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L’Olanda svuota i forzieri americani: fuga dell’oro verso l’Europa. E l’Italia cosa aspetta a mettere al sicuro le sue riserve?

Fuga dell’oro dai caveau USA: l’Olanda ritira 86 tonnellate per paura di una crisi. Perché l’Italia tiene ancora 1.000 tonnellate a New York rischiando il blocco sovrano?

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Quando le banche centrali iniziano a spostare tonnellate di lingotti da un continente all’altro nel silenzio quasi assoluto, significa che la fiducia nella stabilità globale si è ormai incrinata.

La Banca centrale olandese (DNB) ha preso una decisione pesante, anche fisicamente: ha ritirato ben 86 tonnellate di oro custodite in Nord America, tra Stati Uniti e Canada, per trasferirle d’urgenza a Londra. Una mossa strategica giustificata ufficialmente con la necessità di “prepararsi a situazioni di crisi” ,rispondere a “crescenti tensioni geopolitiche” e con la necessità di “aumentare la commerciabilità” dell’oro.

Il presidente della DNB, Olaf Sleijpen, ha spiegato che il riposizionamento serve a rafforzare la resilienza del Paese. Dietro le formule diplomatiche, però, c’è un dato evidente: l’Olanda non si fida più a lasciare la metà delle proprie riserve auree oltreoceano.

L’operazione, durata mesi tra marzo e agosto, è stata condotta con la massima segretezza. Circa 27 tonnellate di barre dorate hanno attraversato fisicamente l’Atlantico, facendo tappa nella fortezza di Zeist, nei Paesi Bassi, per poi ripartire verso i caveau della Bank of England.

Castello/ fortezza di Zeist

Le restanti tonnellate sono state movimentate tramite un’abile operazione finanziaria: l’oro è stato venduto a New York e contemporaneamente riacquistato a Londra. Questo trucco contabile ha evitato i pericoli e i costi assicurativi legati al trasporto navale o aereo di una massa enorme di metallo prezioso in un momento di grande instabilità internazionale.

Sede di custodiaQuota precedenteQuota attuale
Banca d’Inghilterra (Londra)18,1%32,1%
Banca dei Paesi Bassi (Zeist/Amsterdam)30,8%30,8%
Federal Reserve (New York)31,3%18,5%
Banca del Canada (Ottawa)19,7%18,5%

Perché scegliere Londra e non Amsterdam? La DNB lo spiega chiaramente: i caveau della Bank of England custodiscono l’oro più liquido e negoziabile del pianeta. Se scoppia una crisi finanziaria sistemica o una guerra commerciale, quell’oro può essere venduto o dato in garanzia per ottenere liquidità immediata in poche ore.

La scelta olandese coincide con un clima internazionale sempre più cupo. Tra Washington e Ottawa è esplosa una durissima guerra doganale, con dazi pesanti su acciaio, alluminio e beni di consumo. Se a questo si sommano le tensioni belliche in Medio Oriente e le sanzioni finanziarie globali, il quadro è chiaro: il vecchio ordine commerciale dell’Occidente fa acqua da tutte le parti.

A questo punto la domanda sorge spontanea: e l’Italia cosa fa?

Il nostro Paese siede su una montagna dorata. Con 2.451,8 tonnellate di riserve auree, l’Italia vanta il terzo tesoro più grande del pianeta, superata soltanto da Stati Uniti e Germania. Un patrimonio immenso che garantisce la nostra credibilità economica nei momenti più bui.

Eppure, quasi la metà di questo colossale tesoro non si trova sul suolo nazionale. La ripartizione delle nostre riserve mostra una vulnerabilità evidente:

  • Roma (Banca d’Italia): circa 1.100 tonnellate (44,86%)
  • Stati Uniti (Federal Reserve di New York): 1.061,5 tonnellate (43,29%)
  • Svizzera (Berna): 149,3 tonnellate (6,09%)
  • Regno Unito (Londra): 141,2 tonnellate (5,76%)

In parole povere, più di 1.060 tonnellate di lingotti italiani riposano nei sotterranei di Manhattan, sotto la giurisdizione del governo degli Stati Uniti. Questa spartizione ha radici storiche: durante la Guerra Fredda, tenere l’oro lontano dai confini orientali sembrava prudente, e New York era il centro indiscusso del sistema finanziario. Inoltre l’oro derivava dal surplus commerciale italiano verso gli USA ante 1974, quando un terzo del valore detenuto in dollari poteva ancora essere convertito in oro.

Oggi però il mondo è cambiato radicalmente. E la storia recente insegna che affidare le proprie ricchezze a Stati esteri può trasformarsi in una trappola mortale.

Basta guardare al precedente del Venezuela. Quando il governo di Londra ha deciso di non riconoscere più la presidenza di Nicolás Maduro, la Bank of England ha semplicemente congelato oltre trenta tonnellate di lingotti venezuelani, rifiutandosi di restituirli al legittimo proprietario statale.

Allo stesso modo, con il recente congelamento dei beni sovrani russi depositati all’estero, l’Occidente ha infranto il principio di sacralità della proprietà statale. Se entri in rotta di collisione con i padroni dei caveau, le tue riserve spariscono con un tratto di penna. Cosa accadrebbe all’Italia se un giorno si trovasse in contrasto con Washington o con i partner internazionali su temi strategici, sanzioni, valute o politiche di spesa pubblica?

L’oro ha un valore economico insostituibile proprio perché non ha rischio di controparte: non è un pezzo di carta né un debito che qualcuno può cancellare. Ma questo vale solo se i lingotti sono materialmente nelle tue mani. Se per disporre delle tue riserve devi chiedere il permesso a una potenza straniera, quell’oro non è più una garanzia sovrana, ma una cambiale in ostaggio.

L’Olanda ha compreso i rischi della frammentazione globale e ha tagliato drasticamente la quota americana per tutelare la propria solvibilità.

L’Italia dovrebbe fare lo stesso: mantenere una modesta quota all’estero per facilitare il commercio internazionale è ragionevole, ma lasciare oltre il 43% del nostro tesoro a New York è una leggerezza che in tempi burrascosi non possiamo più permetterci. Riportare a Roma la maggior parte dei lingotti non è un capriccio, è il primo dovere di sicurezza economica nazionale.

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