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L’INTERMINABILE AGONIA DELLA GRECIA

Se il malato ha novant’anni, e i medici lo davano per spacciato sei mesi fa, non si può dire che le notizie sulla sua salute siano attese con trepidazione. L’unica novità che si aspetta, senza neppure molte incertezze, è quella della sua morte. Non si tratta di mancanza di rispetto o di mancanza d’affetto: è semplice realismo, di fronte a dati incontrovertibili. La notizia che la Grecia non rimborserà il Fondo Monetario Internazionale, in giugno, anche se ha provocato un piccolo ribasso in alcune borse (altre, più importanti, erano chiuse per festività) non si può dire che sia stata sconvolgente. Che quel Paese non abbia i soldi per rimborsare i suoi debiti è ovvio. Del resto, non li ha neanche l’Italia. Ma mentre noi, anche in seguito a manovre vagamente truffaldine come il quantitative easing, all’ottimismo di facciata dell’Unione Europea e ad altri marchingegni, siamo in grado di rinnovare i nostri titoli pubblici in scadenza con tassi d’interesse irrisori, i titoli di debito sovrano della Grecia, ammesso che trovino compratori, devono offrire interessi stratosferici. La Borsa li considera spazzatura. Che cosa concludere, da tutto questo? Che forse siamo in vista del sospirato chiarimento. Sono mesi – forse anni – che gli equivoci si ammucchiano e si accavallano. Che la Grecia sia tecnicamente fallita lo si sa da tanto tempo che è banale ripeterlo. E se il fallimento non è stato dichiarato è perché da un lato i Paesi che le hanno prestato denaro (l’Italia circa quaranta miliardi) non sarebbero lieti di perderlo anche formalmente (sostanzialmente si sa già che è perduto), dall’altro l’uscita della Grecia dalla zona euro farebbe mettere in dubbio a molti la vitalità di questo progetto. Quest’ultimo è un rischio che non ci si può permettere. Il dubbio riguardante quella solidità è talmente giustificato, che in fondo si tratta soltanto di impedire, in qualunque modo, che qualcuno gridi che l’imperatore è nudo. Tutta la costruzione è un castello di carte in cui ognuna si appoggia all’altra, col rischio di un inarrestabile effetto domino. Se la Grecia fino ad ora non è fallita e non è uscita dall’euro non è perché ne siano mancate le condizioni, ma perché l’Unione Europea l’ha sostenuta, in modo che non allarmasse i mercati. Il guaio di questo genere di situazioni è che non si può procedere all’infinito. La Grecia non può restituire il denaro che ha preso a prestito fino ad ora, e si sa anche che è inesorabilmente costretta a spendere più di ciò che incassa. Dunque, non è che si risolva il problema, prestandole altro denaro. Le si dà l’ossigeno per tirare avanti ancora un po’, ma il problema si riproporrà tale e quale fra qualche tempo. E intanto il debito della Grecia aumenterà. E allora che si farà, al prossimo giro? Le si farà ancora credito, regalandole somme sempre maggiori, fino all’inevitabile esito finale, quel fallimento che si cerca di evitare oggi? È questa la ragione per la quale si sarebbe felici di vedere qualcosa di risolutivo, per quanto riguarda la Grecia. Semplicemente perché ci sono serie ragioni di temere che il rinvio, non che eliminare il problema, lo renda ogni giorno più grande. Purtroppo, la politica ha un suo orizzonte temporale. Quando, negli Anni Ottanta del secolo scorso, i nostri politici tenevano un comportamento tra il demagogico e il criminale, in materia di finanze pubbliche, ragionavano così: “Col boom demografico ed economico, i debiti che stiamo contraendo saranno riassorbiti”. Ma avrebbero fatto lo stesso ragionamento se avessero previsto di essere ancora al governo, nel caso si fossero sbagliati? In realtà pensavano che, male che andasse, sarebbero stati altri i governanti, e altri gli stessi italiani, salvo i vecchi. Effettivamente è andata così. I nonni hanno beneficiato dell’Italia folle e scialacquatrice, i nipoti si vedono presentare un conto spropositato. Per la Grecia il problema è stato rinviato per anni, forse sperando nell’intervento dell’arcangelo Gabriele, certo “comprando tempo”, come si dice in inglese. La speranza è stata che il bubbone scoppiasse in un futuro così lontano che dovessero occuparsene altri. Ad ogni giro il problema si è fatto più impellente ma la voglia di trovare un escamotage per non affrontarlo è pressante quanto il bisogno di droga per un eroinomane all’ultimo stadio. Ecco perché non c’è da essere sicuri che, almeno stavolta, perfino dopo che la Grecia ha già annunciato che non pagherà il primo debito che scade, l’Europa reagisca. Se è vero, come dicevano i romani, che “necessitas legem non habet”, forse non ce l’ha neanche “timor”. La paura fa novanta e, nel caso dell’Europa, fa cento: i cento centesimi dell’euro. Gianni Pardo pardonuovo.myblog.it 25 maggio 2015

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