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La Russia affoga nel suo greggio: raffinerie distrutte e fiumi di petrolio svenduto nei mari

La Russia è costretta a svendere milioni di barili di greggio in mare aperto a causa delle raffinerie distrutte dai droni ucraini, affrontando una pesante carenza interna di carburante.

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L’infrastruttura energetica russa sta affrontando un collasso parziale senza precedenti che minaccia le fondamenta stesse della sua economia di guerra. Bloccata dall’incapacità di raffinare il proprio greggio a causa dei continui attacchi di droni, Mosca è costretta a riversare sui mercati globali quantità enormi di petrolio non lavorato a prezzi stracciati, mentre i cittadini russi fanno file chilometriche alle stazioni di servizio.

Raffinerie nei guai e l’illusione dei record di export

La strategia ucraina di colpire i centri nevralgici russi sta portando a risultati tangibili. Circa la metà della capacità di raffinazione primaria della Russia è attualmente fuori uso. Senza impianti funzionanti, il Cremlino si ritrova in mano una montagna di greggio che non può trasformare in benzina o gasolio.

L’unica soluzione rimasta per non bloccare i pozzi è esportare il petrolio così com’è. Nell’ultima settimana di giugno, le spedizioni via mare hanno raggiunto la cifra record di 4,63 milioni di barili al giorno. Una sovrallocazione disperata che serve a fare cassa, ma che nasconde una profonda debolezza strutturale.

Il paradosso della “pompa di benzina” senza benzina

La situazione interna rasenta l’ironia drammatica. La Russia, considerata da sempre una sorta di gigantesca stazione di servizio globale, soffre oggi di una grave carenza di carburante domestico. I trasporti, l’agricoltura e le stesse forze militari rischiano il blocco a causa della carenza di gasolio.

Per evitare il collasso della distribuzione interna prima dell’estate, Mosca ha dovuto chiedere l’importazione d’emergenza di 50.000 tonnellate di benzina dal vicino Kazakistan. Il governo russo sta anche valutando il divieto totale di esportazione dei prodotti raffinati per proteggere il mercato interno. Una decisione che impatterebbe piuttosto pesantemente sulla Turchia, che, attualmente, è la maggiore cliente di carbuanti russi.

Più volumi, meno incassi: il mercato non perdona

Vendere più greggio non significa guadagnare sicuramente di più, soprattutto se il mercato globale è in frenata per via dei negoziati tra Stati Uniti e Iran. Il petrolio russo si sta accumulando nei mari vicino a Singapore ed Egitto. Ci sono ben 133 milioni di barili fermi sulle petroliere alla ricerca di compratori disposti a rischiare le sanzioni.

I principali acquirenti storici, come Cina e India, stanno moderando gli acquisti. Questo costringerà Mosca a concedere sconti ancora più forti rispetto ai prezzi attuali del greggio Ural, che viaggia già intorno ai 62 dollari al barile.

I numeri della crisi energetica russa

L’impatto reale della crisi si legge chiaramente nei dati macroeconomici e operativi del settore energetico:

Indicatore Energetico (Giugno 2026)Valore RilevatoImpatto Economico Pratico
Picco export settimanale4,63 milioni di barili/giornoSaturazione dell’offerta e calo del potere contrattuale
Greggio stoccato in mare133 milioni di bariliCapitale bloccato e aumento dei costi di trasporto
Prezzo Urals (Baltico/Mar Nero)~62 dollari al barileEntrate statali inferiori rispetto alle stime di bilancio
Richiesta carburante al Kazakistan50.000 tonnellateDeficit della bilancia commerciale per prodotti raffinati

Un problema di popolarità

Ormai il problema è sentito anche ai vertici politici, con Putin che ha ammesso che la Russia ha, in questo momento, un problema di raffinazione. Bisogna dire che le autorità non stanno a guardare e cercano forniture alternative, come abbiamo già mostrato, attivando, ad esempio, l’India.

Tuttavia, le leggi dell’economia suggeriscono che questa crisi difficilmente fermerà i piani di Mosca nel breve periodo. È molto più probabile che il Cremlino decida di aumentare la tassazione sulle imprese private e di procedere a una ulteriore militarizzazione dell’economia, scaricando i costi strutturali interamente sull’economia, anche per evitare un surriscaldamento che, recentemente, è stato evidenziato dalla Banca Centrale. Quindi le trattative per Mosca sono un’opzione utile, non un obbligo di legge, come, in generale, non lo sono quasi mai.

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