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L’affondo di Trump: il ritiro Usa dall’accordo di Parigi salutato dai nuovi record di Wall Street. Non è un caso. di Marcello Bussi

 

Con questa mossa la Casa Bianca punta ad accelerare la crescita economica, che adesso langue. Ma rischia di spingere l’Ue tra le braccia della Cina.
Sarà un caso ma giovedì 1° giugno, pochi minuti dopo l’annuncio di Donald Trump dell’uscita degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul cambiamento climatico, i tre principali indici di Wall Street (Dow Jones, S&P 500 e Nasdaq) hanno toccato i nuovi massimi storici. Eppure la cancelliera tedesca, Angela Merkel, il presidente francese, Emmanuel Macron, e il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, hanno immediatamente espresso «rammarico per la scelta degli Usa», sottolineando di «considerare la spinta generata a Parigi nel dicembre 2015 irreversibile», ribadendo «con fermezza» che l’accordo «non possa essere rinegoziato», come invece chiede Washington.

La distanza fra le due sponde dell’Atlantico si sta allargando sempre più e Trump non ne sembra turbato. Ma c’è anche il fronte interno: Elon Musk, il visionario numero uno di Tesla e di SpaceX, ha subito lasciato il comitato dei consiglieri economici di Trump. Stessa cosa ha fatto il ceo di Disney, Bob Iger, mentre General Electric, Microsoft, Ford e Dow Chemical hanno espresso il loro disappunto. Addirittura il numero uno di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, ha twittato per la prima volta dicendo che la decisione del presidente «è una battuta d’arresto per l’ambiente e per la posizione di leadership degli Stati Uniti nel mondo».

Anche i colossi petroliferi si sono schierati contro Trump. Secondo Exxon Mobil e ConocoPhillips era meglio se gli Stati Uniti non avessero abbandonato il tavolo, per poter continuare a influenzare a livello globale le decisioni dirette a ridurre le emissioni in gran parte prodotte dai combustibili fossili. In generale l’accusa a Trump, oltre quella di condannare le generazioni future alla morte per inquinamento, riguarda l’inevitabile arretramento degli Stati Uniti nel campo delle energie rinnovabili.

Il bilancio non potrebbe essere peggiore: nuovo strappo con gli alleati europei, il gotha dell’imprenditoria contro Trump. gli Stati Uniti che perdono il treno di importantissime nuove tecnologie.
Wall Street avrebbe dovuto reagire in un solo modo: crollando. Così non è stato. Forse perché le spiegazioni di Trump all’addio a Parigi qualche fondamento ce l’hanno. «Gli altri Paesi hanno applaudito quando abbiamo firmato perché questo accordo ci mette in un’enorme posizione di svantaggio», ha detto il presidente nel suo discorso nel Giardino delle Rose. La Cina, che ora si erge a campione dell’ecologismo, potrà continuare a fare tutto quello che vuole per 13 anni, mentre l’India potrà raddoppiare la sua produzione di carbone entro il 2020 «mentre noi dovremmo disfarci della nostra», ha detto Trump. E anche all’Europa sarà consentito costruire nuove centrali a carbone. «In breve», ha osservato il capo della Casa Bianca, «l’accordo non elimina posti di lavoro nel settore del carbone, ma si limita a trasferirli dagli Stati Uniti ad altri Paesi esteri». Oltre il danno la beffa, dunque.

Il messaggio di Trump è riassunto nella sua battuta ripresa da tutti media: «Io sono stato eletto per rappresentare Pittsburgh, non Parigi». Ritorna così la frattura fra sovranisti, capitanati da Trump, e globalisti, guidati dall’ex presidente Barack Obama, che non si è per niente messo in disparte una volta uscito dalla Casa Bianca, al contrario dei suoi predecessori.

Il discorso del Giardino delle Rose è la rivincita del capo stratega Steve Bannon, che negli ultimi tempi sembrava essere caduto in disgrazia. Con lui si è schierato il vice presidente Mike Pence, mentre è uscita sconfitta la figlia prediletta di Donald, Ivanka Trump, da sempre favorevole all’accordo di Parigi, insieme al marito Jared Kushner, coinvolto nell’inchiesta sul Russiagate. Questo gioco di equilibri interni è fondamentale per capire le prossime mosse della Casa Bianca. Che ha un obiettivo e una necessità: il pil americano deve riprendere a viaggiare alla velocità di crociera del 3% altrimenti, tra caccia alle streghe antirussa ed economia debole (nel primo trimestre la crescita è stata dell’1,2%, troppo poco, bastano un po’ di venti contrari per finire in recessione), nel novembre dell’anno prossimo i repubblicani rischieranno di perdere le elezioni legislative. Se i democratici riuscissero a ottenere la maggioranza sia alla Camera sia al Senato, l’impeachment di Trump sarebbe molto probabile.

Wall Street è quindi salita perché l’abbandono dell’accordo di Parigi può dare una mano, almeno nel breve periodo, ad accelerare la ripresa, fattore che dovrebbe rafforzare la stabilità politica. Su tutto continua a incombere l’incognita dell’approvazione della riforma fiscale. Finora Wall Street è salita dando per scontata la sua attuazione. Ma se questa dovesse ritardare a causa delle complicazioni provocate dal Russiagate, o addirittura finire nel limbo, a un certo punto la reazione dei mercati sarebbe pesante.

È comunque difficile orientarsi perché è tutto guastato dalla guerra fra sovranisti e globalisti all’interno degli Stati Uniti. In teoria molte imprese americane beneficerebbero delle mosse sovraniste di Trump, ma sembra quasi che per motivi di immagine preferiscano criticarle lanciandosi in sermoni globalisti. Se appare logico il comportamento di Musk, che con Tesla ha puntato tutto sull’auto elettrica, altre prese di posizione lasciano perplessi.

D’altronde si vive in un mondo in cui società perennemente con i conti in rosso volano in borsa, mentre altre dai bilanci solidi si limitano a vivacchiare. Si capisce allora perché è meglio lasciare il trading ai famosi algoritmi.

Nel medio-lungo periodo, comunque, la mossa di Trump qualche rischio lo comporta. E anche grosso. Venerdì 2 a Bruxelles il premier cinese Li Keqiang ha affermato che una relazione stabile fra Europa e Cina «permette di rispondere all’instabilità attuale del mondo». Instabilità, è sottinteso, provocata da Trump. Poco dopo il G7 di Taormina, in un discorso tenuto in una grossa birreria di Monaco di Baviera, la Merkel ha dichiarato che «i tempi in cui potevamo fare pienamente affidamento sugli altri sono passati da un bel pezzo, questo ho capito negli ultimi giorni», arrivando alla conclusione che «noi europei dobbiamo davvero prendere il nostro destino nelle nostre mani». Ma gli ultimi eventi adombrano una diversa prospettiva: il futuro dell’Unione europea potrebbe finire nelle mani dei cinesi, improvvisamente diventati portabandiera del libero mercato e dell’ecologia, con la cancelliera che dà loro il certificato di qualità. La partita è appena agli inizi. Chi vivrà vedrà.

Marcello Bussi, Milano Finanza 3 giugno 2017

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