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L’Ucraina nell’UE? Zelensky respinge la “sala d’attesa” di Merz, ma il conto economico e politico fa tremare l’Europa

Zelensky rifiuta la “serie B” in Europa proposta dalla Germania. Ma tra un costo economico insostenibile e il rischio di un conflitto militare diretto, il patto di adesione fa tremare Bruxelles.

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La diplomazia europea si scontra, ancora una volta, con la dura realtà dei numeri e dei trattati. La proposta del Cancelliere tedesco Friedrich Merz di concedere all’Ucraina uno status di “membro associato” dell’Unione Europea — una sorta di anticamera senza diritto di voto — è stata rispedita al mittente con fermezza da Volodymyr Zelensky. In una lettera indirizzata ai vertici di Bruxelles, il leader ucraino ha definito l’offerta “ingiusta”, ribadendo che chi difende l’Europa non può essere condannato a rimanere “senza voce”.

La retorica di Kiev è comprensibile: dopo che per quattro anni la UE ha affermato di essere dalla parte dell’Ucraina senza se e senza ma, a questo punto il presidente di quel paese si aspetta di poter passare alla cassa e raccogliere gli effetti di tutta questa retorica. Peccato che ci siano dei grossi problemi economici e politici da superare per il suo eventuale accesso.

Il nodo economico: un divario incolmabile nel breve termine

L’ingresso a pieno titolo dell’Ucraina nell’UE non è una semplice stretta di mano, ma un’operazione di ingegneria finanziaria e sociale senza precedenti nella storia dell’Unione. Merz, da buon conservatore attento ai bilanci, sa perfettamente che un’adesione lampo farebbe saltare il banco.

Le criticità economiche sono macroscopiche:

  • Il gap del PIL: L’Ucraina pre-guerra aveva un PIL pro capite che era una frazione minima della media europea. Oggi, con un’economia devastata dal conflitto, l’assorbimento di Kiev comporterebbe un drenaggio monumentale dei Fondi di Coesione.
  • Lo shock agricolo: Il settore primario ucraino è un colosso. Il suo ingresso nel Mercato Unico disarticolerebbe l’attuale Politica Agricola Comune (PAC), trasformando Paesi storicamente beneficiari (come la Polonia o la stessa Italia) in contributori netti.
  • La necessità di investimenti pubblici: Per ricostruire e integrare il Paese servirebbero politiche espansive e massicci interventi di stampo keynesiano da parte di Bruxelles, in un momento in cui l’Europa è imbrigliata in sterili dibattiti sul rientro dai debiti sovrani.

La trappola geopolitica: l’Articolo 42.7

Oltre ai costi economici, c’è un “elefante nella stanza” che le cancellerie europee sussurrano solo a porte chiuse: la sicurezza.

L’adesione a pieno titolo all’UE comporta l’accettazione dell’Articolo 42.7 del Trattato sull’Unione Europea, che prevede una clausola di mutua difesa. Se si dovesse giungere a un cessate il fuoco che non restituisce a Kiev la totalità dei suoi territori (uno scenario, purtroppo, sempre più probabile), integrare l’Ucraina al 100% significherebbe legare i destini di Parigi, Roma e Berlino alle future recrudescenze del conflitto russo-ucraino. In parole povere: un attacco futuro a Dnipro equivarrebbe, giuridicamente, a un attacco ai confini dell’Unione.

Siamo sicuri che tutti i 27 Paesi membri — al netto dell’uscita di scena dell’ungherese Orban in aprile — siano pronti a ratificare un patto che li espone al rischio di un coinvolgimento militare diretto?

Un pragmatismo necessario

Zelensky ringrazia per il recente prestito da 90 miliardi di euro approvato dall’UE, ma alza la posta politica. La narrazione di Kiev si scontra però con i meccanismi lenti e inesorabili di un’Europa che fatica a riformare se stessa. L’idea di Merz dei “passi intermedi” è forse l’unica via tecnicamente percorribile per ancorare l’Ucraina all’Occidente senza innescare un cortocircuito politico-economico che farebbe implodere l’architettura comunitaria dall’interno.

La politica è l’arte del possibile, non dei desideri. E in questo momento, l’adesione totale dell’Ucraina è un desiderio troppo costoso, sia in termini di euro che di potenziale sangue, per essere approvato all’unanimità. Rifiutare l’associazione e pretendere l’entrata secca significa che, probabilmente, molti più paesi saranno scettici sull’accesso di Kiev nella UE.

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