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Mario Krave insulta chi illustra la realtà. Quando la prova non basta: alfabetismo digitale e polarizzazione delle opinioni

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Mario Krave e gli insulti perché non riconosce la realtà

Mario Krave insulta chi condivide l’articolo di cronaca su un fatto reale; ma non c’è prova che tenga quando le opinioni sono radicate nel profondo delle convinzioni.

Avviso 1: questo articolo non ha lo scopo di puntare il dito contro una persona specifica, né di ridurre una riflessione più ampia a un regolamento di conti personale. L’episodio che lo ha ispirato è solo lo spunto per parlare di un fenomeno sempre più diffuso e dilagante, alimentato in larga parte dalla logica stessa dei social media, ovvero l’impossibilità di stabilire un punto di partenza certo, fatto della semplice collocazione per ordine cronologico dei fatti reali.

Avviso 2: l’articolo non pone la questione sulle diverse e persino opposte opinioni che si possono avere sul tema bellico in questione, bensì sul metodo le quali queste si basano e procedono nel tempo.

Oggi sono stato insultato sulla mia bacheca di Economia Spiegata Facile da tale Mario Krave, per aver postato corredata da un commento ironico che verte ovviamente sulla distanza temporale tra il fatto documentato da Repubblica e l’invasione Russa nei confini ucraini.

Mario Krave insulta sui social chi dimostra un fatto reale, e lo scambia per un falso - guerra in Ucraina articolo di Repubblica

L’episodio dell’insulto ricevuto da Mario Krave

Ho condiviso sui social lo screenshot di un articolo del 2014 — quindi antecedente, ovviamente, all’invasione russa dell’Ucraina del 2022 — che raccontava dei bombardamenti nel Donbass a opera delle milizie ucraine, ai danni della popolazione russofona della regione. La reazione di un utente non è stata “hai una fonte verificabile?”, ma una richiesta ostile del link, come se la sola esistenza di quell’articolo, scritto otto anni prima dei fatti del 2022, fosse implausibile.

Un episodio piccolo, ma un campione perfetto di due fenomeni molto più grandi: l’arretratezza nell’alfabetizzazione digitale di base, e la resistenza delle opinioni polarizzate a qualunque prova contraria.

In risposta, avrebbe avuto un invito a farsi aiutare da qualcuno capace di scrivere il titolo dell’articolo su qualunque motore di ricerca. L’amico gli avrebbe mostrato l’articolo originale di Repubblica, che nel 2014 documentava i bombardamenti ucraini sui civili russofoni del Donbass.

Articolo di Repubblica sulla guerra civile in Ucraina anno 2014 Mario Krave

Il post su Facebook

Il commento e la data evidenziata nel mio post vogliono significare una cosa sola: non è stato Putin a iniziare la guerra in Ucraina, salvo che non si dimostri che quello di repubblica non documentasse una risposta o una ritorsione (in casa propria?) degli ucraini.
In questa playlist troviamo diverse altre testimonianze del fatto che l’invasione russa sia stata provocata; tra cui la richiesta di Mattarella a Putin di intervenire (30 giugno 2015 video ufficiale dal canale YT della Presidenza della Repubblica). In quella occasione i terroristi indicati da Mattarella erano gli ucraini.

O ancora il servizio del TG2 nell’anno 2016 sui bombardamenti della guerra civile ucraina. E la promessa elettorale di Proroshenko di portare a compimento lo sterminio dei russofoni in Donbass.

A stretto giro, vengo allertato da Facebook di diversi commenti traduci il seguente scritto da tale Mario Krave:

Mario Krave insulta sui social chi dimostra un fatto reale, e lo scambia per un falso - guerra in Ucraina

Io invece ho risposto più prosaicamente allegando il link:

 


Ora si tratta soltanto di un esempio su decine che potrei farvi, ma lo prendo a campione perché l’ultimo e quindi più facile da reperire.

I dati ufficiali sull’analfabetismo digitale e funzionale

Non è un’impressione soggettiva: i dati ufficiali confermano un problema strutturale.

  • Analfabetismo funzionale: secondo l’indagine PIAAC-OCSE (2022-23, pubblicata nel dicembre 2024), il 35% degli adulti italiani fa fatica a comprendere testi semplici, e il 46% non riesce a risolvere problemi con più variabili. Il dato è peggiorato rispetto alla rilevazione precedente (dal 28% al 35%), e colloca l’Italia tra gli ultimi Paesi OCSE in Europa.
  • Competenze digitali: secondo ISTAT (rilevazione 2023), solo il 45,9% della popolazione tra 16 e 74 annipossiede competenze digitali almeno di base — 23° posto su 27 Paesi UE, circa 10 punti sotto la media europea. Oltre un terzo (36,1%) ha competenze insufficienti, e il 5,1%, pur usando internet, non ha alcuna competenza digitale.

Questi due dati insieme spiegano molto: una parte rilevante della popolazione non ha gli strumenti cognitivi per valutare un testo complesso, né quelli tecnici per verificarne la fonte in autonomia. Non stupisce che la reazione più comune, di fronte a un’informazione scomoda, sia delegare ad altri l’onere della prova — spesso con ostilità, invece che con curiosità.


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Quando la realtà non ha più voce in capitolo

Il caso specifico è chiarissimo: un articolo del 2014 non può essere stato scritto per giustificare a posteriori un’invasione del 2022. La cronologia stessa è prova della sua autenticità. Eppure, anche di fronte a un’evidenza così semplice, l’aspettativa realistica è che l’opinione di chi insulta non cambi. Qui il problema smette di essere solo “alfabetizzazione digitale” e diventa qualcosa di più profondo: quando un’opinione nasce da una narrazione di parte assorbita nel tempo, metterla in discussione non corregge un’informazione — minaccia un’identità. È il meccanismo che la psicologia chiama motivated reasoning: si valutano le prove non per la loro solidità, ma per quanto confermano ciò che si vuole già credere.

Un caso di scuola: Azov e Bandera

Lo stesso schema si ritrova in un altro tema ricorrente nel dibattito sulla guerra: i legami di alcuni ambienti militari e identitari ucraini con simbologia di estrema destra.

Documentato, anche da testate occidentali, ben prima del 2022: il battaglione Azov (nato nel 2014) ha usato simboli come il Wolfsangel su uniformi e insegne (Reuters, TIME, BBC); sono stati fotografati militari con tatuaggi neonazisti; in alcune aree dell’Ucraina occidentale esiste un vero culto di Stepan Bandera, figura legata storicamente al collaborazionismo nazista.

Narrazione, non fatto: estendere questi elementi a tutte le forze armate ucraine, o usarli come giustificazione della “denazificazione” del 2022, è una tesi respinta da Ucraina, UE, NATO e gran parte del mondo accademico — Azov è oggi una componente minoritaria, integrata dal 2014 nella Guardia Nazionale.

Il punto non è stabilire chi abbia ragione in uno scontro geopolitico complesso, ma mostrare lo stesso meccanismo: un fatto documentato viene o negato da chi sostiene una narrazione, o generalizzato all’infinito da chi sostiene quella opposta.

Una riflessione, non una conclusione sugli insulti di Mario Krave

Verificare prima di reagire, e restare disposti a cambiare idea di fronte a una prova solida, sono due competenze diverse. La prima è tecnica e, come mostrano i dati, in Italia va costruita quasi da zero. La seconda è più difficile, perché riguarda l’ego più che l’intelletto — ma è quella che determina se il dibattito pubblico serve ancora a qualcosa, o è solo rumore di narrazioni già scritte in partenza.

Il commento finale non incoraggiano a sperare…

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