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LIBERO SCAMBIO, CETA, TTIP E NON SOLO di Guido Rossi

Il 15 febbraio di quest’anno l’europarlamento ha ratificato il CETA (Comprehensive economic and trade agreement), un trattato di libero scambio tra L’Unione europea e il Canada cui principale scopo è quello di liberalizzare completamente il mercato di beni e servizi. La notizia, sebbene di fondamentale importanza, ha trovato ben poco spazio sui principali media, e quei pochi che ne hanno parlato hanno sintetizzato l’accordo come una grande opportunità per l’export italiano, e un risparmio in termini di dazi commerciali europei di circa 500 milioni.

La semplificazione è volutamente fuorviante, poiché in realtà lo stesso trattato – entrato già in vigore in via provvisoria seppur la sua attivazione richieda la ratifica dei singoli parlamenti nazionali degli Stati membri – elimina sia le barriere tariffarie (dazi doganali appunto) che quelle non tariffarie, ovvero dei livelli minimi di standard qualitativi previsti per tutte le categorie di prodotto scambiato, inclusi quelli agricoli e sanitari, con enormi ripercussioni negative in termini sociali, economi, ambientali e salutari.

Come avverte il redattore de “L’Intellettuale Dissidente” Guido Rossi de Vermandois nel suo ultimo lavoro “Libero scambio. Ceta, Ttip e non solo”, questo trattato non è un punto di arrivo, bensì soltanto uno dei tanti “tasselli del puzzle” di un nefasto processo di globalizzazione, avviato già negli anni quaranta dal Gatt (General agreement on tariffs and trade ). Quest’ultimo rappresenta l’archetipo di accordi che, in nome del “diritto” al profitto delle multinazionali, hanno progressivamente limitato la sovranità nazionale ed i diritti dei popoli; si parla di trattati “calati nella nostra realtà quotidiana sempre in sordina e senza troppo clamore, al limite presentati come portatori di benessere e libertà, abituandoci alla loro esistenza tanto da farceli considerare scontati e normali fino ad abbassare la nostra soglia critica e di attenzione”.

La sola Unione europea, perfetto esempio di area di libero scambio che con le sue politiche avrebbe dovuto “portare pace e benessere”, non ha invece apportato i benefici promessi, tanto che come ha evidenziato il giornalista de Il Sole 24 Ore Augusto Grandi, che ha curato la prefazione del libro, “gli europei avevano creduto ai milioni di nuovi posti di lavoro creati dalla costituzione dell’Unione europea, ma si sono ritrovati alle prese con il boom della disoccupazione e con un progressivo peggioramento delle condizioni di lavoro accompagnate da una riduzione dei salari”.

A rendere possibile un simile disastro economico, ed al contempo una praticamente totale ignavia da parte di milioni di persone, non è stata la sola segretezza con cui i vari accordi di libero scambio sono stati portati avanti, complice la grande informazione, ma si è resa necessaria una “rivoluzione culturale” tale da lavare cervelli e coscienze, imporre il pensiero unico, cancellare le diversità culturali. Come ha ben sintetizzato Grandi, allora “ l’arma vincente è il politicamente corretto: annulla la storia e le tradizioni, cancella il senso di appartenenza, distrugge le diversità culturali”. Rossi però, oltre a metterci in guardia dalle illusioni del libero commercio, per difenderci ci invita a riappropriarci di “una cosa che ci hanno fatto dimenticare”, la libertà di informarci.

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