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Lettera aperta al Direttore de “L’Espresso” di Raffaele Salomone Megna

Esimio Direttore,
sono abbonato da più di quattro lustri a L’Espresso, ma purtroppo negli ultimi anni ho perso sempre più interesse per la sua rivista, che difficilmente nelle analisi della crisi che attualmente attanaglia l’Italia esce dal trittico “casta, cricca e corruzione”.

Ove non bastasse, da quando la storica rivista era l’espressione di una sinistra laica e democratica ora invece propugna e diffonde il pensiero economico “mainstrem”, quello globalista, succube della logica “ there is not alternative”. Siete precipitati in uno squallido conformismo e la qual cosa mi rincresce molto.

Un esempio è nell’articolo di Bernardo Valli “ Tutti in piazza contro il progresso ” pubblicato da L’Espresso del 15 maggio u.s. nella rubrica “Dentro e fuori”.
Il titolo è assolutamente illuminante.
Secondo l’autore viviamo nell’era del “regresso”, poiché ceti popolari e classi medie si oppongono al liberismo, a nuovi diritti e globalizzazione.
Nella sua stesura non c’è alcun dubbio, nessun ripensamento.

Si giunge a negare l’evidenza ed a ripudiare il “principio di realtà”, che invece dovrebbe essere il primo punto di partenza di qualsiasi tipo di analisi che voglia definirsi seria.
Orbene, la globalizzazione non è progresso è solamente la conseguenza del fatto che si è consentito ai capitali di potersi spostare per il mondo in cerca di maggior profitto.

Quindi, mentre prima le genti andavano dove c’era il lavoro, ora il lavoro viene portato presso le genti che hanno meno pretese, meno diritti e minori tutele.
Tale circostanza causa in Italia disoccupazione e, per gli occupati superstiti, deflazione salariale ed una innegabile riduzione delle tutele sindacali.
Questo per l’autore è invece progresso, come pure credo che ritenga un altro innegabile progresso l’arbitraggio fiscale che esiste nell’Unione Europea.
Mentre i comuni cittadini vengono tassati ai limiti della grassazione, poiché gli stati sovrani sono diventati dei semplici esattori di Bruxelles, le grandi aziende, europee e non, possono pagare le imposte dove sono più convenienti ( vedi Ryan Air, etc.).

La perdita del gettito fiscale, in forza dei parametri di Maastricht e del pareggio di bilancio, determina così tagli allo stato sociale, ulteriori privatizzazioni e spinge sempre più l’Italia in un baratro senza fine.
Così i diritti diventano servizi e noi tutti da cittadini diventiamo semplici consumatori e clienti ( ma non dobbiamo preoccuparci, perché ci sarà pur sempre qualche authority a cui rivolgersi!).
Ma secondo l’autore dell’articolo è biasimevole chiedere che si chiudano i confini, che si innalzino barriere doganali per i prodotti costruiti da lavoratori in stato di schiavitù, che si ostacoli il multiculturalismo e la difesa dei diritti Lgbt (acronimo che sta per lesbiche, gay, bisessuali e transgender).

Orbene, rinnovo l’invito a riprendere contatto con la realtà.
E la realtà è che la gente, per le scelte liberiste di cui sopra, soffre maledettamente, che la disoccupazione non accenna a diminuire, che ci sono sempre più sventurati che frugano nei cassonetti, che ci aspetta un 2018 di lacrime e sangue ( leggere attentamente il DEF presentato ad aprile u.s.).
La verità è che mentre il governo prevede di stanziare per il 2017 per l’emergenza migranti ben 4,7 miliardi di euro, per il rinnovo dei contratti di tutti i dipendenti statali, e dico tutti, contratti che sono bloccati da tempo immemorabile, solo la somma di 1,4 miliardi per il 2018.

Pur rispettando il pensiero del giornalista, credo che le rivendicazioni dei Lgbt possano trovare accoglienza sicuramente nella comune difesa dei diritti sociali, così come garantiti dalla nostra Costituzione e non per questo devo essere tacciato di sanfedismo, luddismo, anacronismo e di essere un codino.

Per quanto concerne tutto il resto, le sue affermazioni sono da prosseneta, in senso etimologico ovviamente.
Con benevolenza fanno riferimento ad una realtà del tutto personale che è sicuramente controfattuale, altrimenti dovremmo dire che le sue tesi peccano di onestà intellettuale.
Le idee che l’autore spaccia per modernità furono confutate in dottrina da Ferdinando Galiani, consigliere economico di Ferdinando I di Borbone, nel lontano 1780 e da illustri economisti del presente.
Quello che viene indicato per progresso è un ritorno al passato, il futuro è il modello economico contenuto nella nostra Carta Costituzionale ( Titolo III- Rapporti economici ).

Non dimentichiamo mai: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”
Tanti saluti.

Raffaele Salomone Megna

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