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Parturient montes, nascetur ridiculus mus, il Rhine Group. Di Alfonso Scarano

Mario Draghi lancia il Rhine Group per rilanciare la Ue tra allarmi sul declino e una richiesta di 800 miliardi l’anno.

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Tanto rumore per partorire il topolino della produttività . Dopo due anni, ecco il Rhine Group: cinquanta e più grandi cervelli convocati per riscoprire che l’Europa deve investire, innovare, produrre di più e diventare competitiva. Tutto già scritto, nero su bianco in varie salse ed anche nel Rapporto Draghi del 2024, rimasto quasi al palo, ma la domanda vera è un’altra: con quale credibilità politica e storica viene costruita questa operazione dal sapore propagandistico?

Draghi appartiene a quella classe dirigente europea che da decenni ha accompagnato, favorendole, liberalizzazioni, privatizzazioni e trasformazioni profonde del sistema industriale italiano, in peggio. E proprio Draghi, oggi, si propone nuovamente come architetto della competitività europea. È una ironia dell’epoca che meriterebbe almeno qualche domanda in più, almeno da chi ha memoria.

Anche perché la sua ricetta non è, ovviamente, soltanto produttività. Nel Rapporto Draghi convivono industria, energia, tecnologia, sicurezza e difesa (sotto lo sventolare dei fomentati venti di guerra), con una richiesta di investimenti aggiuntivi nell’ordine di 750-800 miliardi, l’anno. Bei soldoni.. pronti pronti per chi?

E allora viene il sospetto che dietro la parola piaciona “competitività” si stia costruendo qualcosa di molto più ampio e forse mostruoso, ovvero una nuova politica industriale europea fondata su uma economia di guerra, sventolando la parolina sicurezza, e riarmo e sulla mobilitazione di enormi risorse pubbliche e poco private. Già avevamo stigmatizzato le golosità finanziare di concepire il vasto risparmio europeo, 10 trilioni e di questo l’italiano, almeno 4 trilioni.

Il problema non è, dunque, che l’Europa abbia bisogno di più produttività, cosa persino banale. Il problema è quale crescita, per chi, finanziata da chi e al servizio di quale modello europeo è di quali valori, e non pare che svettino quelli costituzionali.

Perché se la risposta è ancora una volta più concentrazione di potere economico, più spesa pubblica trasferita verso grandi gruppi tecnologici e industriali, più riarmo e più sacrifici richiesti ai cittadini, allora non siamo davanti a una nuova idea per l’Europa, ma alla riproposizione, con un nuovo think tank e nuovi testimonial, nuove vesti per vecchi lupi, della stessa classe dirigente e della stessa agendache fu.

E prima di chiedere ai cittadini europei altri sacrifici in nome della competitività, forse sarebbe il caso di chiedere a questi grandi cervelli quanto siano responsabili delle condizioni che oggi pretendono di risolvere.

Alfonso Scarano

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