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PERCHE’ PER I GRANDI IMPRENDITORI ITALIANI TRUMP E’ IL NEMICO PUBBLICO NUMERO UNO di Eriprando Sforza

 

Donald Trump fa sul serio. Il suo obiettivo è quello di reindustrializzare gli Stati Uniti. Lo ha ribadito venerdì scorso in un comizio a Baton Rouge in Louisiana: “Non vogliamo che le aziende lascino il nostro Paese, se ne vadano in un altro e poi vendano qui i loro prodotti”. Per impedirlo Trump ha ripetuto che metterà dazi molto alti sui beni prodotti all’estero dalle imprese americane, che così ci penseranno due volte prima di delocalizzare e alla fine diranno: “La Louisiana ci piace molto, non ce ne andremo”. “Il nostro Paese viene prosciugato dei suoi posti di lavoro, che finiscono in altri Paesi e questo non deve più succedere”, ha proclamato il presidente eletto. Un programma che in Italia verrebbe giudicato eversivo dai giornaloni mainstream perché la globalizzazione è un totem ai cui piedi bisogna sacrificare milioni di posti di lavoro. Si capisce perché gli imprenditori italiani vedono come il fumo negli occhi Trump. Con lui alla Casa Bianca diventa possibile che un presidente del Consiglio chieda agli industriali di riportare le loro fabbriche dalla Romania o da chissà dove in Italia. L’organo ufficiale di Confindustria, Il Sole 24 Ore, lo additerebbe subito come il nemico pubblico numero uno, tacciandolo di populismo. La grande impresa italiana da anni non fa altro che minare le fondamenta del nostro Paese perché ha l’unico obiettivo di delocalizzare come tappa intermedia per arrivare alla vendita delle sue aziende, ovviamente allo straniero, e poter vivere di rendita, investendo il patrimonio nelle attività finanziarie. Esemplare il caso della Fiat, che è andata all’estero senza pagare dazio, addirittura con il plauso del governo. Per non parlare della famiglia Benetton: ha lasciato languire il business che l’aveva resa ricca e celebre in tutto il mondo, ma era soggetto ai rischi della concorrenza globale, per farsi regalare dallo Stato le Autostrade e godersi senza sforzi i pedaggi degli automobilisti. Un ritorno al feudalesimo che non ha scandalizzato nessun giornalone. Negli Stati Uniti una parte dell’élite, quella che appoggia Trump, si è accorta che un paese deindustrializzato è un Paese invertebrato e ora è decisa a invertire la tendenza, altrimenti gli Stati Uniti non potranno più essere una super potenza. In Italia il problema non si pone: non c’è bisogno di un Paese forte perché l’Italia è a favore delle cessioni di sovranità. L’élite vuole che l’Italia torni a essere solo un’espressione geografica. E come potrebbe essere altrimenti, visto che poi gli italiani votano No al referendum? Non resta quindi che affondare il barcone e lasciare annegare tutti quei beceri incapaci di capire che, cometa scritto Anna Zafesova sul Sole 24 Ore “dal treno della globalizzazione non si può scendere. Le leggi dell’economia sono inesorabili quanto quelle della fisica”. Ma adesso è arrivato Trump che dice l’esatto contrario: dal treno della globalizzazione si può scendere. Sarebbe terribile se gli italiani accorgessero che sono state loro raccontate un sacco di fandonie. Fate presto!!! Bisogna assolutamente consegnare definitivamente all’Ue, ovvero alla Germania, le ultime vestigia della sovranità italiana prima del 20 gennaio, il giorno dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca. E il caso Mps può essere la scusa buona per farlo. Altrimenti c’è il rischio che gli italiani aprano gli occhi e non accettino più che i nostri imprenditori delocalizzino in nome della libertà di mercato e della globalizzazione.

Eriprando Sforza

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