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Pericolo terremoto sui titoli di Stato: il fondo sovrano norvegese scarica 75 miliardi di debito USA

Il fondo sovrano più ricco del pianeta scarica i titoli di Stato americani per 75 miliardi. Una mossa che rischia di far impennare i tassi globali e manda in allarme Washington.

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L’incubo peggiore per il Tesoro americano si sta materializzando tra i fiordi di Oslo. Il fondo sovrano della Norvegia, il salvadanaio pubblico più grande del pianeta con i suoi 2.300 miliardi di dollari di patrimonio, ha deciso di voltare le spalle ai titoli di Stato tradizionali.

Una proposta formale inviata al Ministero delle Finanze norvegese prevede di tagliare drasticamente la quota di titoli di Stato in portafoglio, passando dal 70% al 50%. A fare le spese di questa ritirata strategica saranno soprattutto i Treasury statunitensi: il fondo si prepara a liquidare circa 75 miliardi di dollari di debito di Washington.

In un momento in cui i tassi a lungo termine americani sfiorano il 4,8% e il debito federale cresce a ritmi vertiginosi, perdere un cliente fedele come la Norvegia non è solo una grana contabile: è una bomba a orologeria per i mercati globali.

La grande fuga dal debito sovrano: cosa succede a Oslo

La gestione del fondo, affidata a Norges Bank Investment Management (NBIM), ha preso carta e penna per spiegare che il vecchio modello non funziona più. Negli ultimi decenni, le obbligazioni emesse dagli Stati occidentali erano considerate il rifugio perfetto: rischio quasi nullo, rendimenti prevedibili e massima facilità di rivendita nei momenti di crisi.

Oggi quello scenario appartiene al passato. I governi dei Paesi ricchi hanno accumulato montagne di debiti senza precedenti. Secondo i vertici del fondo norvegese, prestare soldi agli Stati non ripaga più a sufficienza i rischi di inflazione e svalutazione.

La proposta di NBIM prevede quindi di riorganizzare il comparto obbligazionario (che vale circa 615 miliardi di dollari) attraverso scelte molto precise:

  • Ridurre il peso complessivo dei titoli di Stato mondiali dal 70% al 50%;
  • Dirottare la liquidità rimanente verso obbligazioni societarie private e titoli legati a mutui ipotecari (i cosiddetti mortgage-backed securities);
  • Spostare parte dei capitali verso aree geografiche capaci di offrire rendimenti reali più interessanti, a partire dal Giappone.
Mercato di riferimentoQuota attuale nel portafoglioNuova quota propostaVariazione stimata (valore)
Titoli di Stato USA (Treasury)34,1%21,9%-75 miliardi di dollari
Debito sovrano Eurozona16,8%14,1%-15 miliardi di dollari
Titoli di Stato giapponesi (JGB)4,6%7,4%+20 miliardi di dollari
Obbligazioni private e mutui USA16,2%27,6%Forte aumento

La tabella mostra chiaramente il paradosso: la Norvegia non esce completamente dal dollaro, ma smette di fidarsi ciecamente dello Stato americano. Preferisce scommettere su mutui e aziende private, dove il rendimento compensa l’incertezza, piuttosto che finanziare il deficit pubblico di Washington a tassi che giudica ormai poco convenienti.

Se poi quella di affidarsi a MBS o debito privato sia la scelta giusta, lo dirà solo il tempo. Chi la fece 20 anni fa perse molto denaro.

Perché Washington rischia grosso

Questa manovra arriva nel momento peggiore possibile per la Casa Bianca e per il Dipartimento del Tesoro. Il mercato dei titoli americani sta già scricchiolando sotto il peso delle continue emissioni necessarie a coprire una spesa pubblica incontrollata.

Fino a ieri, gli Stati Uniti potevano contare su compratori storici che compravano a occhi chiusi: Giappone, Cina e i fondi sovrani alleati. Oggi quella rete di sicurezza si sta dissolvendo. Pechino riduce costantemente le proprie riserve in dollari da mesi. Il Giappone, alle prese con un recente e storico rialzo dei propri tassi interni oltre il 3%, vede i propri investitori rimpatriare i capitali invece di comprare carta americana.

L’economista Mohamed El-Erian ha centrato il punto: 75 miliardi non faranno fallire gli Stati Uniti dall’oggi al domani, ma il valore simbolico è devastante. Se persino un alleato di ferro della NATO e un Paese esportatore di energia come la Norvegia decide che i titoli di Stato americani sono una zavorra da alleggerire, chi comprerà le prossime emissioni del Tesoro USA?

L’unica risposta possibile per attirare nuovi compratori è offrire rendimenti ancora più alti. Ma tassi d’interesse più elevati sul debito pubblico significano una spesa per interessi sempre più soffocante per il bilancio federale.

Il potere opaco dei mega-fondi sovrani

Questa vicenda mette in luce un tema cruciale troppo spesso ignorato: l’immenso potere sistemico accumulato dai grandi fondi sovrani. Quando un singolo ente pubblico gestisce oltre duemila miliardi di dollari, ogni ritocco alle sue tabelle contabili equivale a un terremoto finanziario.

Questi colossi non sono semplici investitori: sono colossi capaci di premiare o punire le politiche economiche delle nazioni con un clic. Se un comitato a Oslo decide di tagliare l’esposizione al debito di una valuta, le banche centrali di mezzo mondo devono prepararsi a gestire ondate di vendite e turbolenze sui cambi.

Il rischio è la nascita di un circolo vizioso: il fondo sovrano disinveste perché teme l’eccesso di debito pubblico, la sua vendita fa scendere i prezzi dei titoli e salire i tassi, rendendo quel debito ancora più instabile e costoso da rinnovare. Il richio è che i tassi d’interesse creascano a tal punto da limitare la spesa pubblica, anche produttiva, causando instabilità sociale ed economica che, alla fine, danneggerebbe i fondi stessi.

 

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