EconomiaEnergia
L’Iraq in trappola: lo Stretto di Hormuz chiuso azzera l’export. Baghdad cerca la via turca
Lo Stretto di Hormuz è bloccato e l’Iraq vede crollare le vendite di petrolio da 3 milioni a 300 mila barili al giorno. Il piano di Baghdad per salvarsi attraverso l’oleodotto turco di Ceyhan e gli accordi con le multinazionali USA.

La chiusura dello Stretto di Hormuz sta presentando un conto salatissimo al mondo, ma per l’Iraq rischia di trasformarsi in una vera e propria paralisi economica. Da quando, lo scorso 28 febbraio, sono esplose le tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran, il transito marittimo nell’area è di fatto congelato. Il risultato? Una nazione che galleggia letteralmente sul petrolio si ritrova senza la porta d’uscita principale per venderlo, con le petroliere ferme per ovvi motivi di sicurezza.
Le ricadute sui mercati energetici globali sono già evidenti, con i prezzi del greggio che hanno registrato impennate drammatiche. Ma è l’impatto interno all’economia irachena a meritare un’analisi attenta. Il nuovo Ministro del Petrolio iracheno, Basim Khudair, appena insediatosi a Baghdad, si è trovato a gestire quella che è forse la peggiore crisi logistica e commerciale del Paese negli ultimi decenni.
Il crollo dei numeri: un’emorragia nei conti pubblici
Per comprendere la gravità della situazione, basta guardare i freddi numeri dei volumi di esportazione. Prima del blocco, l’Iraq esportava agevolmente 93 milioni di barili al mese. Ad aprile, il Ministero del Petrolio è riuscito a piazzare sui mercati internazionali appena 10 milioni di barili.
Facendo un rapido calcolo su base giornaliera, la portata del disastro è palese:
| Periodo | Export mensile (barili) | Export giornaliero stimato |
| Pre-conflitto (fino a febbraio) | 93 milioni | ~3,1 milioni |
| Pieno conflitto (aprile) | 10 milioni | ~333 mila |
| Variazione | -83 milioni | -2,76 milioni |
Siamo passati da oltre 3 milioni di barili al giorno a meno di 350 mila. Si tratta di una flessione catastrofica per uno Stato in cui le entrate petrolifere finanziano quasi interamente il bilancio pubblico.
Come ha giustamente ricordato il Ministro Khudair, lo Stato iracheno ha un disperato bisogno di queste risorse. Senza i proventi dell’export, mancano i fondi per i progetti di servizio pubblico, per la manutenzione delle infrastrutture civili e per coprire i semplici costi operativi della macchina statale. In un’economia che dipende dalla spesa pubblica per sostenere la domanda interna e l’occupazione, un taglio così drastico delle entrate statali rischia di innescare una recessione profonda e immediata. Quindi il governo farà di tutto per riuscire ad esportare
La corsa ai ripari: l’oleodotto di Ceyhan e il ruolo della Turchia
Se la porta principale (Hormuz) è sbarrata, non resta che forzare la porta sul retro. Il governo di Baghdad sta cercando di dirottare quanto più greggio possibile verso nord, attraverso l’oleodotto che collega la regione di Kirkuk al porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo.
Tuttavia, anche qui i problemi non mancano. Attualmente, l’Iraq riesce a inviare tramite questa via circa 200.000 barili al giorno. L’obiettivo dichiarato da Khudair è di portare questo flusso a 500.000 barili. Un traguardo ambizioso, ostacolato da due fattori principali:
Limiti strutturali: La portata fisica dell’oleodotto è limitata e richiede lavori di potenziamento urgenti per funzionare al massimo regime.
Instabilità locale: Diverse compagnie petrolifere straniere che operano nel Kurdistan iracheno hanno sospeso le attività a causa delle turbolenze politiche nell’area. Questo non permette lo sfruttamento completo delle sue possibilità.
Per aggirare l’ostacolo e rilanciare l’intero settore, Baghdad ha avviato un dialogo a tutto campo:
Nuovi accordi con Ankara: Si discute con la Turchia non solo per il transito, ma per progetti congiunti di esplorazione, raffinazione e marketing.
Multinazionali USA: Sono in corso trattative serrate con giganti come Chevron, ExxonMobil e Halliburton per sviluppare nuovi progetti di estrazione e infrastrutture.
Pressioni sull’OPEC: L’Iraq chiede all’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio di alzare le proprie quote di produzione (il target sognato è di 5 milioni di barili al giorno) non appena la situazione logistica si sarà sbloccata.
Al momento, però, la produzione interna irachena è stata forzatamente tagliata a 1,4 milioni di barili al giorno, semplicemente perché non ci sono spazi fisici in cui stoccare il petrolio estratto e invenduto.
La situazione rimane estremamente fluida. Il governo sta cercando vecchie tubature da riattivare e nuove vie da esplorare, ma la realtà è che, finché i cannoni non taceranno nel Golfo Persico, l’economia irachena continuerà a soffocare sotto il peso della sua stessa ricchezza bloccata.








You must be logged in to post a comment Login