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L’Europa rischia di spegnere le sue raffinerie: l’assurda legge sul metano che ci lascerà senza petrolio dal 2027
La stretta burocratica dell’UE rischia di spegnere i motori industriali d’Europa. Dal 2027 entra in vigore l’articolo 28 del regolamento sul metano: l’87% del petrolio importato risulterà incompatibile, costringendo al blocco oltre il 50% delle raffinerie continentali. Un “suicidio” economico che aprirà le porte alle importazioni di carburante extra-UE.

Una tempesta energetica senza precedenti si sta abbattendo sull’Europa. Dal 1° gennaio 2027, un nuovo e severo regolamento dell’Unione Europea rischia di bloccare quasi il 90% delle nostre importazioni di petrolio greggio.
La paralisi totale delle nostre raffinerie è ormai un rischio concreto e imminente. Le conseguenze saranno devastanti per i prezzi dei carburanti alla pompa, per i posti di lavoro dei cittadini e per la tenuta dell’intera economia del continente. Non si tratta di una fosca previsione, ma di un allarme rosso lanciato direttamente dai vertici industriali del settore.
La denuncia arriva da Luis Cabra, vicedirettore generale di Repsol e attuale presidente di FuelsEurope. In un’intervista shock rilasciata al quotidiano El Economista, Cabra ha avvertito che la storica e temuta crisi dello Stretto di Ormuz rischia di sembrare poca cosa in confronto al disastro che provocherà questa legge.
La norma sotto accusa è il Regolamento UE 2024/1787 sulle emissioni di metano. L’obiettivo teorico di questa legge è indubbiamente nobile: monitorare e ridurre le perdite di gas serra lungo tutta la catena globale dei combustibili fossili. Tuttavia, la sua applicazione pratica rasenta l’assurdo burocratico e dimostra una preoccupante disconnessione dalla realtà economica.
Dal 2027, l’articolo 28 di questa norma impone agli importatori europei l’obbligo di dimostrare che i produttori extra-UE utilizzino sistemi di monitoraggio e rendicontazione identici o equivalenti a quelli europei. In caso contrario, scatteranno sanzioni durissime o il divieto assoluto di importare la materia prima.
Tuttavia, la stragrande maggioranza dei Paesi produttori globali non ha alcuna intenzione, né i mezzi tecnici, di sottostare alla rigida burocrazia di Bruxelles. Secondo uno studio approfondito della società di consulenza Wood Mackenzie, ben l’87% del petrolio greggio importato oggi in Europa risulterà di fatto fuori legge. Anche il 43% del gas importato rischia il blocco immediato per via burocratica.
Ecco i numeri drammatici della crisi energetica che stiamo per auto-infliggerci:
- Greggio a rischio blocco: L’Europa rischia di perdere l’accesso all’87% del suo attuale petrolio d’importazione.
- Raffinerie dimezzate: Più di metà della capacità di raffinazione europea potrebbe fermarsi completamente per mancanza di materia prima.
- Chiusure industriali di massa: Un simile crollo della produzione equivarrebbe alla chiusura definitiva di circa 40 grandi raffinerie nel continente.
- Il disastro spagnolo: In Spagna, dove le aziende hanno investito miliardi per ammodernare la tecnologia di raffinazione, solo il 3% del petrolio importato risulterà in regola. o stesso può dirsi per gli altri paesi.
La carenza improvvisa di greggio colpirà duramente la produzione interna di benzina, gasolio e carburante per aerei. Per i cittadini e le imprese, le ricadute economiche saranno immediate e pesantissime. I prezzi dei carburanti saliranno alle stelle, trascinando al rialzo l’inflazione e azzerando la nostra residua competitività industriale rispetto a colossi come gli Stati Uniti e la Cina.
Inoltre, il mercato delle raffinerie è complesso. Non tutti gli impianti possono lavorare lo stesso tipo di petrolio. Repsol, ad esempio, ha investito circa 15 miliardi di euro dal 2008 per adattare i suoi impianti al trattamento dei crudi pesanti, che sono più economici e abbondanti e che provengono da Venezuela, Canada e Iran. Ora, se questi greggi venissero vietati, l’intera Europa si troverebbe a competere per accaparrarsi i pochi greggi leggeri compatibili, facendone impennare il prezzo a livelli insostenibili.
Qui emerge tutta l’ironia e la perversione della politica energetica di Bruxelles. Se le raffinerie europee chiudono o dimezzano la produzione, l’Europa non smetterà certo di consumare carburanti. Semplicemente, saremo costretti a importarli già pronti e raffinati da paesi extra-UE.
Il capolavoro burocratico è presto servito: il regolamento sul metano colpisce il petrolio greggio importato, ma non i prodotti già raffinati. Di conseguenza, importeremo benzina e diesel prodotti all’estero con lo stesso identico greggio che abbiamo vietato sul suolo europeo.
In questo modo non si ridurrà di un solo grammo l’emissione globale di metano nell’atmosfera. In compenso, avremo distrutto decine di migliaia di posti di lavoro europei e chiuso stabilimenti strategici, regalando quote di mercato e ricchezza industriale ai nostri concorrenti extra-UE, che ringraziano sentitamente.
La Commissione Europea è ben consapevole del disastro imminente che ha creato. Tuttavia, la macchina politica di Bruxelles è troppo rigida e imbarazzata per ammettere l’errore e riaprire il testo di legge. Per evitare questa figuraccia, ha proposto una via d’uscita incredibile: mantenere formale la norma ma consigliare caldamente agli Stati membri di non applicare le multe a chi non riesce a rispettarla.
Per le imprese reali, questa non è una risposta seria. Nessuna azienda che gestisce capitali miliardari può operare nella totale incertezza giuridica, basandosi sulla promessa informale che lo Stato chiuderà un occhio su una violazione ambientale. Senza modifiche formali al testo della legge, i produttori preferiranno tagliare la produzione per evitare cause legali. Repsol stima che potrebbe dover dimezzare la propria attività pur di tutelarsi legalmente.
La soluzione logica e di buon senso esiste ed è già caldeggiata da un blocco di circa venti governi, tra cui spiccano Italia, Germania e Repubblica Ceca: rinviare l’applicazione dell’articolo 28 per il tempo necessario a sviluppare un sistema di controllo globale fattibile e non distruttivo. Al contrario, la Spagna e la Commissione Europea restano arroccate sulla difesa cieca del regolamento attuale.
Questa vicenda svela una debolezza culturale profonda del modello europeo contemporaneo. Si coltiva ancora l’illusione che l’Unione Europea possa piegare l’intero pianeta alle proprie regole burocratiche semplicemente minacciando di chiudere i propri confini commerciali. Ma l’Europa ha un disperato bisogno di importare energia per sopravvivere, mentre i produttori globali possono facilmente vendere altrove il loro petrolio. Attendersi che il mondo si pieghi ai desideri di una sua piccola parte è un atteggiamento tipicamente europeo e arrogante, sicuramente non intelligente.







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