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La strana economia delle sanzioni: CEO USA vende tecnologie nucleari all’Iran 

Arrestato Jamshid Ghomi. Le accuse: contrabbando di tecnologie americane per l’Iran e una frode fiscale milionaria che ha beffato gli Stati Uniti.

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Il Dipartimento di Giustizia americano ha annunciato l’arresto di Jamshid Ghomi, 63 anni, cittadino con doppia nazionalità (statunitense e iraniana) e residente in una sfarzosa villa a Newport Coast, in California. Le accuse mosse contro di lui sono pesanti: avrebbe fornito apparecchiature informatiche e di sicurezza di origine americana all’establishment nucleare e militare iraniano.

Dietro questo presunto caso di spionaggio industriale ed elusione delle sanzioni, si nasconde però una dinamica economica e fiscale che sfiora il paradosso. Un sistema che ci mostra in modo chiaro le falle dei controlli sui mercati paralleli.

Il Ruolo dell’Imprenditore e le Accuse

Ghomi è accusato di aver violato l’IEEPA (Legge sui Poteri Economici di Emergenza Internazionale). Ma di cosa si occupava nello specifico? L’imprenditore è il fondatore e amministratore delegato della Faraz Pardaz Rayaneh Co. Ltd. (FPR), una società di reti informatiche con sede a Teheran.

La villa di Ghomi , da DoJ

Secondo l’accusa, per oltre un decennio Ghomi avrebbe sfruttato la sua azienda per acquistare materiale tecnologico avanzato negli Stati Uniti e spedirlo in Iran. Tra i suoi clienti finali figuravano i nomi più sensibili del panorama istituzionale iraniano, tra cui:

  • L’Organizzazione per l’Energia Atomica dell’Iran (AEOI), ente responsabile del programma nucleare e dell’arricchimento dell’uranio.
  • Il Ministero della Difesa iraniano e le industrie informatiche collegate alle forze armate.

La rete di approvvigionamento era banale ma collaudata. Ghomi acquistava le apparecchiature tramite account eBay, PayPal o da fornitori diretti. Successivamente, per aggirare i blocchi del Dipartimento del Tesoro (OFAC), instradava i pacchi verso società di comodo negli Emirati Arabi Uniti. Da lì, oltre 250 tonnellate di materiale ad alta tecnologia avrebbero preso la via di Teheran.

È doveroso e fondamentale ricordare che, per la legge, Ghomi è presunto innocente fino a prova contraria, e le accuse dovranno essere dimostrate oltre ogni ragionevole dubbio in sede di tribunale.

Il miracolo fiscale: povertà apparente e ricchezza reale

L’aspetto che suscita una leggera e amara ironia è la gestione contabile dell’intera operazione. Ghomi avrebbe trasferito oltre 15 milioni di dollari dall’Iran ai suoi conti statunitensi. Per giustificare questi flussi di denaro al fisco americano (l’IRS), li avrebbe dichiarati come “eredità straniera” o attraverso causali fittizie come “consulenze” da parte di società situate in vari paradisi fiscali. Il tutto in barba a sanzioni, controlli bancari, etc, che, evidentemente, funzionano quando vogliono loro.

Ecco il vero paradosso contabile: Ghomi dichiarava redditi risibili, dell’oridne di poche decine di migliaia di dollari, ma era in grado di pagare 1,25 milioni di tasse immobiliari e locali e detraeva interessi passivi su mutui per 1,7 milioni di dollari. Anche qui nessuno ha controllato.

Voce Fiscale (Anni analizzati)Cifra Dichiarata
Reddito massimo annuo dichiarato20.684 Dollari
Interessi passivi sul mutuo detrattiOltre 1.700.000 Dollari
Tasse immobiliari statali e locali pagate1.250.000 Dollari

Mentre dichiarava redditi così bassi da poter richiedere sussidi statali per famiglie in difficoltà, Ghomi finanziava la costruzione di una villa a Orange County del valore di svariati milioni di dollari.

Controlli groviera

Questo caso mostra chiaramente come l’Iran, alla fine, riesca facilmente ad aggirare le sanzioni USA e i controlli dei servizi segreti, rifornendosi direttamente alla fonte tecnologica. Alla fine si trova sempre qualche imprenditore disposto ad aggirare la legge per un bel mucchio di dollari, soprattutto quando i controlli non sono esattamente ferrei.

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