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L’INERZIA ITALIANA

Il numero del 2 giugno di Stratfor, la notissima rivista americana, pubblica un articolo di Rodger Baker che tratta dell’ “inerzia” nelle previsioni geopolitiche. L’inerzia qui non è intesa nel senso di inattività, ma nel senso fisico di tendenza a conservare lo stato di quiete o di moto. Scrive infatti, fra l’altro, l’editorialista: “Sappiamo che una grande nave non può essere fatta virare velocemente e continua a muoversi in avanti a lungo”, dopo che si è dato un colpo di timone. E uno Stato è qualcosa di molto più grande anche di una grande nave. A nome della rivista, Baker ammette che in passato essa qualche volta ha sbagliato non tanto le previsioni, quanto il momento del loro verificarsi. Fino a far temere di non averle azzeccate. Probabilmente perché non aveva adeguatamente tenuto conto del fattore inerzia, appunto. E conclude che, per fare previsioni fondate, accanto ai dati fondamentali che riguardano ogni Paese, in particolare i loro interessi, i loro limiti e le circostanze del momento, bisogna considerare, appunto, l’ “inerzia”.
Ineccepibile. Anche se, naturalmente, come calcolare tutti questi fattori, e il loro relativo peso, è fin troppo difficile. Come insegna il famoso detto inglese, “fare profezie è arduo, particolarmente riguardo al futuro”. Il principio dell’inerzia tuttavia può essere molto utile per comprendere il passato. In particolare, riguardo all’Italia, per comprendere come si siano potute sbagliare le previsioni a partire dagli Anni Settanta del Novecento. È passato quasi mezzo secolo e bisogna riassumere i fatti, perché in quegli anni molti degli adulti contemporanei non erano neppure nati.
Fino al 1963, l’Italia ha avuto al governo una Democrazia Cristiana prevalentemente anticomunista, e perfino risoluta a tenere fuori dal governo i socialisti, allora stretti alleati dei comunisti. Anche se, va ricordato, De Gasperi l’aveva definita “un partito di centro che guarda a sinistra”. Nel 1963 si ebbe comunque il primo centro-sinistra, e i voti della sinistra continuarono ad aumentare fino a far temere che il Pci avrebbe finito col prendere il potere. Famose le elezioni del 1976, quelle in cui Montanelli consigliò: “Turatevi il naso e votate Dc”. Questa tendenza tuttavia non indusse la Dc ad un più risoluto anticomunismo. Al contrario essa ricercò un appeasement col partito di Togliatti e da quel momento le leggi furono sostanzialmente concordate, fra Dc e Pci. La guida del Paese si ispirò dunque ad un populismo che oggi chiameremmo “cattocomunista” e qui si arriva al problema dell’inerzia.
L’Italia cominciò a spendere e spandere senza preoccuparsi dei bilanci. Favorita dalla balorda teoria del deficit spending, sicura di un eterno boom demografico ed economico, cominciò ad assumere personale a spese dello Stato anche quando non ce n’era necessità, soltanto per fini elettorali; a concedere pensioni anche a chi non aveva versato un soldo di contributi o quasi; ad accumulare debiti senza freni, adottando insomma tutta una politica demenziale che atterriva le persone di buon senso. Il Partito Comunista, in questo comportamento, era forse razionale. Infatti non intendeva governare l’Italia o migliorarne il sistema sociale, questo sistema intendeva rovesciarlo per sostituirlo con quello sovietico. La crisi finale del capitalismo era del resto scritta nei sacri testi di Karl Marx e accelerarla sarebbe stato utile.
In quegli anni i sindacati, ipnotizzati dalla Cgil, a sua volta agli ordini del Pci, esageravano nelle loro richieste, perché sognavano la rivoluzione. E comunque, se le imprese andavano in rosso fino a rischiare il fallimento, interveniva lo Stato a ripianare i deficit, a metterci comunque una pezza a spese dei contribuenti. Ma non dei contribuenti contemporanei, di quelli futuri.
Si ebbe certo qualche battuta d’arresto, come quando Bettino Craxi riuscì a far abolire la scala mobile (e per questo fu visceralmente odiato dai comunisti) ma la tendenza fu sempre quella, “après moi le déluge”. Le persone di buon senso pronosticavano che presto il sistema sarebbe arrivato al collasso e invece sembrava che tutte le loro previsioni si infrangessero contro la realtà. L’Italia non falliva. La gente continuava a comprare fiduciosa titoli del debito pubblico che lo Stato non sarebbe mai riuscito a rimborsare. Il pil aumentava, anche se meno d’un tempo, la vita scorreva serena e i profeti di sventure continuavano a chiedersi dove avessero sbagliato.
Non avevano sbagliato. Semplicemente, non avevano tenuto conto dell’inerzia. L’Italietta distrutta e con le pezze sul sedere che era uscita dal fascismo e dalla Seconda Guerra Mondiale aveva creato una democrazia prospera e moderna, e ci voleva parecchio tempo, per distruggere questo edificio. Dunque per anni si è vissuto divorando non soltanto ciò che si guadagnava, ma anche il po’ di grasso che si era messo su. Ma danneggiando il sistema, caricando lo Stato di troppe incombenze e di troppe spese improduttive, vivendo in parte a credito, era fatale che il sistema arrivasse, se non al collasso, ad un’inversione economica. Prima si consumava più di quanto si produceva, poi, con l’attuale crisi, sono venuti a galla tutti i guai che si erano accumulati, e in tale quantità, che non si è più stati capaci di metterci rimedio.
Ecco perché non si riesce ad uscire dalla crisi. Prima, un’Italia che si comportava male ha continuato a vivere bene perché prima si era comportata bene; oggi un’Italia che si comporta bene continua a vivere male perché prima si è comportata male. Prima l’inerzia del bene, oggi l’inerzia del male.
La cosa triste è vedere che pagano il fio di quelle follie non coloro che le hanno commesse, ma i loro figli. E non è neanche detto che quel prezzo sia già stato interamente pagato.
Gianni Pardo pardonuovo.myblog.it
3 giugno 2015

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