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NOIA CAPITALE

Ci sono mestieri che mettono quotidianamente in contatto con il dolore. Per esempio quello dell’oncologo. Altri che mettono quotidianamente in contatto con le conseguenze dell’imprudenza: quello del traumatologo. Altri ancora mettono quotidianamente in contatto con la morte, come il mestiere dell’impresario di pompe funebri. In tutti questi casi si verifica quel fenomeno di “mitridatizzazione” che il vocabolario Treccani definisce: “Processo o stato di relativa refrattarietà, progressivamente acquisita, verso una determinata sostanza tossica o medicamentosa; anche in senso figurato”. Il termine risale al re del Ponto, Mitridate il quale, temendo di essere avvelenato, assumeva ogni giorno una piccola dose di veleno, in modo da rendersi immune ad esso. Un precursore di Pasteur, si potrebbe dire sorridendo.
Se quella dell’antico re è probabilmente una leggenda, la mitridatizzazione di cui parla il dizionario è un fatto ben reale. La ripetizione di uno stimolo, per il nostro corpo, cessa di essere notizia. Un capo macchinista che passava tutta la sua vita sulla nave, a chi glielo chiedeva rispondeva di essere in servizio “ventiquattr’ore al giorno”. Come? Semplicemente essendo talmente abituato al rumore normale della macchina, da non sentirla più. E al contrario si accorgeva subito se qualcosa non andava. Il rumore del guasto era notizia, l’eterno tonf-tonf no.
La mitridatizzazione protegge l’oncologo, il medico e il becchino dal vivere continuamente afflitti, per semplici ragioni di umanità ed empatia, dalle vicende con cui vengono in contatto. Per la medesima ragione, mentre alcuni giovani (o qualche giornalista interessato a vendere il giornale) si interesseranno appassionatamente agli scandali del Comune di Roma, i vecchi seguiranno queste vicende con un orecchio piuttosto distratto. Cane che morde uomo non è notizia. E non è neppure notizia che il denaro dello Stato sia rubato, dal momento che è il meno sorvegliato. E chi lo ruba è spesso proprio colui che dovrebbe sorvegliarlo.
Dagli scandali, talmente monotoni da rendere stucchevoli le loro notizie, si possono ricavare ancora e sempre le stesse lezioni. Il tasso di corruzione non dipende dalla severità delle leggi (che è inutile inasprire) ma dalla frequenza della repressione. È più efficace e più dissuasiva un’ammenda di cento euro assolutamente sicura che una molto improbabile pena di morte. Era il principio della “finestra rotta” del sindaco di New York Rudolph Giuliani.
Il quantum di corruzione di una nazione non dipende dalle sue istituzioni ma dal suo popolo. Se esso ha un’alta moralità, la corruzione sarà bassa, anche in presenza di sanzioni molto miti. Se il popolo ha una bassa moralità, e dunque una tendenziale assenza di scrupoli, la corruzione sarà alta. In Italia si considera normale “copiare il compito”, quando si hanno quindici anni: perché in seguito si dovrebbero avere scrupoli ad accettare una bustarella?
L’ultima lezione è che, dal momento che è difficile sia proteggere il denaro dello Stato dai ladri sia limitare la corruzione, la cosa migliore è far sì che lo Stato maneggi poco denaro ed eviti di occuparsi di tutto ciò di cui può evitare di occuparsi. Il solito concetto di “Stato minimo”. Ma anche questa idea soffre, per così dire, di una petitio principii. Mentre il cittadino razionale sogna di uno Stato minimo, che gli costerebbe di meno in termini di tasse, sono interessati ad uno Stato che si occupa di tutto in primo luogo i politici, perché per loro significa più potere e più possibilità di concedere favori. Inoltre, per molti cittadini, esso rappresenta la possibilità di un impiego stabile e ben poco faticoso. Insomma, la stessa società che si scandalizza per quanto avviene nel Comune di Roma, poi, all’occasione, chiede: “Ci sarebbe un posticino per mio cognato? Sa, è un bravo ragazzo ed è senza lavoro”.
Ecco perché chi ha sentito parlare di scandali da decenni li trova di una noia mortale. Perché sa che i politici sono interessati a non diminuire affatto l’area d’intervento dello Stato, e i cittadini non perdono mai l’illusione che i servizi dello Stato siano gratuiti e che un giorno o l’altro potrebbero approfittarne anche loro.
Lo scandalo non è la corruzione. Lo scandalo, in Italia, è uno Stato elefantiaco incapace di agire in modo economico e tenendo una mano ferma sul portafogli.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
6 giugno 2015

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