Seguici su

Attualità

L’ITALIA ALLA PRESE CON LA CRISI EPOCALE: SALVEZZA O NAUFRAGIO? SVOLTA O RASSEGNAZIONE AL DOMINIO DELL’EUROZONA? (1) (da Orizzonte48)

Pubblicato

il

Articolo integrale… https://orizzonte48.blogspot.com/2020/04/litalia-alla-prese-con-la-crisi-epocale.html

I- Lo scenario globale e quello dell’eurozona nella crisi del coronavirus.

  1. L’Italia prigioniera del pilota automatico dell’eurozona mentre infuria la pestilenza del XXI secolo e la tragedia economica incombe su una società reclusa.

Cerchiamo di immaginare gli scenari in cui si svilupperà la situazione socio-economica italiana nell’immediato futuro.

E parliamo di sviluppi che sono certamente condizionati dalle decisioni politiche che verranno intraprese, ma che, al contempo, sono determinati da forze economiche e naturalistiche di dimensioni tali che le politiche pubbliche, come vedremo, ne risulteranno (anzi, già ne risultano), da un lato, strettamente vincolate e, dall’altro, “trascese”: e questo nel senso che si dovrà, per manifesta necessità imminente, riflettere su orizzonti e effetti di portata ben più ampia rispetto a quelli meccanicamente “tipizzati” dalle regole del pilota automatico che governano l’eurozona (su cui torneremo).

Il contesto su cui ragionare deve essere definito nelle sue strutture portanti, cioè ponendo in luce con chiarezza i meccanismi del vincolo esterno derivante dall’appartenenza dell’Italia all’eurozona: il chiarimento su questo è assolutamente preliminare per la comprensione della congiuntura italiana, proprio perché tali meccanismi sono giuridicamente e, in stretta conseguenza, “politicamente”, inderogabili e non negoziabili, e quindi rispondono alla logica di rapporti di forza ormai fissatisi irrevocabilmente nel porre l’Italia in posizione subordinata nella gerarchia continentale[1].

Su questo elemento strutturale, dobbiamo ovviamente innescare la peculiarità dell’attuale (e devastante) crisi sociale ed economica dovuta all’epidemia.

Tuttavia, non ci si può nascondere che il combinato di questi due elementi, cioè, quello strutturale e istituzionale legato all’appartenenza all’eurozona, e quello della eccezionalità peculiare della recessione economica a cui stiamo andando incontro, congiura per un intreccio deleterio di ostacoli che si frappongono alla prospettiva di effettivo ritorno dell’Italia a livelli auspicabili di crescita e di benessere.

  1. Il quadro generale mondializzato e la dogmatica “mainstream” all’impatto con la pandemia del coronavirus.

Cerchiamo di chiarire il quadro generale, cioè tendenzialmente mondializzato, dello scenario, nelle sue implicazioni dovute all’impattare dei caratteri della crisi produttiva e, più ampiamente, sociale, sul paradigma economico globale attuale: questo paradigma corrente (o mainstream) incorpora una cultura, etico-filosofica e di visione politico-sociale (classista) prima ancora che economica,  che si è accumulata per decenni fino ad arrivare, in questi ultimi anni, all’irrigidimento in una sorta di dogmatismo metafisico che sfiora quello delle fedi religiose (incluso l’aspetto della reazione, in forma di anatemi e scomuniche, contro ogni forma di deviazione dalla neo-ortodossia)[2].

La crisi economica da “covid19” è caratterizzata dal simultaneo blocco sia di produzione e distribuzione che del consumo, per molti settori di produzione di merci e servizi (variabilmente individuati dalle varie autorità nazionali); inoltre, tale blocco produttivo si verifica a livello contemporaneamente nazionale e internazionale; senza, peraltro, alcun effettivo coordinamento tra gli Stati interessati, che sarebbe d’altra parte impossibile per l’assenza di un livello di responsabilità democratica e di investitura rappresentativa dotata di effettività, a livello mondiale (“autorità” a livello mondiale, come l’OMS, e più in generale le Nazioni Unite, o certe ONG portatrici di aggressive tendenze alla autolegittimazione, perseguite de facto per la spinta mediatica globale, tendono ad affermarsi: ma comunque, secondo il ben noto Trilemma di Rodrik[3], prefigurando un’autorità che rifiuta la verifica della sua legittimazione in termini di rappresentatività degli interessi maggioritari, accertata secondo un processo elettorale, a suffragio universale, trasparente e globale).

  1. L’effetto “panico” nascente dall’idea della “nuova pestilenza” e la disruption spontanea delle “value chains” più culturalmente e immediatamente legate alla globalizzazione.

Insomma, si verifica l’effetto contemporaneo sia della serrata che dello sciopero (con boicottaggio dei prodotti), con l’ulteriore paradosso che la volontà collettiva, e la ovvia convenienza, sia delle imprese che dei dipendenti è quella opposta, a continuare a produrre (e a consumare).

Quale sia l’interferire dell’ingolfamento quasi immediato e “istintivo” dei traffici mondiali, fenomeno detto anche global supply chain disruption, con la contrazione autonoma, cioè spontanea e non indotta da provvedimenti autoritativi emergenziali, delle varie economie nazionali, non è facile da determinare in base ad un unico criterio astratto.

Ma indubbiamente una correlazione c’è: si pensi all’industria alberghiera e alla spontanea reazione di disdire le prenotazioni ben prima che siano state le pubbliche autorità a vietare i movimenti locali e transnazionali delle persone; oppure all’industria cinematografica, impedita, sia nella fase della produzione che in quella della distribuzione dei film, della sua esplicabilità in luoghi fisici.

E questi iniziali autolimiti indotti dalla prospettiva del contagio, hanno certamente iniziato a minare l’intero settore dei trasporti, in particolare quello aereo (già in sovra-offerta anteriormente allo scoppiare della crisi).

A queste situazioni, ovviamente, si sono aggiunti gli effetti propriamente istituzionali e normativi, cioè i fermi dell’attività produttiva e, in generale economica (inclusa la fase appunto di distribuzione e scambio), imposta dalle autorità nazionali (e territoriali) in forma di lockdown, più o meno estesi per settori coinvolti, regole di mobilità delle persone fisiche, e tempi di durata.

Ma è da notare che questi effetti iniziali, per la loro natura di reazione istintiva, tenderanno a permanere anche dopo il termine dei “blocchi” disposti in via autoritativa  e emergenziale dagli Stati; essi incombono come una sorta di salto evolutivo che determinerà nuovi comportamenti di consumo e, di conseguenza, nuove propensioni all’investimento. Con l’effetto di ridisegnare più o meno intensamente e rapidamente, come vedremo, l’intera offerta mondiale.

  1. Il subentrare autoritativo e territoriale dell’effetto panico: il lockdown e la caduta “d’imperio” di domanda e offerta per esigenze di salvaguardia sanitaria.

La iniziale fase spontanea, determinata dalla repentina assunzione di comportamenti prudenziali di “non consumo” o, più ampiamente, di “non spesa” ha segnato, in prima battuta, un calo della domanda di beni e servizi all’interno e “verso” (ma anche “da parte di”) una serie di paesi sempre più numerosa, via via che si aggiungevano le notizie sulla diffusione dei focolai di contagio.

Le misure emergenziali, emanate dalle varie autorità, di blocco dell’attività sociale in senso generale, poi, hanno segnato sia uno stop della produzione (salvo che per i settori eccettuati, in quanto ritenuti essenziali, e peraltro con criteri variabili da Paese a Paese), sia un azzeramento degli acquisti di beni non essenziali (alimenti e farmaci) da parte dei cittadini.

Dall’aggiungersi e dal protrarsi (specialmente in Italia) di questa fase per così dire “autoritativa” del blocco delle attività sociali umane (che, in un’economia di mercato, si traducono complessivamente in attività di produzione e distribuzione nonché in attività di spesa per consumi e investimenti) è derivata, ed è infatti già in atto, una diminuzione repentina di prodotto (che possa accedere al mercato), e come conseguenza inevitabile, di reddito; da ciò una crescente diminuzione della capacità di spesa e di quella di pagamento dei pregressi impegni debitori, proiettata nell’immediato futuro.

Questa diminuzione della capacità di spesa “da blocco”, agisce, in modo quasi speculare al contagio, distribuendosi e propagandosi in tutti i settori economici, sia a carico degli imprenditori che dei dipendenti: e ora sta esercitando una crescente pressione verso l’insostenibilità del tenere comunque in esercizio, impianti produttivi che, quand’anche siano autorizzabili a proseguire l’esercizio attivo dei cicli di produzione, non vedrebbero la prospettiva di una domanda (quindi di una capacità reddituale, cioè di spesa, delle famiglie) sufficiente ad assorbire l’offerta-prodotto e, a monte, neppure la certezza di essere a loro volta riforniti da taluni dei propri fornitori di materie prime e prodotti intermedi, sia collocati nello stesso paese (es; taluni prodotti agricoli o energetici stockati ma da trasportare) che in altri (es; semilavorati in paese colpito da un blocco che considera il relativo settore non essenziale).

Intrinseco a ciò, ovviamente, è anche che il ciclo produttivo sia generatore di taluni costi cui bisogna comunque far fronte, – ammortamenti di linee di credito in corso di restituzione, pagamenti contributivi previdenziali e fiscali per i dipendenti,  meccanismi periodici di imposizione tributaria sull’impresa, canoni di locazione e di leasing, utenze delle forniture di utilities -, pur in assenza di attività produttiva; a questi costi fissi si aggiungerebbero, in caso di prosecuzione dell’attività produttiva, le passività con i fornitori per i costi variabili.

  1. Blocco dell’attività sociale senza precedenti e caduta del prodotto lordo senza precedenti.La riorganizzazione mondiale delle filiere su basi nazionali.

 Dunque, risulta facile prevedere che, tra iniziali effetti “spontanei”, effetti delle misure emergenziali di lockdown attivate dagli Stati, ed effetti di interferenza reciproca tra le varie filiere a livello nazionale e globale, andremo incontro a una contrazione della produzione, dell’occupazione e quindi del reddito e della spesa, che, per intensità nel tempo e ampiezza assoluta, probabilmente non avranno pari nella storia dell’economia capitalista.

E non solo: le prospettive di un ristabilimento delle precedenti condizioni di produzione e di scambio, nell’ambito della c.d. globalizzazione istituzionale, – a parte il fatto di essere comunque indipendentemente, ed in precedenza, già giunte a una fase notoria di stagnazione c.d. secolare e, in pratica, di sovraofferta e sottoinvestimento mondiali -, sono altamente incerte.

E questo al punto che, nei maggiori paesi industriali del mondo, dagli Stati Uniti al Giappone (ma sempre eccettuando l’eurozona, come vedremo alle prese con una sclerosi autoconservativa tutta sua peculiare), si sta attivamente concependo, a livello di policy makers, una vera e propria riorganizzazione delle filiere produttive, riaccentrate e ri-localizzate (almeno quanto a quelle che ciascun paese può ritenere “strategiche” e, comunque, “essenziali”), proprio per evitare la futura vulnerabilità a shock sanitari (o anche solo “geo-politici”) che pongano in pericolo l’accesso ai beni di primaria importanza nonché la sicurezza della loro producibilità “localizzata”.

  1. La ripresa tra riorganizzazione assistita della produzione industriale e previo ristoro conservativo e reintegrativo della capacità produttiva e finanziaria.

Questa fase di riorganizzazione inevitabilmente corrisponderà a una certa pianificazione compiuta su basti territoriali-statali: a chi altri, se non agli Stati come enti rappresentativi a fini generali delle comunità nazionali, potrebbe spettare di individuare quali settori produttivi siano da ritenere strategici e essenziali rispetto al parametro di riferimento che non potrà che essere costituito dall’interesse nazionale? E in che altro modo, nel contesto storico verso il quale ci stiamo velocemente evolvendo, potrà essere assunto l’interesse nazionale se non come massimizzazione dell’interesse alla sopravvivenza e al benessere di una precisa comunità di individui, viventi sotto un’unica giurisdizione territoriale?

Ma la stessa riorganizzazione della produzione (rafforzando l’integrità nazionali delle filiere comunque legate ad una meno esasperata divisione del lavoro su scala globale), intesa nei modi istituzionali che abbiamo appena precisato, potrà essere realizzabile soltanto se preventivamente, e nel modo più rapido possibile, si sarà affrontata e risolta una fase preliminare (ed anche pregiudiziale) della crisi attuale: e cioè, com’è intuibile, l’aver assicurato, a fronte del simultaneo venir meno di offerta e domanda e del concreto rischio di distruzione economica (non fisica) del capitale produttivo, la sopravvivenza in esercizio delle imprese e il connesso mantenimento dei livelli di occupazione, apprestando all’economia reale una sorta di liquidità indennitaria. Parliamo, in prima approssimazione giuridica ed economico-funzionale, di una sorta di ristoro equitativo che tenda a reintegrare il valore non prodotto a seguito dei blocchi di produzione emergenziali e delle passività accumulatesi precedentemente e contemporaneamente a tali blocchi.

  1. Il ruolo finanziario ineliminabile dello Stato nella conservazione e nella ristrutturazione della capacità produttiva.

Ma questo ristoro, questa sorta di indennità corrispondente alla incolpevolezza della mancata attività produttiva, causata anzi dall’adozione di (tendenzialmente legittime) misure eccezionali di “salute pubblica”, in termini concreti di misura politico-economica anticiclica, può corrispondere soltanto, ed inevitabilmente, ad un trasferimento alla comunità sociale (intesa dinamicamente come “economia reale”), effettuato dall’autorità fiscale, di moneta avente corso legale nel paese in cui viene erogata.

E dunque, consisterebbe, – o almeno ragionevolmente dovrebbe consistere, se davvero si vuole ottenere efficacemente lo scopo della tendenziale reintegrazione pecuniaria della capacità produttiva e occupazionale dell’economia italiana -, nell’attribuzione di quantità di denaro, collegate ai volumi di prodotto e di occupazione generati in precedenza da ciascuna unità produttiva, da parte dello Stato.

Si tratta cioè di pagamenti, di dazioni di liquidità senza condizioni e corrispettivo, a diretto arricchimento positivo del destinatario: arricchimento in senso relativo, cioè come variazione incrementale, poiché, essendo “indennitario”, il pagamento più che aumentare, reintegra e ripristina la capacità patrimoniale e finanziaria, e quindi di pagamento, del soggetto destinatario, capacità diminuita, se non azzerata, a causa delle passività accumulatesi durante la fase di blocco (totale o parziale) dell’attività produttiva.

Questa immissione di valore monetario, quindi, serve a reintegrare con un valore monetario, la capacità produttiva che non ha potuto creare il valore corrispondente al mancato prodotto (di beni e servizi), ovvero ha accumulato il valore negativo connesso alla continuità dei costi sostenuti pur in assenza della possibilità di distribuzione e vendita (dovuta sia al blocco in sé che all’intrecciato venir meno del reddito/potere d’acquisto dei compratori potenziali, in quanto non più occupati in filiere diverse da quella di volta in volta interessata dal blocco).

  1. La “conservazione assistita” come nuovo approccio alla crisi non schumpeteriano.

Si tratta evidentemente di una condizione “conservativa” dell’offerta, cioè del livello esistente del capitale produttivo, ma anche, com’è evidente, dell’occupazione (e della domanda almeno potenziale): una logica conservativa, e dunque non incline a vedere nella crisi la consueta “opportunità”, selettiva e soppressiva, schumpeteriana.

Questa “conservazione assistita” dalla liquidità apprestata dalla politica fiscale, nell’ambito del paradigma oggi prevalente, appare dunque come una risposta del tutto eccezionale e, in assunto, corrispondente alla peculiarità di una congiuntura che vede sia l’offerta che la domanda annullate dall’azzeramento (spontaneo prima e forzoso-emergenziale poi) dell’attività sociale, in senso lato; quindi dell’attività umana esplicativa della soddisfazione di una gamma di bisogni “esistenziali” (primari o artificiali che siano, non è rilevante in termini di prodotto “mancato”) in precedenza corrispondenti ad un certo livello di produzione e scambio.

Questa eccezionalità può essere vista però sia come una “svolta”, innescata da un atto catalitico (la pandemia), ma “maturata” entro la precedente consapevolezza della crisi del sistema vigente della globalizzazione istituzionalizzata; sia, invece, come vedremo, e specialmente nelle prime reazioni dei paesi dominanti dell’eurozona, come “eccezione che conferma la regola”. Tra l’accettazione della prima o della seconda di queste opzioni passa la stessa differenza che c’è tra la salvezza o il naufragio.

E, al momento, le nostre relazioni costrittive con le regole e con i partners dell’eurozona, conducono ad un rapido quanto disastroso naufragio.

  1. Le incognite del futuro immediato nel processo di ricerca di una soluzione alla crisi innescata dalla pandemia.La re-integrazione tra Stato democratico e banca centrale, responsabile di fronte alla comunità sociale, nel ridisegnare l’istituzione mercato.

Ma, anzitutto, non sappiamo se in effetti questa nuova (o più esattamente: rinnovata) visione del ruolo dello Stato, che verrebbe esteso per metonimia funzionale alle banche centrali che divengono le protagoniste dirette o indirette, come finanziatrici monetarie, di questa visione rinnovata, sarà portata avanti con coerenza; e cioè fino alla sua stabilizzazione in un nuovo assetto istituzionale mondiale (per capirsi, sostitutivo del Washington Consensus), e quindi in modo da ripristinare “a regime” la capacità attiva delle politiche statali di stabilizzare il ciclo economico in sinergia con le rispettive banche centrali (e nel quadro unificante dell’interesse generale).
Questo primo aspetto, dipenderà appunto dalla volontà, o meno, di re-integrare nello Stato, in senso politico generale, le banche centrali: il mito dell’indipendenza potrebbe cedere di fronte al riaffacciarsi delle prevalenza della accountability democratica di ogni organo pubblico, in quanto legato a una mission che è anzitutto il raggiungimento di sviluppo e benessere della comunità sociale, a cui la moneta dovrebbe risultare sempre servente.

In sostanza, sia la fase di “conservazione assistita” dell’offerta, sia la successiva riorganizzazione accentrativa delle filiere su basi territoriali, non sono policies attuabili senza il controllo dell’emissione della moneta da parte degli Stati. Salvare e riaccentrare industrialmente, non sono operazioni rispondenti alla logica attuale del mercato (globalizzato), ma, al contrario, sono misure che ridisegnano l’istituzione mercato, secondo i voleri comunitari che lo Stato reinterpreta e attualizza, ponendosi al di sopra del mercato come ordine supremo internazionalizzato.

In secondo luogo, non sappiamo, appunto, se, invece, questa fase emergenziale sarà considerata temporanea e come tale “riassorbibile”, riaffermandosi le vecchia regola proprio per la eccezionalità del momento.

Non sappiamo cioè se, a fronte dell’espansione parallela dei bilanci pubblici e dei bilanci delle banche centrali, corrisponderà, poi, in un secondo momento, più o meno prossimo, di “cessato allarme”, l’idea della neutralità fiscale del finanziamento monetario. Vale a dire, ciò che viene ampliato oggi, in termini di liquidità apprestata direttamente agli Stati e/o all’economia reale (sono due ipotesi diverse e la scelta tra esse non è ancora stata con chiarezza compiuta), verrà poi “ripreso indietro” mediante l’azione fiscale successiva, sempre sullo sfondo dell’idea che una crescita indotta dall’azione statale dia luogo, sempre e soltanto, a una fiammata esclusivamente nominale e di breve periodo, caratterizzata dal riprendersi dell’erosione inflattiva.

Questa visione si è rivelata errata e deleteria e ha già portato il mondo nella famigerata stagnazione deflattiva (con i tassi di interesse a zero o negativi), già prima della crisi pandemica, affogando i redditi delle classi medie nella finanziarizzazione a vantaggio di rentier e speculatori e nella destabilizzazione sociale dovuta all’alta disoccupazione e precarizzazione. Ma è anche un’idea dura a morire, perché non si nutre di realtà, bensì di deduzioni a priori che servono molto bene gli interessi, altamente mediatizzati, delle elites del capitalismo finanziario.

  1. L’eurozona come metafora della conservazione del vecchio paradigma contro ogni evidenza.

Quel che di sicuro sappiamo, però, è che sia una fase “conservativa assistita”, sia una fase di riorganizzazione industriale su basi nazionali, (per quanto preconizzate dalla stessa Lagarde con riguardo alla Francia, in una recente intervista[4]), sono non soltanto ritenute inopportune ma prima ancora sono qualificate come “illecite” da parte dalle regole dell’eurozona.

Questo, come di consueto, non impedirà a Germania e Francia di perseguire il proprio interesse avviando entrambe queste fasi per quanto riguarda la propria comunità territoriale; ma di certo, – ed a partire dall’impossibilità normativa di un finanziamento monetario e, per la verità anche dell’assoluta antieconomicità di un finanziamento fiscale secondo i meccanismi rigidamente vigenti nell’eurozona -, le corrispondenti misure sono con evidenza precluse alla Repubblica italiana, in quanto asservita alle regole anacronistiche e pro-cicliche dell’eurozona.


Telegram
Grazie al nostro canale Telegram potete rimanere aggiornati sulla pubblicazione di nuovi articoli di Scenari Economici.

⇒ Iscrivetevi subito