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LA RIVOLUZIONE PROSSIMA VENTURA

Nella vita, si sa, occorre compiere delle scelte e queste, inevitabilmente, hanno delle ripercussioni, talvolta anche amare. Ad esempio i francesi hanno deciso “più o meno liberamente” di consegnare la presidenza della Repubblica ad Emmanuel Macron e la maggioranza parlamentare assoluta al “neo” partito politico La République En Marche! del duo Macron-Attali che si è accaparrato, insieme al Mouvement Démocrate di François Bayrou, ben il 60,66% dei seggi (avendo avuto al secondo turno rispettivamente il 18,4% ed il 2,6% delle preferenze degli iscritti al voto). Ma come anticipato, tale scelta avrà delle conseguenze molto amare per i francesi e non solo.

La linea politica del presidente Macron è fortemente orientata agli “ideali” europeisti di flessibilizzazione del lavoro, lotta alla corruzione (di cui tuttavia non si comprendono le implicazioni macroeconomiche), strenua difesa della moneta unica, drastica riduzione della spesa pubblica, taglio di 120.000 dipendenti pubblici…  insomma la classica agenda neoliberista.

La necessità di tali politiche è perfettamente spiegata in un articolo a firma dell’economista belga Paul De Grauwe pubblicato su Il sole 24 ore del 9 maggio 2017: “In un’unione monetaria è essenziale che quando un Paese perde competitività esista un meccanismo in grado di ripristinarla. Questo meccanismo sembra aver funzionato in Paesi come Irlanda, Spagna e Grecia. È molto doloroso e spesso è fortemente osteggiato da chi vede diminuire il proprio salario. Ma è anche inevitabile, nell’ambito di un’unione monetaria.” Affinché tale riduzione del costo del lavoro sia tradotto in pratica, occorrono, per usare le stesse parole di De Grauwe, istituzioni forti in grado di “imporre svalutazioni interne”.

In parole più semplici: in presenza di un’unione monetaria, per mantenere la competitività occorre tagliare i salari ed avere istituzioni poco democratiche in grado di imporre con la forza tali scelte che, inevitabilmente, potrebbero incontrare forti resistenze da parte della popolazione.

Si vede infatti che dall’adesione alla moneta unica (segnata dalla linea rossa), la bilancia commerciale francese sia andata costantemente in territorio negativo, segno di una progressiva ma costante perdita di competitività, soprattutto nei riguardi della Germania.

Francia – Bilancia commerciale (https://it.tradingeconomics.com/france/balance-of-trade)

Se si vuole restare nella moneta unica occorre perciò recuperare la competitività perduta imponendo la riduzione dei salari e le strade maestre per ottenerla sono sempre le medesime: precarizzazione del lavoro e aumento della disoccupazione (vi dicono nulla la “loi travail” del 2016 ed il previsto taglio di 120.000 dipendenti pubblici?).
Ma di quanto dovrebbero ridursi i salari? Per stimarlo occorre partire dall’andamento dei salari reali (cioè al netto dell’inflazione) negli ultimi sedici anni:

France – Average annual wages (https://stats.oecd.org/Index.aspx?DataSetCode=AV_AN_WAGE)

Si vede che i salari reali sono costantemente cresciuti, a differenza di quelli tedeschi che hanno avuto una forte battuta d’arresto dal 2002 al 2007.

Germany – Average annual wages (https://stats.oecd.org/Index.aspx?DataSetCode=AV_AN_WAGE)

Ma in un regime di cambi fissi, un aumento dei salari si ripercuote in una perdita di competitività che, non potendosi scaricare sulla moneta, deteriora la bilancia commerciale (e la bilancia dei pagamenti). Se i salari aumentano, la gente compra di più, anche i beni esteri, per cui le importazioni aumentano, ma le esportazioni, che dipendono dal reddito estero, non ne vengono granché intaccate. Anzi, l’aumento dei salari si ripercuote in un aumento dei prezzi per cui i beni nazionali divengono meno competitivi e le esportazioni tendono semmai a diminuire, conseguentemente la bilancia commerciale (la differenza tra esportazioni ed importazioni) tende a peggiorare.

France – balance of trade (http://appsso.eurostat.ec.europa.eu/nui/show.do?dataset=nama_10_gdp&lang=en)

Mettendo a confronto il grafico dei salari medi annuali con l’andamento della bilancia commerciale si può facilmente stimare la decurtazione media annuale che ogni lavoratore francese dovrà subire per rimanere nell’euro:

Analizzando l’equazione della linea di tendenza si vede che, per avere la bilancia commerciale in pareggio, occorre che il salario medio annuo sia pari a 32.594 €, infatti:

y = 0
-13,169x + 429.233 = 0
13,169x = 429.233
x = 429.233/13,169 = 32.594 €

Poiché il salario medio annuale attuale è di 36.809 €, ogni lavoratore dovrà rinunciare ogni anno a:

36.809 – 32.594 = 4.215 €

Oltre 4.000 € per ogni lavoratore! Stiamo parlando di una riduzione del salario dell’ordine dell’11,5%. Roba da scatenare la rivoluzione! Ora capite perché l’euro ha bisogno di istituzioni forti e di perenni stati d’emergenza? In tale contesto qualche attentato potrebbe essere molto utile per introdurre qualche legge speciale allo scopo di tenere a bada il terrorismo e soprattutto per sedare con le buone o con le cattive l’inevitabile dissenso sociale indotto dai tagli. Ma la Francia è nota anche per altri tagli:

É facile immaginare forti disordini sociali, come e anche più di quelli che hanno accompagnato l’approvazione, il 21 luglio 2016, della “loi travail” che, per inciso, aveva richiesto l’aiutino del voto di fiducia e dello stato di emergenza: il governo allora presieduto da Manuel Valls aveva infatti dichiarato lo stato d’emergenza per impedire alle persone di protestare contro le disposizioni della “loi travail”, la riforma del lavoro fortemente voluta dall’allora Ministro dell’economia, dell’industria e del digitale Emmanuel Macron. Sì, proprio il nuovo presidente della Repubblica.
Francesi, avete voluto il giovincello europeista, cacciate li sòrdi! So 4 mila euri a capoccia, grazie.

Claudio Barnabè

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