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L’Europa e l’arma del mercato: come sfruttare la debolezza economica della Cina per salvare la nostra industria

Un report ufficiale dell’UE smonta il mito dell’invincibilità economica di Pechino. Bruxelles deve usare il mercato unico per piegare la Cina ed evitare la deindustrializzazione, superando i timori della Germania.

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Dietro la facciata di una superpotenza asiatica inarrestabile si nasconde un’economia in frenata strutturale. L’Unione Europea ha oggi un’opportunità irripetibile: utilizzare il proprio vasto mercato interno come leva negoziale per ottenere concessioni da Pechino e fermare la deindustrializzazione del Vecchio Continente. A sostenerlo non è un think tank sovranista, ma il European Union Institute for Security Studies (EUISS), l’istituto di ricerca ufficiale dell’UE.

Il rapporto, firmato dall’esperto Tim Ruehlig e dall’economista asiatica di Natixis Alicia Garcia-Herrero, smonta il mito dell’invincibilità di Pechino. Mentre gli Stati Uniti chiudono progressivamente le porte ai prodotti e agli acquirenti cinesi, l’Europa rimane l’ultimo grande mercato avanzato ragionevolmente aperto. Questo ci conferisce un potere negoziale immenso che, per timore, miopia o altri meno nobili motivi, ci rifiutiamo di usare.

La Cina ha già ampiamente “armato” il proprio dominio su settori critici. Basti pensare alle recenti restrizioni sulle licenze per le terre rare, che hanno fatto tremare le catene di montaggio europee. Davanti a queste mosse l’Europa è rimasta immobile, paralizzata dalla paura di ritorsioni e dall’ansia di aprire troppi fronti contemporaneamente, ma il costo dell’inazione rischia di tradursi nel collasso della nostra base manifatturiera.

I veri numeri della frenata di Pechino

Siamo abituati a sovrastimare la forza di Pechino. Secondo gli autori dello studio, il tasso di crescita ufficiale del 5% riportato per il 2025 maschera una realtà molto più modesta. La decelerazione strutturale è in atto: le proiezioni indicano che, a causa della morsa demografica, entro il 2035 la crescita cinese scenderà sotto il 2,5% (in linea con gli USA) per poi appiattirsi verso l’1% europeo.

L’assertività internazionale di Pechino è, paradossalmente, guidata dalle insicurezze interne. I funzionari cinesi sono perfettamente consapevoli delle proprie vulnerabilità economiche, ma sanno anche che l’Europa teme lo scontro. Giocano, con successo, sulla nostra frammentazione.

La strategia proposta: colli di bottiglia e ritorsioni mirate

Per invertire la rotta e difendere l’industria (un approccio che richiederebbe una sana politica industriale e investimenti anticiclici), il rapporto suggerisce alcune mosse tecniche precise:

  • Creare colli di bottiglia tecnologici: L’UE deve sviluppare asimmetrie a proprio favore, diversificando le catene di approvvigionamento e mantenendo il controllo su tecnologie essenziali per la Cina.
  • Riformare lo Strumento Anti-Coercizione (ACI): Attualmente inutilizzato per le divisioni tra i Paesi membri. Il rapporto propone di ribaltare la regola: invece di richiedere una maggioranza qualificata per attivarlo, dovrebbe servire una maggioranza qualificata per bloccarlo quando proposto dalla Commissione.
  • Congelare l’export di beni a duplice uso: Riportare le esportazioni verso la Cina ai livelli del 2021 se Pechino non blocca le triangolazioni verso la Russia.

Ecco un quadro riassuntivo dei rapporti di forza attuali:

Fattore StrategicoPosizione Unione EuropeaPosizione Cina
Mercato di sboccoUltimo grande mercato aperto ad alto reddito.Estremamente dipendente dall’export verso l’UE per compensare il calo interno.
Materie Prime e Terre RareFortemente dipendente dalle importazioni asiatiche.Monopolista di fatto, usa l’export come arma di ricatto.
Dinamica di CrescitaStagnante, in cerca di politiche di rilancio industriale.In decelerazione strutturale (crescita reale inferiore al dato ufficiale 2025).

L’ostacolo politico: l’ombra di Berlino

Tutto questo si scontra con la realtà politica a 27. Il recente viaggio in Cina del Cancelliere tedesco Friedrich Merz, avvenuto il mese scorso, dimostra come Berlino sia ancora profondamente legata a una visione mercantilista di breve periodo, volta a proteggere i profitti immediati dei grandi gruppi esportatori a discapito di un “de-risking” strategico continentale.

Come sottolinea Garcia-Herrero, bisogna far capire ai leader europei che la Cina non è più il Paese della cuccagna economico per le nostre imprese. Se vogliamo evitare il collasso della nostra manifattura, l’Europa deve smettere di comportarsi come un mercato di conquista e iniziare ad agire come una potenza geoeconomica.

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