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Germania: un’altra disfatta della CDU, ma Merz rifiuta la realtà e insiste sui tagli e sulle poltrone
Disfatta storica per la CDU a Berlino e in Pomerania: Merz definisce il voto un “disastro” ma annuncia nuovi tagli e rifiuta le dimissioni. Ora trema il governo federale.

. I risultati elettorali in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino certificano un crollo senza precedenti per i cristiano-democratici del cancelliere Friedrich Merz, puniti da un elettorato esasperato dal carovita, dalla crisi industriale e dalle misure di rigore. Eppure, davanti a un disastro elettorale conclamato, il capo del governo sceglie la via dell’arroccamento cieco: nessuna dimissione e avanti tutta con le riforme lacrime e sangue.
Il messaggio uscito dalle urne di domenica non ammette interpretazioni di comodo. A est l’elettorato volta le spalle ai partiti tradizionali, mentre nella capitale premia la sinistra radicale. Il quadro che ne emerge è la fotografia di una nazione frammentata, impoverita e priva di fiducia nella guida politica di Berlino.
La mappa del tracollo: i dati del voto
I numeri diffusi dalle proiezioni mostrano la dimensione della sconfitta governativa, polarizzando il voto verso gli estremi opposti del panorama politico.
Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, la CDU tocca il minimo storico e rischia addirittura di rimanere fuori dal parlamento regionale. A Berlino, dove i conservatori guidavano l’amministrazione cittadina, il crollo spiana la strada al trionfo di Die Linke.
| Partito | Meclemburgo-Pomerania Anteriore | Variazione (su 2021) | Berlino | Variazione (su 2023) |
| AfD | 37,8% | +21,1% | 15,7% | +6,6% |
| SPD | 36,3% | -3,3% | 12,0% | -6,4% |
| Die Linke | 6,2% | -3,7% | 24,8% | +12,6% |
| CDU | 5,1% | -8,2% | 20,0% | -8,2% |
| Grüne | 5,5% | -0,8% | 15,0% | -3,4% |
| BSW | 4,8% | nuovo | 5,0% | nuovo |
| FDP | 1,0% | -4,8% | n.d. | — |
In Meclemburgo, la CDU si ritrova inchiodata a un misero 5,1%, a un soffio dalla soglia minima del 5%. Sarebbe un evento inaudito per la storia repubblicana tedesca: la sparizione del partito di governo da un Landtag regionale.
A Berlino, invece, la corsa del capolista Stefan Evers si chiude con un modesto 20%, lasciando il primo posto a Die Linke che sfiora il 25%, spinta soprattutto dalla protesta per gli affitti alle stelle e la carenza di alloggi popolari.
La risposta di Merz: curare l’avvelenamento con la stessa dose
Alle ore 18, dalla Casa Konrad Adenauer di Berlino, il cancelliere si è presentato davanti ai microfoni. Se qualcuno si aspettava un cambio di passo o un minimo di autocritica, è rimasto deluso.
Merz ha ammesso senza mezzi termini che il dato del Meclemburgo è «un disastro». Ha liquidato invece come «discreto» il pessimo risultato di Berlino. Ma la sua conclusione operativa è stata diametralmente opposta a quella richiesta dai cittadini:
- nessuna intenzione di rassegnare le dimissioni da cancelliere;
- nessuna intenzione di lasciare la presidenza del partito;
- assoluta determinazione a completare il piano di riforme strutturali e tagli alla spesa sociale.
Secondo Merz, le sue misure impopolari rappresentano «l’antidoto al veleno autoritario». Una curiosa metafora medica: di fronte a un paziente che rigetta la medicina perché impoverisce le famiglie e comprime i consumi, il medico decide di raddoppiare la dose. Un cancelliere che impone riforme con un’approvazione al 10%, come la sua, sembra piuttosto autoritario.
Il cancelliere ha avvertito che «queste riforme comporteranno tagli per molte persone» e che «i risultati si vedranno solo nel tempo». Peccato che l’economia reale viva nel presente.
L’economia reale punisce l’austerità
L’economia rischia di non farlo arrivare a un domani. Da oltre un anno la Germania arranca in una stagnazione industriale prolungata, frenata dai costi energetici fuori controllo e dal calo della competitività dell’auto di fronte alla concorrenza asiatica.
Invece di sostenere i redditi reali e rilanciare la domanda interna con investimenti pubblici mirati, l’esecutivo Merz ha scelto la ricetta tradizionale dell’austerità di bilancio:
- restrizioni sul welfare e sui sussidi di disoccupazione;
- interventi al ribasso sul sistema pensionistico;
- freno alla spesa pubblica infrastrutturale per rispettare i vincoli contabili;
- blocco degli aiuti straordinari contro il rincaro dei prezzi energetici e della benzina.
Il risultato pratico è elementare: riducendo il potere d’acquisto dei cittadini e tagliando la spesa pubblica, l’attività economica ristagna ulteriormente. L’insicurezza sociale cresce e chi si sente abbandonato cerca rifugio nelle forze anti-sistema. L’AfD intercetta la rabbia delle periferie e dell’Est deindustrializzato, mentre Die Linke raccoglie la disperazione delle famiglie urbane soffocate dai canoni di locazione.
A cosa servono ancora le elezioni?
La caparbietà mostrata da Merz solleva un interrogativo democratico inquietante: a cosa serve il voto popolare se la guida politica si considera immune da qualsiasi responso elettorale?
Dire che «siamo stati eletti per quattro anni e andiamo avanti comunque» significa considerare il governo una fortezza assediata, separata dai bisogni reali delle persone. Quando la politica ignora la domanda sociale e si arrocca dietro il dogma dell’intransigenza, la fiducia nelle istituzioni implode.
Resa dei conti: le due spine nel fianco del cancelliere
La resistenza di Merz potrebbe però durare molto poco. La pressione per un cambio ai vertici si fa insostenibile e si sviluppa su due fronti distinti:
- La fronda interna alla CDU: nei corridoi del partito si guarda con crescente insistenza a Hendrik Wüst, governatore della Renania Settentrionale-Vestfalia, o a Markus Söder in Baviera. L’apparato conservatore non intende farsi trascinare nel baratro prima delle prossime elezioni federali da un leader con il gradimento fermo al 10%.
- La rivolta degli alleati della SPD: i socialdemocratici sono crollati sia a Berlino sia su scala nazionale. Continuare a fare da stampella parlamentare a un programma di tagli sociali ideato dalla CDU equivale a un suicidio politico. Se la base della SPD decidesse di staccare la spina alla coalizione, la caduta di Merz diventerebbe immediata.
La Germania si trova così di fronte a un bivio: ammettere il fallimento delle politiche di rigore e rimettere al centro i redditi e gli investimenti, oppure assistere alla definitiva disgregazione del suo equilibrio politico.







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