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Fiat e ora Ferrari insegnano che trasferire un’azienda italiana all’estero genera valore: ecco perché le imprese di Stato fanno gola, si privatizzano, si taglia il personale e voilà, il dividendo è servito!

Chi segue i miei interventi sa che sono un fautore storico del mantenimento dell’italianità per le imprese ex partecipazioni statali, le poche rimaste. Il motivo è semplice: a continuare di questo passo saranno le uniche grandi aziende multinazionali ad occupare e pagare le tasse in Italia. Almeno finchè resteranno italiane. Mi spiego meglio: il problema italiano sta prima di tutto nell’elevata– ed assurda – tassazione e poi nella burocrazia e negli sprechi. Non si può tassare un dipendente il 70% o anche una piccola o media impresa allo stesso livello, ossia tassando solo coloro che NON possono delocalizzare, per intenderci.  Per le imprese la tassazione teorica sbandierata dai media è forviante: la differenza sta nelle detrazioni ammesse, se uno inizia a fare la differenza tra utile lordo e netto si accorge che c’è qualcosa che non quadra, tra indeducibilità dei costi del personali per l’IRAP, alla Robin Tax dove applicabile, senza dimenticare tutti i machiavellici escamotages dell’agenzia delle entrate per negare deduzioni ai contribuenti si arriva anche lì ben oltre al 50% e fino al 70% di tassazione reale per le PMI. Alla fine la prova del nove è la differenza tra utile loro e netto, il trucco sta in gran parte lì.

Per inciso, all’estero le tasse alle imprese sono molto più basse….

Oggi le aziende di Stato, ENEL, ENI, Finmeccanica, sono colossi che fanno montagne di utili e che occupano in abbondanza in Italia, ENEL è addirittura al top mondiale del settore per EBITDA. Se le si privatizzasse si farebbe bingo, basterebbe spostare la sede all’estero e far là fluire i lauti dividendi provenienti dai mercati in crescita, parimenti si taglierebbero un po’ di costi (di personale) in Italia utilizzando ad esempio il nuovo Job Act, magari ci si finanzierebbe per il take over a tassi tedeschi e voilà, senza colpo ferire e soprattutto senza rischio si moltiplicherebbe il valore dell’investimento, alla fine all’investitore conta quanto si paga di dividendo. Basta convincere lo stato a vendertela e hai fatto l’affare, forse ora si capisce la pericolosità insita nel tentativo di Mario Monti di far passare i decreti attuativi della legge sulla golden share a governo ampiamente decaduto (a marzo 2013, ad elezioni di febbraio ampiamente digerite e sapendo che se ne sarebbe dovuto andare a breve) che secondo Milano Finanza avrebbe lasciato scoperta quanto meno ENEL….

https://i1.wp.com/se1.cdn.fluidworks.it/wp-content/uploads/2013/08/MF-Nessuna-copertura-per-ENEL-Golden-Share-Evidenza.gif?w=980

Leggiamo sulla stampa che la Ferrari probabilmente se ne sta andando a pagare le tasse all’estero, tra Inghilterra ed Olanda? Se si vendessero le aziende di Stato la cosa più logica sarebbe fare la stessa cosa, andare dallo stesso studio di commercialisti che ha seguito Fiat e seguirà Ferrari e creare la stessa, precisa, identica struttura anglo-olandese [una volta che lo Stato l’ha accettata una volta non può più tirarsi indietro, ndr], strategia per altro applicabile a qualsiasi media o medio-grande azienda italiana: per quanto mi riguarda tutte le aziende nazionali dovrebbero fare lo stesso, alla fine si resterebbe senza aziende italiane e si andrebbe tutti all’estero. Un parossismo, chiaramente: questo approccio non verrebbe permesso in quanto il sistema crollerebbe troppo velocemente.

Appunto, per evitare il crollo del sistema estremizziamo: tutti all’estero come Fiat e Ferrari, perché rimanere in Italia a pagare tasse assurde? De Benedetti, tessera n. 1 del PD se ne è andato anche personalmente [le sue tasse personali le paga all’estero], molti dei rampolli della nobiltà torinese ex agnelliana anche, e chissà quanti che non sappiamo! Quello che succederà nei prossimi anni se non nei prossimi mesi sarà di spremere chi resta, si trasformerà l’illecito fiscale in penale et encore voilà si saranno costretti gli italiani a pagare, o la borsa o la vita. Anzi, la galera, magari in cella con pedofili ed assassini, magari senza avere nemmeno una condanna arrivata in giudicato, magari finendo in gattabuia solo per gravi indizi di colpevolezza durante le indagini. Esagero voi direte. Forse, ma non c’è peggio al peggio e soprattutto ricordate che Silvio Scaglia è finito in galera prima della condanna probabilmente per costringerlo al patteggiamento – pagando, poi fu invece assolto, come Dolce e Gabbana -, quello della carcerazione preventiva è un eccesso tipicamente se non esclusivamente italiano retaggio dell’ordinamento fascista (tutto vero purtroppo, qualsiasi leguleio ve lo può confermare). Ad oggi il trattamento viene riservato ai grandi evasori, ma domani? E cosa vorrà dire grande evasione per un paese alla fame, dieci, ventimila euro? Il fascismo che verrà….

Vedrete che la compagine che siederà in prima fila per le privatizzazioni italiane prossime venture comprenderà coloro che adesso si stanno spostando tra Amsterdam, Londra, Lussemburgo, Dubai o chissà cos’altro. Successe per Telecom Italia, per la più grande azienda privata italiana chiamata Montedison e la sua galassia, dovremmo metterci dentro anche la liquidazione di Olivetti post mortem di Adriano Olivetti e Mario Tchou a favore degli americani – da allora Gianni Agnelli sedette al fianco del Gotha americano –, non dimentichiamo poi il disastro fatto con Alfa Romeo: perché non dovrebbe succedere lo stesso per ENI, ENEL, Finmeccanica, veri gioielli? Alla fine il collaborazionismo è sempre stato una costante nella storia italiana, anche economica.

Anche questa volta non si farà eccezione.

Complimenti per la trasmissione.-

Mitt Dolcino

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