Foti, 70 risultano già rendicontati alla Commissione europea e il Governo punta a presentare la richiesta entro il 30 settembre, dopo le verifiche tecniche necessarie. Alla fine di febbraio 2026 risultavano inoltre effettivamente utilizzati 113,5 miliardi, pari al 58,4% della dotazione europea complessiva.

Anche sul versante della spesa il quadro è molto diverso da quello dipinto da chi continua a parlare di un Piano immobile. Sulla piattaforma ReGiS risultano oltre 121 miliardi di euro già spesi. A questi devono essere aggiunti circa 22 miliardi confluiti negli strumenti finanziari destinati alle imprese e agli investimenti. Il totale arriva quindi a circa 143 miliardi.

Le risorse stanno finanziando interventi concreti: 34,5 miliardi per la mobilità sostenibile; 24,7 miliardi per energie rinnovabili, economia circolare, gestione delle acque e dei rifiuti; 16,9 miliardi per l’efficienza energetica degli edifici pubblici e privati. Altri 13,4 miliardi sostengono la trasformazione digitale e tecnologica del sistema produttivo, mentre 5,3 miliardi sono destinati alla diffusione della fibra, delle reti ad altissima capacità e del 5G. Circa 500 milioni finanziano inoltre percorsi di autonomia per le persone con disabilità.

Naturalmente ricevere le rate europee, sostenere contabilmente la spesa e completare materialmente ogni singolo cantiere sono tre passaggi differenti. Il PNRR è infatti un programma basato sulle performance: Bruxelles versa le risorse quando vengono raggiunti gli obiettivi quantitativi e approvate le riforme concordate, non semplicemente sulla base delle fatture presentate. È dunque necessario continuare a controllare la realizzazione concreta delle opere, evitando sia trionfalismi sia rappresentazioni artificiosamente negative.

Il confronto con la Spagna aiuta comunque a comprendere la portata del risultato italiano. Madrid, secondo Paese per dimensione del Piano, dopo l’ultimo pagamento approvato nel luglio 2026 ha raggiunto 338 obiettivi e ricevuto poco più di 77 miliardi di euro. L’Italia, con 416 obiettivi collegati alle nove rate e circa 166 miliardi incassati, presenta numeri assoluti nettamente superiori, pur dovendo gestire una dotazione e una quantità di interventi più elevate.

Il merito politico e amministrativo del Governo Meloni è stato soprattutto quello di aver rimesso ordine in un Piano che, all’inizio della legislatura, mostrava rigidità, ritardi e interventi difficilmente realizzabili entro le scadenze europee. Raffaele Fitto ha condotto la complessa revisione negoziata con Bruxelles, introducendo il capitolo REPowerEU, spostando risorse verso misure concretamente attuabili e salvaguardando l’intera dotazione finanziaria italiana. Non un ridimensionamento, dunque, ma un’operazione di realismo necessaria per evitare che miliardi di euro rimanessero legati a progetti privi di tempi, autorizzazioni o capacità amministrativa sufficienti.

Tommaso Foti ha raccolto questo lavoro e lo sta accompagnando nella fase più delicata: quella della chiusura, della rendicontazione e della verifica finale. Il passaggio da Fitto a Foti ha garantito continuità nella trattativa con la Commissione, senza trasformare il PNRR in un terreno di scontro permanente con le istituzioni europee.

Ma il PNRR non può essere giudicato soltanto contando i bonifici o i cantieri conclusi. Il meccanismo europeo lega infatti l’erogazione delle rate al raggiungimento di precisi obiettivi e traguardi. Ed è proprio su questo terreno che l’Italia ha conquistato la leadership europea, risultando il Paese che ha ricevuto l’ammontare più elevato di finanziamenti e che ha presentato con maggiore regolarità le richieste di pagamento.

La vera sfida consiste ora nel trasformare questa massa di risorse in crescita strutturale, evitando che l’effetto positivo si esaurisca con la conclusione del Piano. Ed è soprattutto nel Mezzogiorno che si sta giocando la partita decisiva.

Negli ultimi anni il Mezzogiorno ha registrato una dinamica economica più sostenuta della media nazionale. Il risultato non può essere attribuito a un solo intervento, ma l’incontro tra investimenti del PNRR e strumenti della ZES unica sta creando un ambiente più favorevole alla crescita delle imprese.

La Zona economica speciale, istituita dal governo Meloni per tutte le regioni meridionali, ha superato il precedente sistema frammentato delle singole ZES. Il modello concentra procedure, autorizzazioni e agevolazioni in un’unica struttura, offrendo agli investitori uno sportello unitario e tempi più prevedibili. L’agile struttura di missione creata da Fitto, con la guida dell’abile avvocato campano Giosy Romano, sta sorprendendo per i risultati record ottenuti ( superate qualche settimana fa le 1500 Au concesse).

La sua forza non risiede soltanto nel credito d’imposta, ma soprattutto nella semplificazione amministrativa. L’autorizzazione unica permette di riunire in un solo procedimento permessi e pareri che in passato potevano richiedere passaggi tra molte amministrazioni diverse. Il messaggio rivolto alle imprese è chiaro: nel Sud non si offrono più soltanto sussidi, ma condizioni più favorevoli per produrre, investire e creare occupazione.

Affermare che tutti i problemi siano risolti sarebbe sbagliato. Restano cantieri da completare, amministrazioni da sostenere, target complessi da certificare e una corsa contro scadenze non prorogabili. Ma è altrettanto scorretto sostenere che l’Italia sia ferma o stia perdendo le risorse. I dati raccontano un Paese che ha ottenuto più fondi di qualsiasi altro Stato membro, ha superato centinaia di verifiche europee e sta portando a compimento il più grande programma di investimenti e riforme della sua storia recente.

Ora il PNRR deve essere chiuso bene non per concedere una vittoria politica al Governo, ma perché quelle risorse appartengono all’Italia. Trasformarle in infrastrutture, scuole, ospedali, reti digitali, trasporti e maggiore competitività rappresenta l’unico criterio con cui giudicare davvero il Piano. Su questo terreno si misurerà il risultato finale, non sulle polemiche di giornata.

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