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L’OPERAIO ITALIANO PAGATO COME L’OPERAIO CINESE

 

Quando è cominciata la rivoluzione industriale, la Gran Bretagna era favorita da un know how che le permetteva di vendere i propri prodotti – allora pressoché inimitabili – ad alto prezzo, mentre importava le materie prime a basso prezzo. Il tempo è passato ed oggi anche Paesi lontani dall’Europa non sono inferiori a nessuno in materia di tecnologia. Quel vantaggio che rese ricca la Gran Bretagna non esiste più: gli ingegneri indiani non sono peggiori di quelli americani, i prodotti giapponesi non sono inferiori a quelli tedeschi. La stessa Cina, che fino a qualche decennio fa moriva di fame, oggi fa un’invincibile concorrenza al resto del mondo e Shanghai fa sembrare Milano un villaggio medievale. Ciò dipende, si dice, dal fatto che accanto ad una tecnologia in rapidissima ascesa, in Cina si ha un livello dei salari assurdamente basso. Per essere in grado di vendere un prodotto elettronico italiano allo stesso prezzo di uno cinese bisognerebbe che l’operaio italiano fosse pagato quanto l’operaio cinese, e ciò è impensabile.

Questa affermazione è un atto di fede. Per scendere in strada dal primo piano o si prende l’ascensore o si fanno le scale. È “impensabile” saltare dalla finestra. Ma se la casa brucia? L’esperienza dice che in questo caso si salta anche da un “impensabile” secondo piano. Per discutere seriamente bisogna chiedersi da che cosa dipenda la differenza fra il salario cinese e quello italiano, in modo da sapere se essa sia sostenibile nel tempo, o se un giorno i due livelli tenderanno a pareggiarsi: o perché i nostri lontani concorrenti guadagneranno di più, come è avvenuto con l’operaio giapponese o coreano, o perché noi guadagneremo di meno.

Per cominciare, bisogna sgombrare il terreno da alcune ubbie. L’operaio cinese ha gli occhi a mandorla e l’operaio italiano no, ma non è per questo che il secondo ha diritto a guadagnare di più. Non è neppure perché è più produttivo, visto che probabilmente più produttivi sono gli operai asiatici. O perfino americani. Non è perché è più competente, dal momento che gli operai dell’Estremo Oriente e del Sud Est asiatico lo sono altrettanto. E si potrebbe continuare. Alla fine si arriva ad una conclusione nello stile del Marchese del Grillo: “l’operaio italiano deve guadagnare di più perché è abituato a guadagnare di più”. E questo ci riporta ad una sorta di razzismo sociale. Non diverso da quello per cui i nobili francesi, prima della Rivoluzione, trovavano naturale che i borghesi lavorassero e loro no. Perché erano nobili.

Se l’euro scoppia, se l’unione monetaria salta, se l’Italia dichiara default, se insomma la lunga, interminabile crisi che viviamo arriva al suo esito finale, noi dovremo reinventarci un posto economico nel mondo. Dovremo ammettere che consumeremo tanto quanto saremo capaci di produrre, esattamente come il singolo non può spendere più di ciò che guadagna. Fra l’altro, se avremo dichiarato default, per parecchi decenni non disporremo più di credito. Nessuno ha ancora dimenticato i debiti insoluti degli zar e perfino quelli, non onorati, dei re di Francia nei confronti dei banchieri fiorentini.

Se l’intero Paese ha un dato prodotto interno lordo, ognuno dovrà adattarsi a lavorare per avere la sua fettina di quel pil quale che sia il suo ammontare in quel momento, non quale vorrebbe che fosse. E se l’intero Paese è più povero e non può vivere a credito, anche il singolo sarà più povero e non potrà vivere a credito. Quando si parla di paghe, di stipendi, di pensioni, bisogna dimenticare una volta per tutte l’assurda affermazione di Luciano Lama per cui “il salario è una variabile indipendente”. Le spese degli imprenditori e dello Stato sono infatti strettissimamente dipendenti dall’andamento economico dell’intera nazione. Se essa ha un tracollo economico, bisogna che tutti si rassegnino a guadagnare di meno. Non ci sono conquiste sindacali, non ci sono diritti quesiti ed altre bellurie paraeconomiche che tengano. Il problema non è se sia pensabile o impensabile che i lavoratori siano meno pagati, il problema è se sia evitabile. E se non è evitabile, l’aggettivo impensabile cessa di avere un significato. Nessuno farebbe il bagno nella Manica, in inverno: ma se le Bianche Scogliere sono a trecento metri e l’alternativa è affogare, lascia perdere il freddo e nuota. Chissà che non ti salvi.

La conclusione è semplice. Se si riuscirà a pilotare l’Italia fuori dall’euro, può darsi che si riescano a contenere i danni nell’ambito di un grave dramma economico nazionale. Anche con riduzione di redditi e consumi. Se invece non si farà nulla, e si attenderà lo scoppio dell’intero sistema, forse vivremo una vera e propria tragedia economica, in preda alle convulsioni di una crisi priva di guida.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

8 gennaio 2014

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