Europa
Le grandi sfide di Fitto su maggiore flessibilità e semplificazione che possono e devono rafforzare la Ue

La sua nomina, a settembre del 2024, aveva creato non poco polemiche in Europa e in Italia. Polemiche che avevano davvero poco a che fare con la sua personalità, apprezzata in maniera bipartisan in Italia e anche in Europa, non solo per la sua riconosciuta competenza ed esperienza, ma anche per il suo spirito moderato e dialogante. Caratteristiche che hanno contraddistinto la sua carriera politica lunga oltre trent’anni da quando giovane 30 enne venne eletto presidente della Regione Puglia nel 2000.
A Raffaele Fitto, vicepresidente della Ue, veniva invece rimproverata il fatto di far parte di un gruppo politico, quello dei conservatori, considerato da tutti troppo a destra dell’emiciclo di Strasburgo. Un gruppo che proprio sotto la sua guida hanno invece saputo aprire un dialogo costruttivo con i popolari europei e che sono diventati adesso il quarto gruppo più numeroso al parlamento europeo. Gli stessi conservatori che nella prima parte della passata legislatura avevano dovuto subire l’onta del cosiddetto cordone sanitario, la pratica che impediva di fatto ai partiti di destra di occupare le posizioni apicali all’interno del Parlamento europeo.
Superata brillantemente la prova dell’esame delle audizioni del Parlamento europeo (malgrado per qualche giorno sia stato al centro di una serie di veti incrociati tra popolari e socialisti a causa della contestata nomina del commissario spagnolo Teresa Ribera, al centro di polemiche legate alla cattiva gestione della alluvione a Valencia), per Fitto si è aperta l’ennesima complicatissima sfida della sua lunga politica. Riformare la politica di coesione, quella che cuba 400 miliardi di euro, appariva come un’impresa titanica per chiunque.
Lui, forte della esperienza come ministro degli affari europei nel governo Meloni, durante il quale ha preso in mano il dossier del Pnrr, che ha saputo manovrare con grande maestria e rimodulare nel profondo, malgrado quasi tutti pensassero fosse una sfida impossibile. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, Il piano italiano sta attendendo il pagamento della nona rata, primo paese in Italia, e sta crescendo la percentuale di somme effettivamente spese. Il compito di Fitto era quello di trasformare una politica della coesione che da tempo aveva mostrato tutti i suoi difetti, in un piano che contenesse quella flessibilità e semplificazione necessaria a renderla più efficace.
Il sistema attuale, basato su fondi distinti e programmi regionali chiaramente strutturati, viene sostituito da un impianto molto più compatto, fondato su quattro grandi blocchi tematici e sulla costruzione di 27 Piani Nazionali e Regionali che integrano strumenti finora autonomi. La svolta riguarda soprattutto la governance: la negoziazione dei fondi con la Commissione Europea escluderebbe le regioni, e si limiterebbe ai governi nazionali, lasciando alle regioni un ruolo percepito come meno incisivo.
Da qui il timore, condiviso da molti territori, di una possibile “rinazionalizzazione” della coesione e di un conseguente indebolimento della dimensione territoriale. Fitto proprio su questo ha più volte sottolineato invece come si fondamentale il contributo delle Regioni e degli enti locali nel processo di gestione dei fondi. Ma allo stesso tempo occorre modernizzare uno strumento che è ormai un po’ obsoleto per come è concepito,
Quando Jacques Delors, infatti, delineò la sua visione del Mercato unico, predisse correttamente che l’efficienza economica non avrebbe beneficiato tutte le regioni d’Europa in egual modo. Così, nel 1993, la Politica di coesione venne creata insieme al Mercato unico per garantire un’equa partecipazione alla crescita e alla prosperità in tutta Europa. Il suo obiettivo era quello di creare condizioni di parità affrontando le disparità nello sviluppo economico, nelle strutture e nelle condizioni geografiche. Ma d’allora il mondo è radicalmente cambiato, e l’Europa ha fatto fatica a cambiare la sua visione e le sue politiche per adattarle al nuovo mondo. Oggi la sfida della coesione dovrebbe assumere una nuova dimensione “policentrica”, attraverso la ricerca di diverse zone di integrazione dinamica, così da favorire la riduzione delle disparità tra centro e periferia in continua espansione. La concentrazione della ricchezza in una sola parte del territorio nazionale può compromettere seriamente l’integrazione a lungo termine del Paese, poiché comporta il sottoutilizzo delle risorse presenti nella maggior parte del territorio costituito dalle regioni periferiche.
Il grande merito di Raffaele Fitto, a detta di tutti, è stato quello di puntare proprio sulla flessibilità per cambiare un eccessiva burocratizzazione delle procedure che regolano la politica di coesione. La revisione di medio termine ne è stato un esempio emblematico, grazie alla quale molti paesi hanno avuto la possibilità di rimodulare ben 34 miliardi di euro (l’Italia 7 miliardi) delle risorse a loro disposizione, verso nuove ed impellenti esigenze, tra cui competitività, difesa, alloggi e risorse idriche. Ed è proprio questo il principio che guida la grande sfida di Fitto alla commissione europea. Una politica di coesione che sappia anche gestire problemi impellenti come quello della casa o quello dello spopolamento delle zone ultraperifiche, che mai come ora con la guerra alle porte dell’Europa, sta assumendo i contorni di una vera e propria emergenza. Garantire il “diritto a restare” a tutti i cittadini e le cittadine dell’Unione europea, elaborando un piano su misura per ciascuna regione. Un diritto, quello di rimanere (“right to stay”) che secondo Fitto “riguarda le persone, le comunità e i territori. Si tratta di restituire a tutti gli europei la libertà di rimanere, crescere e costruire il proprio futuro nel luogo che chiamano casa. Andarsene dovrebbe essere sempre una libera scelta, mai una necessità dettata dalla mancanza di opportunità”.
È proprio per questo motivo che Fitto ha spiegato di essere al lavoro per “rendere ogni regione europea più competitiva, più connessa e più attraente, investendo in servizi, connettività e istruzione”. Perché quando i territori crescono e si sviluppano, le persone possono davvero scegliere di rimanere, avere successo e sentirsi parte di essa”. Allo stesso modo Fitto vuole affrontare il problema annoso della difficoltà a trovare un alloggio per le persone con maggiori difficoltà, Due problemi connessi strettamente l’uno con l’altro che rischiano di compromettere non solo il benessere di molte aree europee, ma anche gli stessi principi democratici su cui l’Unione è fondata. E strettamente legato al fenomeno dello spopolamento delle aree interne è quello della politica agricola, la Pac, le cui risorse contrariamente a quanto qualcuno vorrebbe far credere, non sono state ridotte, ma solo rimodulate, grazie ad un più coerente gestione delle varie misure che la compongono, proprio per garantire anche qui una maggiore flessibilità e semplificazione. Come è sempre stato detto è anche da qui che parte un rafforzamento di un Europa, che da tempo viene definita un gigante burocratico, troppo divisa e spaccata su questioni fondamentali come difesa, politica estera e bilancio.
Il lavoro del rappresentante italiano alla commissione europea, il cui ruolo, stando a quanto si racconta nei corridoi di Palazzo Berlaymont, sede della commissione, sta crescendo di settimana in settimana, è anche orientato nella sua veste di responsabile del bilancio e del Pnrr con il collega Valdis Dombrovskis, con il quale i rapporti anche a livello personale sono ottimi ( hanno visitato insieme la Lettonia, paese di origine del commissario all’economia) a garantire un delicato equilibrio tra le esigenze del rispetto delle regole di bilancio e la maggiore flessibilità molti paesi chiedono, di fronte alle nuove necessità che la guerra in Iran impone. Non è un caso se, la settimana scorsa, proprio Dombrovskis ha aperto ad una possibile uscita già in autunno per l’Italia dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo. “Fitto sta dimostrando una capacità di mediazione e di diplomazia, che unita alla sua grande competenza in materia di coesione territoriale e al suo impegno, stanno accrescendo il suo peso all’interno della commissione.
E poi certamente i suoi ottimi rapporti con i popolari europei aiutano, considerando che Weber parla più volentieri e più spesso con lui che con la presidente della commissione stessa” raccontava, qualche settimana fa, un alto funzionario della commissione. Ecco allora che la scelta di Fitto, uno degli uomini migliori al governo Meloni, fu fatta da Meloni a malincuore, proprio ed anche per avere un suo uomo “forte” all’interno della commissione in una fase delicatissima del processo di consolidamento di un Europa, che ancora stenta a decollare.










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