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Perché l’Italia continua a tagliare i fondi per l’istruzione? (di Luigi Pecchioli)

 

Colgo l’occasione da questo recente articolo del Corriere della Sera che mi ha lasciato piuttosto basito per compiere un esame dello stato dell’istruzione in Italia. 

Innanzitutto poniamoci una domanda semplice: se questo è il livello di investimento sul sistema formativo

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 Fonte: OECD 2014

 

perché continuiamo a tagliare? Questa è la variazione di spesa negli ultimi anni:

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 Fonte: OECD 2014

 

e qui vediamo quanto è stato speso, o meglio, tagliato per l’istruzione rispetto alla spesa pubblica:

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 Fonte: OECD 2014
 

Siamo l’unico grande Paese e fra i pochi in assoluto che dal 2008 ha tagliato la spesa per l’istruzione. Non solo: abbiamo tagliata la formazione molto di più di quanto abbiamo tagliato per gli altri servizi pubblici! 

La nostra spesa per la formazione, data la scarsa percentuale sulla spesa pubblica, è quasi solo per il pagamento degli stipendi

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Fonte: OECD 2012
 

 che non sono poi così elevati:

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Colpisce è che il maestro elementare costa di stipendio allo Stato quanto il professore di liceo, ma è vero che va considerato il numero di ore lavorate e la consistenza delle classi e questo fenomeno lo si riscontra anche in altri Paesi.

 

Da questi numeri appena visti sorge una considerazione: poiché uno dei parametri fondamentali per misurare l’Indice di Sviluppo Umano (I.S.U.), che è un parametro di sviluppo macroeconomico utilizzato dall’ONU dal 1993 per valutare il grado di qualità della vita in uno Stato, è il tasso di alfabetizzazione degli adulti ed il loro tasso di istruzione, visto il livello della spesa, come sarà questo tasso per l’Italia?

 

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Fonte: OECD 2012
 

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Fonte: OECD 2014
 

Una breve spiegazione per quanto riguarda i livelli di studio; l'”upper secondary” corrisponde grossomodo alla nostra scuola superiore o liceo e la “tertiary” alla formazione accademica (sia triennale che specializzata).

 

Come si vede l’Italia non ne esce bene: le percentuali di adulti scolarizzati oltre la scuola elementare è tra le più basse e gli adulti sopra i 25 anni, soprattutto nella fascia 45-54, che hanno raggiunto almeno un’istruzione superiore sono poco sopra la metà della popolazione adulta. Questa percentuale cala drasticamente se vediamo quanti adulti raggiungono e completano un’istruzione universitaria: solo la Turchia in Europa aveva una percentuale minore, ma ha avuto un miglioramento maggiore tra il 2000 ed il 2012 raggiungendoci. Ciò evidentemente influisce sulla capacità di comprensione ed elaborazione

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Fonte: OECD 2012
 

Anche qui una breve spiegazione: i livelli indicati da 0 a 5 corrispondono al grado di comprensione ed elaborazione concettuale di un testo ed all’utilizzo di strumenti per reperire ed integrare informazioni; il grado 0 significa una capacità di lettura di un semplice testo ma l’incapacità di comprenderlo pienamente e farne una sintesi e la capacità di estrarre una semplice informazione da esso, come indicato da una domanda; all’opposto il grado 5 corrisponde ad una piena comprensione di un testo complesso, di estrarne le informazioni volute, di elaborale e la capacità di creare un proprio testo (o discorso articolato) a confutazione, teorizzando un modello esplicativo.

 

Gli adulti italiani che hanno una buona od ottima comprensione di un testo e capacità di reperire ed elaborare informazioni sono davvero pochi, sia in assoluto come percentuale, sia e soprattutto in rapporto agli altri Paesi. Solo la Spagna tra i grandi Stati europei ha un livello simile, soprattutto nella fascia di età più avanzata di popolazione.

 

Se questa è la situazione, e così torniamo alla domanda che ci siamo posti all’inizio, perché continuiamo a tagliare e quindi a deprimere la spesa per la formazione futura del nostro popolo? Una chiave di lettura ce la dà un grande scrittore italiano: Italo Calvino.

 

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Come ho già evidenziato su un altro post sulla democraziauno dei meccanismi che fa sì che un sistema democratico funzioni è quello di avere un’opinione pubblica informata ed in grado di capire e valutare l’azione del proprio Governo e conseguentemente promuoverlo o bocciarlo con il voto ai partiti che lo esprimono; ciò si ottiene solo se i cittadini hanno un grado di istruzione abbastanza elevato da poter comprendere, sia la comunicazione dei politici su quanto hanno fatto ed hanno intenzione di fare, sia le valutazioni e le notizie riportate dalla stampa e dai mezzi di informazione. Per far ciò evidentemente occorre saper maneggiare un discorso od un testo abbastanza complesso, ovvero avere un’istruzione medio-alta. Ma non c’è solo questo aspetto.

 

Una buona istruzione è anche la base per i politici per poter ben governare: in un mondo complesso ed articolato come quello di oggi, le scelte decisionali presuppongono la comprensione dei problemi, in tutti i suoi aspetti, la conoscenza di varie materie, anche solo per comprendere i consigli dei tecnici incaricati di studiare le soluzioni, ed una visione ampia delle conseguenze delle varie soluzioni proposte. Una classe politica efficiente è quindi (anche, ma non solo) una classe politica colta.

 

Questo se si è un Paese con piena sovranità.

 

Se infatti si è una Nazione eterodiretta (ricordatevi il “pilota automatico” di Draghi…) la classe politica non deve essere capace di decidere, ma semplicemente di obbedire e di mettere in opera quanto deciso in altre sedi. Per far ciò non occorre un elevato grado di istruzione, che magari porterebbe ad obiettare rispetto ad alcune scelte imposte, ma semplicemente un buon grado di fedeltà, che si ottiene facilmente concedendo ai soggetti politici un livello di potere secondario sufficiente a garantirsi un certo prestigio ed un ritorno economico personale.

 

Questo spiega dunque la ragione per cui non si investe e non si investirà nel futuro nell’istruzione delle generazioni a venire: il manovratore europeo non vuole essere disturbato e per governare una colonia non è indispensabile essere colti e neanche tanto intelligenti. Basta essere furbi e saper catturare l’elettorato, magari con un modo di fare superficialmente simpatico. 

Come Renzi, ad esempio… 

 

Luigi Pecchioli

 

 

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