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Mercedes e la “Stella” cadente: i profitti crollano ancora. La Cina non perdona e l’ombra di Trump spaventa Stoccarda
Mercedes-Benz registra un calo degli utili del 17% nel Q1 2026. I margini crollano al 3,5% a causa della crisi in Cina e della concorrenza tecnologica dei produttori locali. Tagli ai posti di lavoro e dazi USA mettono a rischio il futuro della Stella.

Non c’è pace tra i corridoi di Stoccarda. Quella che un tempo era la corazzata inaffondabile dell’automobilismo premium mondiale, la Mercedes-Benz, sembra aver smarrito la rotta, o forse è semplicemente finita in una secca da cui non riesce a liberarsi. I dati del primo trimestre del 2026 parlano chiaro: l’utile è sceso a 1,43 miliardi di euro, segnando un -17% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Se consideriamo che il 2025 era già stato un anno “horribilis” (con crolli degli utili che avevano sfiorato il 40% in alcuni trimestri), ci accorgiamo che non siamo di fronte a una fluttuazione ciclica, ma a un vero e proprio ridimensionamento strutturale.
I numeri della crisi: margini dimezzati
Il dato che più deve far riflettere gli analisti e i decisori politici europei non è tanto il calo del fatturato (sceso a 31,6 miliardi), quanto il crollo dei margini nel settore automotive.
| Voce di Bilancio | Q1 2025 | Q1 2026 | Variazione |
| Utile Netto | ~1,72 mld € | 1,43 mld € | -17,2% |
| Fatturato | 33,1 mld €* | 31,6 mld € | -4,5% |
| Margine Operativo (Auto) | 7,3% | 3,5% | -52% |
| Vendite Globali | – | – | -6% |
| Dati stimati su base tendenziale |
Un margine del 3,5% per un marchio che si autodefinisce “lusso” è quasi un’eresia. Significa che Mercedes sta faticando enormemente a estrarre valore dai propri veicoli, schiacciata tra costi di produzione tedeschi (non propriamente popolari) e una necessità impellente di scontare i listini per non perdere quote di mercato.
Il “Mal di Cina” e la parità tecnologica
Il principale imputato è il mercato cinese. Pechino non è più la terra promessa dove bastava appuntare una stella a tre punte sul cofano per vendere a prezzi di listino pieni. La concorrenza dei produttori locali non è solo aggressiva sul prezzo, ma ha raggiunto – e in certi casi superato – la parità tecnologica.
Qui sorge il dilemma che ogni consumatore (e ogni economista) dovrebbe porsi: perché pagare un sovrapprezzo “tedesco” per un prodotto che, a livello di software, batterie e prestazioni, non offre più nulla di superiore rispetto a un concorrente cinese? La risposta dei consumatori orientali, per ora, è un secco “no grazie”, con vendite in calo verticale.
Protezionismo e dazi: la tempesta perfetta
A complicare il quadro ci si mette la geopolitica. Il fantasma di Donald Trump e la sua politica di dazi doganali aggressivi hanno già presentato il conto: solo nel 2025, si stima che le barriere commerciali americane siano costate a Mercedes circa 1 miliardo di euro di profitti.
In un’ottica keynesiana, la mancanza di una domanda interna europea forte, capace di assorbire la produzione, costringe i giganti tedeschi a dipendere da mercati esteri sempre più ostili. La risposta della dirigenza? Tagli. Sono già 5.500 i posti di lavoro eliminati, nonostante le tutele sindacali. Un classico esempio di come la crisi industriale si trasformi rapidamente in crisi sociale.
Conclusione: un modello da rifondare?
L’amministratore delegato Ola Källenius mantiene l’ottimismo, puntando a un ritorno ai margini dell’8-10% nel medio termine grazie ai nuovi modelli (CLA e GLC). Tuttavia, con ordini che restano lunghi ma una redditività che latita, il sospetto è che il “prestigio” del marchio non basti più a coprire le inefficienze di un sistema industriale europeo stritolato tra costi energetici elevati e una transizione ecologica gestita più con l’ideologia che con la tecnica.
Qualcuno a Berlino e a Bruxelles dovrà iniziare a chiedersi se valga la pena continuare su questa strada, o se la “Stella” sia destinata a diventare un ricordo di un’egemonia industriale che fu.







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