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L’euro? Ha diciotto mesi di vita Parla Malloch, probabile ambasciatore degli Stati Uniti nell’Unione europea di Marcello Bussi

 

«Nel 2017 io shorterei l’euro». Parola di Ted Malloch, che tutti indicano come prossimo ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Unione europea. L’economista della Henley Business School imparentato con la famiglia Roosevelt lo ha dichiarato nel corso di un’intervista alla Bbc centrata sul viaggio del premier britannico Theresa May negli Stati Uniti, dove ieri ha partecipato alla conferenza annuale dei parlamentari del partito repubblicano Usa, a Filadelfia e oggi incontrerà, primo capo di governo, il presidente Donald Trump. Malloch è andato giù duro: «L’euro è una valuta non solo in declino, ma con un problema reale e potrebbe collassare nel prossimo anno e mezzo. Non sono l’unico economista a pensarla così. Anche il tanto celebrato Joseph Stiglitz ha scritto un libro sull’argomento».

Malloch ha le idee chiare anche sulla Ue. Alla domanda se si arriverà prima alla firma di un trattato di libero scambio fra Stati Uniti e Regno Unito, cosa che potrà accadere solo dopo l’uscita ufficiale di Londra dall’Unione europea, ovvero fra due anni, o fra Usa e Ue, l’economista ha risposto: «Non sono sicuro che ci sarà ancora una Ue con cui negoziare». Crollerà quindi anche l’Unione? Per Malloch si discuterà una sua «ridefinizione», che dovrà essere «decisa dai popoli europei in elezioni democratiche nei prossimi 18 mesi. E alcune di queste elezioni sono in programma fra pochi mesi» in Olanda, Francia, Germania e probabilmente Italia.

Se i rapporti fra l’amministrazione Trump e la Ue sono quantomeno problematici, con il Regno Unito della Brexit è pieno idillio. Gran Bretagna e Stati Uniti possono riscoprire la fiducia reciproca e guidare di nuovo insieme la comunità internazionale, ha dichiarato la May ai parlamentari del Partito repubblicano Usa, a Filadelfia, sottolineando che le istituzioni «su cui il mondo si fonda sono state spesso concepite o ispirate dalle nostre due nazioni al lavoro insieme».

Intanto il governo britannico ha presentato il progetto di legge che, come richiesto dalla Corte suprema britannica, verrà sottoposto al voto del Parlamento per ottenere l’autorizzazione a innescare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, la cosiddetta clausola di recesso, lanciando i negoziati per l’uscita dalla Ue. Il progetto di legge si articola in sole 138 parole e sarà presentato alla Camera dei Comuni e alla Camera dei Lord prima di ottenere l’assenso reale, cioè la formale promulgazione, entro la data limite del 31 marzo. Il dibattito in aula dovrebbe iniziare il 31 gennaio prossimo e prevede una durata massima di cinque sedute. Il provvedimento dovrebbe quindi approdare alla Camera dei Lord entro quindici giorni.

Ieri, intanto, è stato diffuso il dato sul pil britannico nel quarto trimestre 2016. L’economia ha mantenuto lo slancio a dispetto della Brexit, mettendo a segno un incremento dello 0,6% nel quarto trimestre rispetto ai tre mesi precedenti e del 2,2% su base annua. L’intero 2016 si è chiuso con una crescita del 2%, di poco inferiore al +2,2% del 2015. Un valore ben superiore a quello che la maggior parte degli analisti e delle istituzioni finanziarie internazionali si attendeva in caso di voto favorevole alla Brexit.

È ormai indiscutibile che i cupi pronostici di pesanti ricadute economiche finora non si sono materializzati. «Tutti i principali settori dell’economia sono cresciuti, a dimostrazione della tenuta dell’economia britannica», ha dichiarato compiaciuto il ministro delle Finanze, Philip Hammond.

Marcello Bussi, MF 27 gennaio 2017

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