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Il margine è europeo. Il debito resta italiano. La deroga non crea risorse: la qualità degli interventi deciderà se il debito finanzierà capacità future o soltanto spesa corrente.
La Relazione al Parlamento con cui il Governo chiede l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia merita una lettura che vada oltre la rappresentazione, politicamente comprensibile ma economicamente incompleta, dell’apertura di nuovi «spazi di bilancio».

Il Governo chiede di incrementare l’aggregato della spesa netta dello 0,6 per cento del Pil in ciascuno degli anni 2027 e 2028: fino a 0,3 punti per la sicurezza energetica e fino a 0,3 per la difesa. Per gli interventi energetici la Relazione indica fino a 14,4 miliardi nel biennio. Se venisse utilizzato integralmente anche il margine per la difesa, l’ordine di grandezza complessivo sarebbe di circa 28,8 miliardi. È una stima ricavabile dai dati esposti, non un programma di spesa già dettagliato.
È utile chiarire subito il significato di quel margine. La spesa netta è l’indicatore sul quale si fonda il percorso europeo: la clausola consente di discostarsene temporaneamente. Non mette a disposizione nuove entrate, non riduce il debito e non trasferisce automaticamente risorse dall’Unione europea. Inoltre, lo spazio sulla spesa netta non coincide meccanicamente con una somma di cassa né con un aumento identico del deficit. L’impatto sui saldi dipenderà dalle misure adottate, dai loro costi, dalle eventuali coperture e dalla loro contabilizzazione.
Se le nuove uscite non saranno compensate da maggiori entrate o minori spese, il loro finanziamento resterà nazionale e potrà riflettersi sul deficit e sul debito. La clausola modifica temporaneamente il percorso sottoposto alla sorveglianza europea; il costo delle decisioni resta nei conti pubblici italiani.
La Relazione presenta due traiettorie che vanno considerate insieme. La crescita programmata della spesa netta è indicata al 3,3 per cento nel 2027, all’1,7 nel 2028 e allo 0,2 nel 2029. Al netto degli impieghi derivanti dalla clausola, il documento indica invece una crescita dell’1,9 per cento nel 2027, dell’1,7 nel 2028 e dell’1,5 nel 2029.
Lo 0,2 per cento non equivale a una riduzione della spesa nominale. È però un dato che impone una spiegazione più completa: come si raccordano le due traiettorie? Quale effetto ha l’impiego della clausola sul livello della spesa? Quale percorso è previsto una volta concluso il biennio? La risposta non si ricava da un solo tasso: richiede una rappresentazione chiara del passaggio dal margine temporaneo al quadro ordinario.
Anche la composizione delle spese è decisiva. Per la difesa la Relazione contempla personale, esercizio ed esigenze operative, insieme a programmi d’investimento pluriennali. Sono componenti che possono essere tutte necessarie, ma hanno conseguenze diverse nel tempo. Un investimento può avere obiettivi e tempi definiti; gli impegni per il personale e i costi di funzionamento tendono invece a proseguire oltre il biennio. Occorre quindi chiarire come saranno finanziati quando la deroga non sarà più disponibile.
Per l’energia, il Governo indica interventi su rinnovabili, Energy Release, idroelettrico, biometano, efficientamento degli edifici pubblici, infrastrutture ferroviarie e sostegno alle imprese esposte ai costi energetici. Sono ambiti potenzialmente rilevanti, ma la loro elencazione non permette ancora di giudicare la qualità della spesa. Servono misure definite, costi stimati e risultati verificabili: quanta energia aggiuntiva sarà prodotta, quanto si ridurranno i costi per famiglie e imprese, quanto diminuirà la dipendenza dalle forniture estere.
Per le misure di sicurezza energetica le istituzioni europee hanno previsto una valutazione delle singole iniziative e dei relativi costi. Anche per questo la Relazione, che descrive gli ambiti d’intervento senza dettagliare ancora tutte le misure, dovrà essere seguita da una selezione trasparente: ogni intervento va valutato per costo, tempi di realizzazione e beneficio atteso.
La stessa esigenza riguarda la difesa. Un euro destinato a sviluppare tecnologia, competenze e filiere produttive nazionali ha ricadute diverse da un euro che si traduce prevalentemente in acquisti dall’estero. La sicurezza nazionale ha un valore che non si misura soltanto in termini finanziari; proprio per questo occorre rendere riconoscibili gli obiettivi industriali, operativi e tecnologici associati alle risorse.
Il criterio di giudizio dovrebbe essere semplice: quale capacità futura si costruisce con ogni euro di spesa aggiuntiva? La quantità di margine utilizzato è un dato contabile. Il risultato da misurare è ciò che rimane al Paese in termini di produzione, autonomia energetica, tecnologia e sicurezza.
C’è poi un chiarimento istituzionale da mantenere al centro. L’attivazione della clausola non equivale a una riappropriazione della sovranità fiscale nazionale. La Relazione stessa subordina la definizione degli interventi all’esito della procedura europea e all’autorizzazione del Consiglio dell’Unione. Si tratta dunque di flessibilità esercitata dentro la governance europea, non di una disponibilità autonoma di risorse.
Poiché il Governo ricorre alla procedura prevista dall’articolo 6 della legge n. 243 del 2012, il Parlamento deve poter valutare con precisione le finalità, gli effetti finanziari e il percorso successivo. La Relazione espone le traiettorie di spesa fino al 2029; occorre chiarire come si rifletteranno sui saldi, quale quota degli interventi produrrà costi ricorrenti e come sarà assicurato il rientro verso il percorso ordinario.
Le domande da porre sono concrete: quale sarà l’effetto complessivo sul deficit e sul debito? Quale maggiore onere per interessi è prevedibile? Quali misure saranno temporanee e quali produrranno impegni permanenti? Quali risultati economici e industriali saranno verificati? Come si raccordano i due profili di crescita della spesa indicati per il 2029?
Non sono domande contrarie al rafforzamento della sicurezza energetica e della difesa. Sono domande necessarie proprio perché queste finalità vengono definite strategiche.
La posizione di Futuro Nazionale parte proprio da qui: utilizzare ogni margine disponibile nell’interesse del Paese, valutando ogni euro per ciò che produce e per gli impegni che lascia nel tempo. La flessibilità può consentire una deviazione temporanea dal percorso europeo della spesa netta; il costo delle decisioni resta nei conti nazionali.
Se si ricorre a maggiore indebitamento per energia e difesa, da quel debito devono derivare infrastrutture, tecnologie, capacità produttiva, minore dipendenza energetica e maggiore sicurezza. Altrimenti, terminata la flessibilità, resteranno gli impegni, gli interessi e il debito.
Il giudizio sull’operazione dipenderà dalla qualità degli interventi, dalla trasparenza dei costi e dalla sostenibilità delle scelte dopo il 2028
Antonio Maria Rinaldi







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