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Missili finiti e scontro a Camp David: chi ha ingannato Trump sulla guerra in Iran?
Scontro infuocato a Camp David tra Donald Trump e il Segretario alla Difesa Pete Hegseth: le riserve di missili americani sono esaurite e l’amministrazione è costretta a frenare l’attacco contro l’Iran.

I depositi di munizioni americani sono quasi vuoti e la leadership del Pentagono si scarica le colpe. A Camp David è andato in scena uno scontro durissimo tra Donald Trump e il Segretario alla Difesa Pete Hegseth. La mancanza di missili ferma le opzioni militari statunitensi e rischia di regalare un vantaggio strategico inaspettato all’Iran.
Hegseth e l’illusione della guerra breve
Stando a quanto rivelato dal Washington Post — fonte storicamente vicina all’area democratica e quindi da valutare con la dovuta cautela critica — il clima all’interno dell’amministrazione americana è rovente. Donald Trump ha chiesto conto dei drammatici vuoti negli arsenali americani a Pete Hegseth, il suo Segretario alla Difesa.
Hegseth era stato uno dei più convinti sostenitori dell’intervento armato contro Teheran. Aveva rassicurato il Presidente dicendo che si sarebbe trattato di una vittoria rapida e semplice.
A sei mesi dall’inizio delle operazioni militari, la realtà presenta un conto salatissimo. Invece di una campagna di poche settimane, Washington si trova bloccata in una guerra d’usura. Nel tentativo di difendersi dalle accuse del Presidente, Hegseth avrebbe addossato la colpa al suo vice, il miliardario Stephen Feinberg, grosso donatore del GOP, accusandolo di non aver monitorato le scorte. Diventa difficile però monitorare le scorte quando la capacità produttiva non è sufficiente.
Chi è il vero responsabile della crisi?
La responsabilità politica di questo cortocircuito risiede in una catena di errori strategici e di superficialità. Da un lato c’è una dirigenza del Pentagono che ha promesso operazioni militari senza verificare la reale disponibilità dei magazzini. Dall’altro c’è l’illusione che le guerre moderne si possano vincere soltanto con gli annunci.
Ecco i principali fattori politici e gestionali che hanno portato allo stallo attuale:
- Rassicurazioni infondate: I vertici militari avevano garantito a Trump che la carenza di armi fosse stata risolta, cosa rivelatasi falsa, almeno secondo la stampa USA. Invece questa affermazione si è rivelata azzardata.
- Scarico di responsabilità interno: Lo scontro aperto tra il Segretario Hegseth e il Vice Feinberg mostra una leadership divisa e in cerca di capri espiatori.
- Mancanza di visione industriale: La convinzione errata che l’industria bellica potesse moltiplicare la produzione da un giorno all’altro. Pare che nessuno abbia una visione corretta della situazione.
La drammatica conta dei missili scomparsi
La portata del problema emerge chiaramente dai numeri. Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno consumato una quantità enorme di armamenti ad alta precisione, esaurendo riserve accumulate in anni.
| Tipo di Armamento | Utilizzo stimato / Stato arsenale | Impatto politico e strategico |
| Tomahawk | Oltre 850 lanciati nel primo mese | Scorte di attacco a lungo raggio ridotte ai minimi storici |
| Patriot / THAAD | Oltre 1.000 intercettori sparati | Difesa aerea USA e alleati del Golfo fortemente scoperta |
| ATACMS | Oltre 1.300 missili tattici usati | Arsenale praticamente azzerato, stop agli aiuti a Kiev |
Anche la testata Reuters ha confermato che le riserve di missili tattici ATACMS sono vicine allo zero. Questo vuoto difensivo non colpisce soltanto il fronte mediorientale. Sta privando l’Ucraina dei sistemi necessari per contrastare i raid russi, lasciando scoperte le forze alleate in Europa.
Il fattore Cina e il nodo degli alleati
In questo contesto già critico si inserisce l’ombra di Pechino. Mentre gli Stati Uniti faticano a produrre nuovi missili, la Cina sta fornendo all’Iran componenti tecnologiche, missili completi e carburante per razzi. Questo aiuto permette a Teheran di continuare a lanciare droni ed ordigni a basso costo, consumando i preziosissimi intercettori americani.
In altri tempi Washington avrebbe chiesto agli alleati europei o arabi di coprire parte del fabbisogno. Oggi questo non è possibile. La politica di difesa americana degli ultimi decenni ha creato un sistema industriale rigido.
Gli alleati non dispongono di sistemi compatibili in quantità sufficiente. Le aziende americane della difesa richiedono fino a due anni prima di consegnare nuovi lotti. Non basta stanziare fondi a bilancio: servono tempo, materie prime e catene di montaggio pronte. L’orgoglio presidenziale impedisce di chiedere aiuto agli alleati.
La ritirata di Trump e le conseguenze politiche
Tutto questo spiega il comportamento oscillante di Donald Trump degli ultimi giorni. Il Presidente ha prima minacciato “il più grande attacco dalla Seconda Guerra Mondiale“, per poi fare marcia indietro citando trattative sullo Stretto di Hormuz.
Più che le pressioni diplomatiche dei paesi arabi, a fermare la mano di Trump sono stati i dati reali del Pentagono. Continuare l’offensiva avrebbe significato azzerare del tutto le difese degli Stati Uniti e di Israele.
La posizione di Pete Hegseth appare sempre più incerta. Sebbene la portavoce Karoline Leavitt smentisca ufficialmente qualsiasi attrito parlando di “fake news”, la sensazione a Washington è che la fiducia del Presidente sia ai minimi. La politica dei proclami si è scontrata con la cruda realtà dei magazzini vuoti, regalando a Teheran un vantaggio politico inaspettato e non si vede una soluzione all’orizzonte per i problemi degli USA in materia.








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