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La sinistra cerca ancora un modello all’estero. Per Bonelli ora è il Brasile di Lula, ma è davvero un esempio da seguire?

«L’esempio del Brasile ci deve guidare». La frase pronunciata da Angelo Bonelli nell’intervista a Repubblica è interessante non soltanto per ciò che dice, ma soprattutto per quello che rivela delle aspirazioni del centrosinistra italiano. Ancora una volta, nel momento in cui dovrebbe definire un progetto politico alternativo, una parte dell’opposizione cerca ispirazione in una vittoria elettorale arrivata dall’estero.
Prima era stata la Spagna di Pedro Sánchez, spesso evocata come dimostrazione della possibilità di costruire maggioranze progressiste attraverso alleanze eterogenee. Adesso è il turno del Brasile di Luiz Inácio Lula da Silva. Cambiano il continente, la storia politica e le condizioni economiche, ma rimane la tentazione di cercare altrove una formula da riproporre in Italia.
Naturalmente i partiti europei si sono sempre confrontati con le esperienze straniere. Non c’è nulla di sorprendente. Il problema nasce quando l’esempio internazionale sembra diventare una scorciatoia per affrontare le difficoltà della politica nazionale. Perché vincere un’elezione in Brasile non significa aver trovato la soluzione ai problemi del campo largo italiano.
Lula ha certamente ottenuto un successo importante. Il 25 ottobre ha conquistato il quarto mandato presidenziale con il 51,79% dei voti, superando Flávio Bolsonaro, fermatosi al 48,21%. Una rimonta considerevole, visto che al primo turno il candidato della destra aveva raggiunto il 47,03%, contro il 45,16% del presidente uscente. Non pochi sondaggi del ballottaggio avevano inoltre indicato Bolsonaro in vantaggio.
Ma sarebbe un errore fermarsi alla fotografia della vittoria. Il risultato è maturato in una competizione fortemente polarizzata, contro il figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, esponente di una famiglia politica che divide profondamente la società brasiliana. Una parte del consenso raccolto da Lula può essere letta anche come voto contrario al ritorno del bolsonarismo. È difficile stabilire quanto abbia pesato questa componente rispetto all’apprezzamento del programma del presidente, ma ignorarla significherebbe semplificare una vicenda politica complessa.
Soprattutto, il Brasile che Lula si prepara a governare per altri quattro anni è ben lontano dall’essere un modello economico privo di contraddizioni.
Secondo i dati della Banca centrale brasiliana diffusi il 29 ottobre, il debito pubblico lordo ha raggiunto l’82,9% del PIL, aumentando di 11,3 punti percentuali dall’inizio dell’attuale presidenza Lula nel 2023. La spesa per interessi è arrivata all’8,99% del prodotto interno lordo, il livello più elevato dal gennaio 2016, mentre il disavanzo nominale delle amministrazioni pubbliche ha toccato il 9,51% del PIL.
Numeri che descrivono una situazione finanziaria delicata. Il Brasile continua a essere una grande economia emergente, con importanti risorse naturali e potenzialità di sviluppo, ma paga tassi d’interesse molto elevati e deve fare i conti con una spesa pubblica rigida, un’inflazione difficile da riportare stabilmente all’obiettivo e un debito in crescita.
La stessa Reuters, all’indomani della rielezione, ha individuato nel deterioramento dei conti pubblici una delle sfide principali del nuovo mandato. E già nei primi giorni successivi al voto sono emerse tensioni tra le esigenze di disciplina finanziaria e la resistenza di settori della coalizione di Lula a nuove restrizioni della spesa.
Non si possono neppure ignorare le vicende giudiziarie e politiche che hanno accompagnato la lunga carriera del presidente brasiliano. Lula è stato coinvolto nelle inchieste sulla corruzione che hanno segnato il Paese, ha subito condanne successivamente annullate dalla Corte suprema per ragioni giuridiche e ha ricostruito la propria posizione politica fino a tornare alla presidenza. Non sarebbe corretto presentare quelle condanne come ancora valide, ma neppure cancellare dalla ricostruzione le profonde controversie che hanno attraversato la sua storia.
E allora viene spontaneo chiedersi quale parte dell’esperienza brasiliana Bonelli vorrebbe importare in Italia.
La capacità di tenere insieme sensibilità differenti? La mobilitazione contro un avversario comune? Oppure una politica economica che oggi deve confrontarsi con seri problemi di sostenibilità finanziaria?
La domanda non è polemica per principio. È il punto che manca spesso nelle celebrazioni delle vittorie progressiste all’estero: distinguere la capacità di vincere le elezioni dalla capacità di governare e produrre risultati duraturi.
Il centrosinistra italiano vive una difficoltà diversa da quella brasiliana. Deve conciliare la visione economica del Partito democratico con quella del Movimento 5 Stelle, l’ambientalismo di Alleanza Verdi e Sinistra con le posizioni più favorevoli all’impresa delle componenti centriste, le differenti sensibilità sulla politica estera e una competizione ancora aperta sulla leadership.
Sono questioni che non si risolvono prendendo a modello una rimonta elettorale avvenuta a migliaia di chilometri di distanza. Richiedono una sintesi politica riconoscibile, un programma economico credibile e la capacità di spiegare agli italiani non soltanto perché il governo in carica dovrebbe essere sostituito, ma che cosa si intenda fare al suo posto.
Il confronto con Giorgia Meloni presenta, da questo punto di vista, una differenza significativa. La presidente del Consiglio ha costruito nel tempo una propria identità politica, è arrivata alla guida del governo dopo un percorso di consolidamento del consenso ed è oggi un’interlocutrice riconosciuta nei principali tavoli internazionali. La sua presenza nel dibattito europeo e transatlantico è oggetto di attenzione anche da parte della stampa estera, talvolta favorevole e talvolta critica.
Il giudizio sulle politiche di Meloni può naturalmente dividere. Ma la sua riconoscibilità internazionale non deriva dall’imitazione di un modello straniero. Si è costruita attraverso una linea politica identificabile, una posizione definita dentro la maggioranza e la responsabilità di governo.
Anche il centrosinistra avrebbe bisogno di questa chiarezza. Non necessariamente di un leader simile a Meloni, naturalmente, ma di una proposta che possa essere riconosciuta come propria, senza attendere che un successo estero fornisca ogni volta il nuovo riferimento da celebrare.
Lula ha vinto in Brasile e i suoi sostenitori hanno ragioni comprensibili per festeggiare. Ma la sua vittoria non dimostra automaticamente che la stessa strategia possa funzionare in Italia, né cancella i problemi economici che il suo governo è chiamato ad affrontare.
Forse, prima di chiedersi quale Paese debba guidare il campo largo, sarebbe più utile chiarire quale Italia il campo largo intenda costruire. Perché i modelli stranieri possono suggerire idee e strategie. Non possono sostituire un progetto politico nazionale.









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