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MORIRE PER KIEV?

Tra guerra e negoziati

La situazione nell’est dell’Ucraina ha di che rendere tristi. Innanzi tutto si rivede una Russia che avevamo un po’ dimenticata: quella che una volta si chiamava Unione Sovietica. Non perché ci sia oggi una dittatura, in quel grande Paese, e neppure un’autocrazia, come scrivono certi giornali, ma per la politica di grande potenza machiavellica messa in atto da Mosca. Il Cremlino approfitta della sua forza per schiacciare un debole vicino, e lo fa mentendo sia sulle proprie azioni, sia sulle proprie intenzioni. Qualcuno potrebbe dire che l’avvisaglia si è avuta nel Caucaso, dove di fatto dei piccoli Paesi sono stati di nuovo annessi dalla grande Madre Russia. Una Madre piuttosto violenta. E allora l’Occidente non si è mosso.

Non è necessario essere antirussi, per essere delusi. Forse si può anche concedere che i governanti del Cremlino – zaristi, comunisti o democratici – sono in buona fede, quando parlano del loro timore di un accerchiamento. La Russia è tanto grande che l’idea di questo timore fa il paio con la pretesa inglese che, in caso di nebbia sul Canale, il Continente sia isolato: ma un fatto è un fatto. La Russia non ha frontiere naturali e la sua voglia di inglobare Stati cuscinetto contro un eventuale invasore è una pulsione eterna. L’Ucraina purtroppo ha la sfortuna di avere montagne a ovest – in modo che l’Occidente si possa difendere dalla Russia – e non ad est, da dove potrebbe partire l’attacco alla Russia. Putin sogna dunque di estendere i territori del suo Paese per rispondere alla frustrazione dei suoi connazionali, prima fieri di un’Unione Sovietica che faceva paura al mondo, ora cittadini di una Russia smembrata, amputata di troppi territori e in pericolo di essere invasa.

Ma la comprensione per i sentimenti dei russi – tanto forti da sostenere Putin malgrado il morso delle sanzioni occidentali – non può spingere alla più totale tolleranza. Se uno stupratore ha pulsioni intime tali da non saper resistere alla tentazione, ciò non significa che una donna, comprendendolo, lo debba lasciar fare. Ecco perché all’Occidente si pone il problema di ciò che convenga fare: e non in favore dell’Ucraina, ma in favore della pace e del rispetto delle frontiere. Se oggi si tratta dell’Ucraina, domani potrebbe trattarsi di Vilnius o di Danzica.

E qui si pone il nodo essenziale del problema. La moneta a corso legale fra gli Stati è la forza militare: attuale, in caso di guerra, minacciata, durante gli anni di pace. Qualunque discussione, qualunque negoziato, ha sullo sfondo l’ineludibile domanda: “E che avverrà, se non ci mettiamo d’accordo?” Se la domanda se la pone il più debole, ne consegue che dovrà fare assolutamente di tutto per arrivare ad un compromesso – anche sfavorevole – purché diverso dalla guerra. È il caso della Cecoslovacchia che nel 1968 accettò i carri armati russi. Se la domanda se la pone il più forte, è ovvio che cederà soltanto nella misura in cui l’uso della propria forza gli costerebbe più del vantaggio conseguito. Come si vede, in tanto il negoziato ha un senso, in quanto anche il più forte si debba porre il problema di quanto gli costerebbe piegare militarmente la volontà del più debole. Se viceversa uno dei due dichiarasse in partenza che in nessun caso farà ricorso alla forza delle armi, sarebbe l’altro – anche ad essere il più debole – in grado d’imporre la propria volontà. Anche se ingiusta ed esosa. Chiunque entri in una trattativa  internazionale dicendo che in nessun caso ricorrerà alle armi, è come un pugilatore che salga sul ring dicendo che in nessun caso userà i pugni.

Non si dice, qui, che la signora Merkel e François Hollande non dovevano tentare di risolvere la crisi dell’Ucraina. Si dice soltanto che, se escludono in ogni caso sia un intervento militare, sia la fornitura di armi pesanti a Kiev, non sono andati a Mosca per negoziare ma soltanto per una “photo opportunity”. Una carnevalata.

La politica internazionale è pragmatica e spietata e i profeti disarmati non hanno diritto alla parola. Se l’Europa ha paura di farsi valere, è inutile che faccia la mossa. E nessuno dice che quella paura sia ingiustificata. Ma decidere se sia giusto o sbagliato cedere, se bisogna o no tollerare la violazione dei confini, è uno di quei problemi che avvelenano le notti dei governanti. Morire per Danzica? Oggi diciamo che ne valeva la pena, ma sul momento, come saperlo?

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

8 febbraio 2015

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